Macronismo, uno nuovo spettro si aggira per l’Europa

Macronismo, uno nuovo spettro si aggira per l’Europa

L’ascesa di Emmanuel Macron alla presidenza francese ha messo media e politici alla ricerca della formula segreta per replicarne il successo. Macron è un eclettico prodotto dell’élite intellettuale e amministrativa francese, economicamente liberale, socialmente progressista, marcatamente a favore dell’integrazione europea. Dopo oltre tre anni di attentati terroristici nelle strade di Francia, la scelta di un candidato che orgogliosamente rivendica il valore dell’apertura al mondo era tutt’altro che scontata. 

Non sorprendono quindi l’entusiasmo e il desiderio di emulazione con cui molti partiti di governo in Europa salutano la sua vittoria. Tracciare paragoni tra la politica nazionale e quella francese è una tentazione forte ma controproducente. In primo luogo, la vittoria di Macron nasce all’interno della Quinta Repubblica francese: un sistema istituzionale disegnato appositamente per creare leadership forti e escludere gli estremi. Secondo, la vittoria di Macron non cancella la realtà di un paese diviso tra quattro forze quasi equivalenti: un centro liberale pro-Europeo, una forza sovranista popolare radicata sul territorio, un centrodestra repubblicano, e una sinistra radicale in crescita.

Come nel referendum inglese o nelle presidenziali americane riemerge la spaccatura (ancora più che tra i livelli di reddito) tra chi si sente parte della globalizzazione cosmopolita (centro liberale e parte della destra repubblicana) e chi no (sovranisti e sinistra radicale).

Eppure dalla vittoria di Macron emergono almeno quattro lezioni su come costruire oggi una leadership politica di successo. La prima lezione è forse la più banale. Il “segreto” in politica, se così si può dire, è semplicemente avere profondità di idee e non tirarsi indietro. Macron, con molto tatticismo, si è esposto su pochi punti. Dove l’ha fatto – come sul mercato del lavoro o sull’Europa – è andato davvero fino in fondo senza paura di affrontare nessuno, dagli studenti parigini ai picchetti degli operai della Whirpool.

La seconda lezione è che la politica resta, anche e soprattutto nell’epoca della disintermediazione, la “forza dei noi”. Come scriveva David Miliband già tre anni fa, l’apertura economica negli anni novanta ha portato ad una percezione di perdita di controllo sul futuro. Il risultato è oggi una potente domanda di protezione da parte dei cittadini. Questa protezione, che va dalla sicurezza fisica a quella sociale, si esprime ancora nella ricerca di una dimensione e di un riconoscimento pubblico. Questo è stato l’equivoco degli ultimi anni. I cittadini “disintermediati” hanno bassa fiducia nelle istituzioni tradizionali (sindacati, associazioni professionali) ma l’espressione del voto rappresenta, oggi come ieri, il desiderio di essere riconosciuti agli occhi degli altri. La narrazione politica vincente – da Macron a Obama – è una storia collettiva e mai un monologo.

La terza lezione è che una forza europeista per vincere non può essere antieuropeista a giorni alterni. Macron non ha paura di dire che far svoltare l’Europa significa investirci di più, non combattere per gli zerovirgola dei vincoli di bilancio.

Volere un’Europa più forte e più protettiva con i cittadini significa creare un bilancio comune, una polizia di frontiera, condividere risorse e intelligence. Insomma condividere il potere. Se la battaglia principale è quella contro l’eurocrazia (per inciso, voluta dagli stati) a vincerla saranno i veri anti-eurocrati, non certo i liberali.

L’ultima lezione è che nell’Europa sconsolata dalla crisi esiste uno spazio politico per una insurrection politics veramente liberale. La campagna di En Marche! ha tutte le caratteristiche di una start-up politica. Come in molte start-up, per avere successo non è necessario essere esperti, ma è indispensabile essere preparati. Il movimento di Macron ha saputo catalizzare le energie di un parte del paese per trasformare la collera e il dubbio in desiderio di costruzione.

Per costruire al nuovo Presidente serve una maggioranza parlamentare ma serve anche avere un consenso strutturato nel Paese. Ottenere quest’ultimo è la sfida più difficile. La politica “disintermediata” ha permesso a persone come Macron (ma anche Trump, Corbyn e Renzi) di costruire su se stessi una movimento di insurrezione al potere.

Ma come ha scritto l’ispiratore economico di Macron, Jean Pisani Ferry, i tempi del governo sono tempi lunghi che hanno bisogno di consenso di lungo periodo. Questo era il ruolo dei partiti tradizionali ma è storia passata. Oggi Barack Obama lancia un’organizzazione di mentorship politico per attivisti. Enrico Letta due anni fa ha fondato una Scuola di Politiche. Vincere le elezioni è quasi alla portata di tweet, sopravvivere fino a quelle successive è la sfida impossibile.

Scritto da Umberto Marengo

Umberto Marengo

Consulente strategico presso The Boston Consulting Group e Associate Fellow dell’Istituto Affari Internazionali di Roma. In precedenza ha lavorato per la Commissione Europea e ha conseguito un PhD all’Università di Cambridge.