di Marco Leonardi
Il controllo dei conti pubblici insieme alla stabilità politica è uno degli asset più pregiati di questo governo. Il ministro del Tesoro ha ottenuto il premio di “Ministro delle Finanze dell’anno” e lo spread si è ridotto. Ma gran parte del controllo del debito non è avvenuto grazie a scelte coraggiose o riforme strutturali. È stato ottenuto per una buona dose di inerzia, cavalcando l’inflazione: la pressione fiscale è aumentata senza alzare formalmente le aliquote, per effetto del fiscal drag sui redditi di lavoratori dipendenti e pensionati, mentre la rivalutazione delle pensioni sopra i 2100 euro è stata tagliata, producendo risparmi automatici.
Nel frattempo, il governo ha risparmiato assecondando la discesa del valore reale dei trasferimenti a comuni e regioni e tagliando nel tempo oltre 15 miliardi sulle misure a favore delle imprese, grazie allo stop all’ACE (la misura che premia la capitalizzazione delle imprese), alla decontribuzione sud (che concedeva uno sconto del 30% ai contributi delle imprese del sud) e ai fondi a favore dell’automotive. In compensazione, ha promesso miliardi tra Industria 5.0 e fondi PNRR per reagire ai dazi USA, ma non ha speso nulla. In quest’ultimo caso, delle compensazioni per i dazi, è stato un bene perché l’idea di compensare coi fondi PNRR le imprese esportatrici sarebbe una illusione in mala fede. Sulle concessioni per la distribuzione elettrica, dove avrebbe potuto incassare risorse significative, ha scelto la linea di minor attrito: rinnovo ventennale automatico, senza gara e senza introiti, con il costo scaricato in bolletta sui consumatori. In gran parte, il controllo dei conti è stato ottenuto con una strategia di inerzia, travestita da prudenza.
Ora, con la legge di bilancio alle porte, si apre una scelta vera. E le opzioni sono tre, tutte con un costo stimato intorno ai 4 miliardi di euro. La prima: tagliare le tasse ai lavoratori sopra i 35.000 euro, quelli che hanno pagato il grosso del conto in silenzio, nell’ordine di 1000 euro di tasse in più a testa all’anno. La seconda: una nuova rottamazione delle cartelle, come propone la Lega. La giustificazione? Bizzarra: chi aderisce al concordato preventivo biennale, non può poi ritrovarsi a pagare cartelle vecchie. Una norma fiscale concepita come se il contribuente fosse un’anima da salvare e non un debitore da regolarizzare.
Ma la terza opzione, quella più probabile, è ancora una volta non scegliere davvero nulla, e optare per il blocco dell’aumento di 3 mesi dell’età pensionabile previsto nel 2027. È l’alternativa più comoda: non scontenta nessuno e può essere presentata come rinvio tecnico “in attesa della riforma complessiva”. E soprattutto può permettere al governo di rinviare tutto a dopo le prossime elezioni del 2027. Peccato che costi quanto le altre due scelte — e con effetti a lungo andare peggiori.
Secondo i dati INPS ogni anno si registrano tra le 400 e 500 mila nuovi pensionamenti con un importo medio mensile di poco più di 1.200 euro. Bloccare l’aumento di 3 mesi equivale a regalare tre mensilità a ognuno di questi pensionati. Il conto è semplice, bloccare per un paio di anni l’adeguamento dell’età pensionabile alla speranza di vita costa circa 4 miliardi di euro. Poi si vedrà, dopo le elezioni.
Eppure, nessuno ne parla come misura di spesa. Perché è invisibile, distribuita, apparentemente innocua. Ma in realtà significa rinviare un meccanismo automatico previsto dalla legge, con impatto permanente sulla dinamica della spesa pensionistica.
Intanto il governo continua a sventolare bandierine prive di effetti reali: l’IVA sui pannolini prima tagliata poi rialzata, i bonus bebè riproposti ogni anno con formule diverse, la decontribuzione per le madri trasformata in bonus una tantum. Tutto questo mentre la spesa per pensioni è destinata a salire fino al 2040, quando entrerà a regime il sistema contributivo puro, come ricorda l’Ufficio parlamentare di bilancio. E il calo successivo, dovuto alle pensioni contributive più basse, è tutt’altro che garantito: chi oggi ha carriere frammentate e versamenti discontinui non accetterà domani pensioni da fame senza rivendicazioni. Quei risparmi futuri, dunque, sono tutt’altro che certi. Tanto è vero che si parla da anni di metter mano al sistema contributivo delle pensioni, per garantire una integrazione al minimo per chi ha raccolto troppo pochi contributi. Ma questa è una riforma strutturale e quindi non si farà finché il sistema non sarà a regime, circa nel 2035/2040 appunto. Ma poi, con tutta probabilità, si dovrà fare.
La non-scelta sul blocco dei tre mesi rischia di essere l’emblema della linea fiscale di questo governo: evitare i costi politici oggi, scaricare gli effetti domani, diluire ogni responsabilità in una narrativa di buon senso. Ma in economia, non decidere è già decidere, e quasi mai nella direzione giusta.

Professore di economia politica all’università degli Studi di Milano, si occupa di disoccupazione e diseguaglianze. E’ stato tra gli anni 2015 e 2018 membro del comitato tecnico di valutazione della Presidenza del Consiglio e consigliere economico del Presidente Gentiloni. Ha scritto un libro sulle riforme di quegli anni dal titolo “le riforme dimezzate, perché su lavoro e pensioni non si può tornare indietro”, EGEA 2018. Fa parte della Presidenza Nazionale di Libertà Eguale.