di Cataldo Intrieri
La voce dell’autorevole inviata di Repubblica a Venezia vibra di malcelato sdegno nell’annunciare che incredibilmente il primo premio è andato al film dell’americano Jim Jarmusch (Akron, Ohio) e che lo struggente, tragico film algerino, della regista Ben Hania sulla uccisione della piccola Hind Rajab , ad opera dei criminali dell’esercito israeliano a Gaza si è dovuto accontentare “ solo” del Leone d’argento.
Nella sua banalità apparente l’indignazione diffusa oggi presso critici e giornali di sinistra per l’esito dell’ottantaduesima rassegna cinematografica veneziana è rappresentativa delle ipocrisie e dei ritardi culturali dell’opinione pubblica progressista su tutta la vicenda medio-orientale e del sentimento di intolleranza ottusa verso chi osa dissentire.
Una premessa innanzitutto: come nella migliore tradizione del Togliatti di Rinascita che scomunicava Vittorini oggi si procede all’abbattimento del fragile piedistallo su cui si ergeva Jarmusch noiosissimo registra americano finto-alternativo ed assai piacione.
Chi ha buona memoria ricorda le critiche entusiaste (oggi goffamente ed imbarazzantemente rinnegate) verso i suoi film di metà anni ’80, in elegante bianco/nero, privi di ogni trama logica, con illustri partecipazioni dei migliori esponenti della cultura alternativa, da Tom Waits a John Lurie per non dire di Roberto Benigni e relativa comparsata della immancabile Nicoletta Braschi in certi film che non si vedeva l’ora terminassero.
Eppure il maestro piaceva in opposizione al fascistissimo Clint Eastwood che solo qualche eccentrico preferiva.
Oggi il suo ultimo film ad episodi Father, mother, sister &brother viene invece unanimemente stroncato come operina fragile ed inconsistente (Mereghetti, Anselmi), neanche i suoi predecessori fossero esempio di chissà quale potente ideazione.
Jarmusch è sempre stato un “regista carino”, ben vestito, bella presenza autoriale ed eleganza formale classico prodotto furbo per pubblico “engagé”
Oggi semplicemente la stessa eletta audience ritiene doversi spendere per un diverso genere di impegno per cui l’ex idolo di ieri è un fastidioso inciampo, anzi l’ennesima subdola vittoria del capitale sionista dietro la casa produttrice. Per giustificarsi lo sventurato ha ritenuto di dover annunciare al mondo sbigottito che egli vieterà le proiezioni in Israele (già immaginavamo le file ai kibbutz).
L’intolleranza ed il fastidio hanno colpito Maria Rosa Mancuso, critica de Il Foglio, che come Fantozzi di fronte alla Corazzata Potemkin ha eccepito che il film non fosse granché e che per fare grande cinema non basta far piangere.
Jarmusch dal canto suo ha sottolineato che per fare politica con un film non sia necessario trattarne. I pareri sono tutti legittimi ed il tempo dirà se il film algerino avrà la sostanza di Roma città aperta (etica da CNL) o de La battaglia di Algeri (epica terzomondista).
Sfugge a molti il ridicolo di questa storia che invece, e purtroppo, scaturisce da una tragedia vera e sembra annunciarne di peggiori.
Giungono notizie delle cacciate di artisti e scrittori ebrei a Napoli, Becancon ed Edimburgo.
Un film che mostrava immagini e voci del massacro del 7 ottobre è stato respinto a Toronto.
La voce delle donne stuprate e dei bimbi ebrei sgozzati da Hamas tace: essi non hanno cittadinanza e diritto alla parola.
Solo Ernesto Galli Della Loggia ha il coraggio di porre qualche interrogativo che la sinistra riformista ha l’obbligo di raccogliere.
Uno sopra tutto: oltre la maledizione su Israele ed il diffuso anti-semitismo che essa cela cosa propongono i fautori della causa palestinese?
Cosa intendono per patria palestinese: la rigorosa applicazione della risoluzione 181 dell’ONU del ‘47 (e certamente di tutte quelle contro gli insediamenti abusivi di coloni) e dei patti di Oslo per cui morì Isaak Rabin che strinse la mano ad Arafat e mai ritirò la parola, oppure un’unica terra per i palestinesi “dal fiume al mare” e cioè l’estinzione dello Stato d’Israele ?
Dico questo perché non più tardi di qualche giorno fa un filosofo dell’ateneo napoletano sosteneva che meglio avrebbero fatto gli ebrei ad accontentarsi di una “diaspora garantita” (forse con una polizza)
Ecco, questi sono i termini reali della questione: Galli Della Loggia non sia solo e la sinistra riformista parli.

Avvocato penalista del Foro di Roma, scrive di giustizia per Linkiesta e Domani.