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Cari riformisti, dissentire su singoli punti della linea frontista del campo largo non basta

Alberto Bianchi domenica 21 Settembre 2025
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di Alberto Bianchi

 

Mi sia consentito di dire subito – con franchezza unita sempre a condivisione e rispecchiamento negli ideali ed azione nostri – che senza una proposta politica di governo diversa da quella del fronte “campo largo”, i riformisti del Partito Democratico rischiano oggi di ridursi ad una sorta di salsa piccante in una pietanza mal condita: pungenti, ma irrilevanti. Fuor di battuta: nel dibattito interno al PD, non basta manifestare dissenso su singoli punti della linea promossa dalla segretaria Elly Schlein. Una posizione critica, per essere incisiva, deve necessariamente essere accompagnata – oltre che da proposte e riflessioni programmatiche, che pure da tempo testardamente facciamo – anche daun’indicazione politica chiara, concreta, riconoscibile e alternativa, che oggi stenta a manifestarsi tra i riformisti.

Indicazione politica alternativa che non emerge neppure nell’ultima intervista – pur pregevole nel suo insieme – rilasciata dall’on. Lorenzo Guerini, noto esponente riformista e membro della Direzione nazionale del PD, al Foglio del 20/09. Intendiamoci: l’intervista rappresenta un raro esempio di lucidità e pragmatismo nel panorama politico attuale e, soprattutto, all’interno del PD. Le parole dell’on. Guerini sul sostegno all’Ucraina, sulla necessità di una pace giusta e non fittizia, sulla centralità del rapporto transatlantico e su altri specifici temi mostrano una visione coerente, responsabile e saldamente ancorata ai valori europei e democratici, dimostrando che si può parlare di politica estera ed interna, di difesa e deterrenza militare, di dirittisenza cedere né al populismo né all’ambiguità. Tuttavia, proprio questa chiarezza rende ancora più evidente ciò che manca nell’intervista.

“Dissentire” su singoli punti della linea frontista del“campo largo” non basta. Occorre dire su “quale” linea politica diversa farlo e “come” intraprenderla. Se il fronte del “campo largo”, più o meno dilatato, non convince per ragioni di scarso o inesistente realismo programmatico, di assenza di una leadership credibile ed affidabile e di confusa prospettiva strategica – ed è così, ahimè – allora è doveroso indicare un’altra strada da parte dei riformisti. Una strada che non si limiti a ricalcare vecchie formule, certo, ma che sappia interpretare il quadro storico-geopolitico attuale: il primato della politica estera su quella interna, le sfide europee, le tensioni sociali e le necessità di riforma e stabilità istituzionale.

Una possibile alternativa politica alla linea del fronte del “campo largo” è lavorare per creare le condizioni di una coalizione di governo di unità nazionale, fondata su valori europeisti e repubblicani, che tagli le ali estreme radicalizzate. Un patto tra forze politiche che condividano l’impegno per l’ampliamento e il rafforzamento attivo del ruolo e delle responsabilità dell’Italia in Europa, la difesa dello Stato di diritto e l’attuazione delle riforme necessarie per la modernizzazione del Paese.

Questa proposta non è una fuga dal conflitto politico, ma una sfida alla polarizzazione radicale dello scontro. È una visione che richiede coraggio, cura della funzione nazionale e dell’autonomia strategica del partito e una leadership che sappia parlare al Paese più che esaurirsi nel puntellare l’identità di un elettorato già fidelizzato: tutti fattori quest’ultimi che oggi risultano difficili da ritrovare nella guida del PD di Elly Schlein. I riformisti del PD, dunque, hanno una responsabilità che non è affatto esagerato definire storica: lavorare – e non più limitarsi solo a vigilare – per costruire una sinistra che voglia essere ragionevole e neo-riformista. E costruire significa anche indicare una propria rotta e, soprattutto, il modo per navigarla. Non basta contestare quella altrui – e a buona ragione, intendiamoci.

In tal senso, per evitare che il lavoro per costruire una proposta di coalizione di governo di unità nazionale resti solo uno slogan vuoto e propagandistico, è fondamentale che tale linea sia accompagnata, ad esempio, da unachiara disponibilità per una riforma elettorale capace di favorire lo sbocco politico indicato. Tale riforma dovrebbe mirare a superare le attuali rigidità del sistema elettorale, che costringono a uno scontro polarizzato tra forze estreme, promuovendo una maggiore rappresentatività e una più ampia condivisione delle responsabilità politiche eccezionali che già ora incombono sull’Italia e che, ancor più, saremo chiamati in tempi ravvicinati ad affrontare a causa della gravesituazione internazionale

La necessità di un governo di unità nazionale trova, difatti, la sua prima e più urgente giustificazione nel profondo divario tra l’orientamento prevalente dell’opinione pubblica italiana – che esprime una diffusa contrarietà agli impegni comuni per la deterrenza e la sicurezza militare dell’Ucraina e dell’Europa di fronte all’aggressività russa e all’evenienza di affrontare, insieme ai nostri alleati, una sempre più probabile guerra allargata nel cuore del nostro continente – e l’incalzare veloce di una realtà geopolitica che, per l’appunto,imporrà e richiederà ai ceti dirigenti politici, di governo e di opposizione, scelte e comportamenti capaci di annullare o, quanto meno, ridimensionare quel divario.

È questo scarto tra volontà popolare e vincoli strategici che rende indispensabile la soluzione politica di un governo di unità nazionale, la sola capace di ricomporre tale frattura, garantendo al tempo stesso coesione interna e credibilità internazionale. Un’altra ragione fondamentale che chiede ai riformisti del PD di esprimere una visione politica aggregante, per non sopravvivere di soli distinguo rispetto al frontismodivisivo del campo largo incarnato da Schlein, Conte, Bonelli, Fratoianni e Landini.

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