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Accordo Usa-Ue sui dazi, serve un’altra linea politica e strategica per l’UE

Alberto Bianchi mercoledì 30 Luglio 2025
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di Alberto Bianchi 

 

Come è noto, in Scozia è stato siglato un accordo commerciale tra UE e Stati Uniti riguardante la questione dei dazi, con una tariffa media del 15% sull’esportazioni europee. Ci si chiede: è un buon accordo per l’Europa? Molti dubbi e perplessità si affollano al riguardo. A cominciare dalla tariffa del 15% concordata tra le parti sulle merci europee dirette oltreoceano, alla quale deve essere sommata la svalutazione del 15% del dollaro rispetto all’euro sul mercato monetario, sicché il costo finale per gli europei dell’accordo siglato in terra scozzese rappresenta un aggravio del 30% nelle condizioni di interscambio commerciali e finanziario-monetarie.
La linea moderata prevalente adottata da Bruxelles, su impulso in particolare di Germania e Italia, è stata quella di trovare una mediazione con Washington evitando uno scontro frontale, al fine di tutelare e proteggere – così viene detto – le imprese di produzione e i posti di lavoro in Europa. La finalità sottesa a tale linea, però, è anche quella di obbligare l’Amministrazione Trump, sul piano diplomatico e degli aiuti militari, a restare al fianco dei Paesi europei che sostengono Kiev. Insomma, il commercio come strumento di pressione politica, non solo di scambio economico.
Ma può l’accordo commerciale raggiunto in Scozia annullare o, quanto meno, limitare la totale imprevedibilità e inaffidabilità dell’attuale inquilino della Casa Bianca sul piano più ampio dei rapporti geopolitici e strategici? Anche da questo punto di osservazione, lo scetticismo è vasto e profondo tra non pochi analisti ed esperti di relazioni internazionali e rapporti interstatali.
C’è un evidente errore di percezione e di impostazione nella linea adottata da Bruxelles sulla natura del conflitto commerciale tra le due sponde dell’Atlantico, nello snodo storico della nostra epoca. Lo scontro tra Stati Uniti e Unione Europea, pur avendo da tempo radici commerciali, con la seconda presidenza Trump ha assunto nettamente la portata di uno scontro di potere geopolitico e strategico. Il conflitto crescente tra gli Stati Uniti d’America e l’Unione Europea, pur conservando componenti legate al commercio, affonda oggi in una lotta per il potere, la sovranità e la definizione delle regole globali. Questo non è più un confronto tra esportatori di automobili e produttori di semiconduttori. È uno scontro tra visioni del mondo, tra due modelli economici, tecnologici e politici che si contendono la guida del XXI secolo. Il commercio è solo la superficie: sotto c’è una lotta per l’egemonia globale. Le differenze sono sempre più sistemiche e ideologiche.
L’Unione Europea, infatti, ha compiuto scelte coraggiose negli ultimi anni, tra le quali – cito a titolo d’esempio – il varo del Digital Markets Act e del Digital Services Act. Queste normative non sono semplici regolamenti: sono affermazioni di indipendenza e di sovranità economica. Sono il modo in cui l’Europa dice al mondo: “Abbiamo il diritto di decidere come proteggere i nostri cittadini nel mondo digitale.” Gli Stati Uniti, però, non lo vedono allo stesso modo. Vedono queste regole come una minaccia alle loro imprese tecnologiche – le Big Tech – che dominano il mercato globale.
Dunque, le regole non sono più solo strumenti di tutela: sono armi strategiche. Decidere chi può entrare nel nostro mercato, e a quali condizioni, significa esercitare potere reale. E gli Stati Uniti di Trump non accettano che l’Europa possa scrivere le proprie regole di convivenza interna e di rapporto con il resto del mondo in condizioni di piena autonomia economica e di indipendenza di potere.
Così come i dazi di Trump non sono solo misure economiche, ma un tentativo di riplasmare l’ordine globale secondo la visione americana, anche le regole europee – in particolare quelle sull’intelligenza artificiale, ma non solo – diventano battaglie strategiche e simboliche. E Bruxelles ha risposto sempre con fermezza: la sovranità e l’indipendenza economica non sono in vendita. Ma allora, cosa è successo in Scozia? Perché quella fermezza sembra ora essersi indebolita? Che cosa è intervenuto, nel frattempo, per spingere la Commissione europea a un accordo commerciale con gli Stati Uniti alquanto discutibile?
Io credo che la risposta a questi interrogativi vada ricercata nel debole rapporto di forza che l’UE detiene rispetto agli Stati Uniti in termini di capacità strutturale di difesa e deterrenza militare, a fronte della guerra in Ucraina scatenata dalla Russia neo-imperiale di Putin. In altri termini, l’Europa si trova nell’impossibilità – industriale, tecnologica e gestionale – di sostituirsi in tempi brevi a Washington per garantire un attivo ombrello protettivo militare e diplomatico a Kiev, di fronte alla minaccia di Trump di abbandonare l’Ucraina al proprio destino e alla Russia. È tale squilibrio che, in qualche modo, costringe l’UE a cercare un’intesa commerciale sui dazi con gli Stati Uniti a condizioni poco vantaggiose, pur di non irritare l’inquilino della Casa Bianca e non offrirgli ulteriori giustificazioni per un disimpegno militare dal teatro europeo dell’Alleanza Atlantica. E così, con l’accordo in Scozia, Trump ottiene dall’UE addirittura l’impegno a investire negli USA 600 miliardi di dollari per acquisti in armi ed energia.
Forse è giunto il tempo di aprire gli occhi e comprendere che un’altra linea politica e strategica per l’UE è non solo possibile, ma urgente e necessaria. È quella che negli ultimi tempi Francia e Regno Unito stanno delineando e costruendo, tentando di attrarre al loro fianco anche Italia e Germania, con un quadrilatero di trattati che, in ordine temporale, sono: Aquisgrana (rinnovo, 22 gennaio 2019, tra Francia e Germania), Quirinale (26 novembre 2021, tra Francia e Italia), Northwood (11 luglio 2025, tra Francia e Regno Unito), Kensington (17 luglio 2025, tra Germania e Regno Unito). Una linea che – per i suoi riflessi indiretti nella gestione della ridefinizione dei rapporti tra Europa e Stati Uniti – sembra assai più consona a interpretare il conflitto commerciale tra le due sponde dell’Atlantico come parte di uno scontro di potere, che richiede risposte di potere da parte degli europei.
In Italia, Meloni dovrebbe prendere atto al più presto che, con l’accordo commerciale in Scozia tra Commissione europea e Trump, Ursula von der Leyen ha ridotto e svuotato il ruolo di mediazione che la Presidenza del Consiglio italiana si è fin qui ritagliata tra UE e Casa Bianca, e volgersi a un ruolo più attivo e di primo piano con Francia, Regno Unito e Germania per la costruzione della difesa e la deterrenza militare europea, nonché per la tutela dell’indipendenza economica, industriale e tecnologica del nostro continente. Qui, l’interesse nazionale italiano e quello europeo coincidono perfettamente.
Una stessa postura e linea d’azione dovrebbero assumere anche i partiti politici d’opposizione, a partire dal PD, bandendo ogni posizione di pacifismo e terzismo neutralista, accompagnando la critica e l’opposizione all’operato del governo Meloni con una chiara collocazione delle forze di sinistra e progressiste al fianco di Francia, Regno Unito e Germania per il riarmo nazionale ed europeo, gli investimenti nelle industrie militari ad alto tasso di ricerca e innovazione tecnologica, uno sviluppo energetico ed ambientale maturo e pragmatico. Per una sinistra riformista ed un’alternativa di governo.

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