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Bella la Via della Seta. Ma se negozia l’Europa unita

Pietro Ichino martedì 19 marzo 2019
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di Pietro Ichino

 

La “Via della Seta” può diventare un progetto bellissimo, ma probabilmente solo se a negoziarne i contenuti sarà l’Europa unita e non i singoli Paesi in ordine sparso

 

Nella vicenda del pre-accordo che il nostro Governo si appresta a stipulare con quello cinese sulla cosiddetta “Via della Seta” non mi impressionano per nulla i ringhi provenienti dal Governo Trump. Il quale è liberissimo di perseguire la sua nuova politica isolazionista e protezionista, anche nei confronti dell’Unione Europea, ma non ha alcun titolo per dolersi se altri Paesi perseguono politiche di segno opposto nelle direzioni che preferiscono.

 

I benefici economici

La “Via della Seta”, poi mi sembra un’idea eccellente, dalla quale possono derivare benefici economici notevoli per l’Europa e conseguenze straordinarie per l’evoluzione in senso democratico dell’immenso sub-continente cinese.

Mi impressiona invece molto il fatto che il nostro Governo si mostri del tutto inconsapevole del fatto che con un colosso come la Cina la sola possibilità che abbiamo di trattare da pari a pari, ottenendo il massimo dei benefici e delle garanzie sotto tutti i profili – quello delle contropartite economiche come quello della sicurezza qui e quello del progresso dei diritti civili laggiù – è che per tutta l’Europa a trattare sia l’UE.

 

Il ruolo della Ue

Se alla Belt and Road Initiative gli europei rispondono in ordine sparso, sarà soltanto il Governo di Pechino a dettare l’agenda e a trarre dagli accordi stipulati con i singoli Paesi il massimo dei benefici per sé, in termini di potere economico, acquisizione di tecnologie, e persino di potere militare.

Per questo la Commissione Europea ha tutte le ragioni di essere irritata per l’opportunismo col quale il Governo italiano – come quello ungherese e quello polacco – si sta muovendo al di fuori di qualsiasi linea d’azione concordata.

Ma perché questo non possa ripetersi nel futuro prossimo è indispensabile che l’UE si doti finalmente di un “ministero” per gli Esteri, uno per il Commercio Estero e uno per la Difesa, dotato davvero del potere di parlare con una voce unica a nome di tutti i Paesi membri.

Anche questo fa parte della posta in gioco nelle elezioni del 26 maggio.

 

(da www.pietroichino.it)

Già senatore del Partito democratico e membro della Commissione Lavoro, fa parte della presidenza di Libertàeguale. Ordinario di Diritto del lavoro all’Università statale di Milano, già dirigente sindacale della Cgil, ha diretto la Rivista italiana di diritto del lavoro e collabora con il Corriere della Sera. Twitter: @PietroIchino

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