di Marco Campione
Che ci facevano venerdì scorso a Milano nella sala dei Bagni misteriosi del Teatro Franco Parenti Giorgio Gori, Lia Quartapelle, Pina Picierno, Graziano Delrio, Simona Malpezzi e Giuseppe Sala? Nessun mistero: parlavano di futuro e di crescita.
Mario Lavia su Linkiesta ha fatto una sintesi dei tantissimi interventi al forum «CRESCERE. Il contributo dei riformisti» tenutosi a Milano il 24 ottobre scorso.
Nell’incipit di questo articolo ho citato solo alcuni dei presenti e gli interventi sono stati più approfonditi; per fortuna, perché è giusto affermare che si deve partire dalle idee, ma è proprio sulle idee che “casca l’asino”.
I titoli dei capitoli che hanno scelto gli organizzatori sono promettenti: competitività, salari, welfare, sicurezza, Europa. E -guarda caso- sono proprio i temi su cui gli elettori “riformisti” sono più in sofferenza per il bi-populismo che ha monopolizzato la scena politica. Ma sono anche quelli sui quali la scelta “testardamente unitaria” di Elly Schlein rischia di essere un limite. È pronta la segreteria del PD a fare scelte che potrebbero irritare il partito di Conte è quello della coppia Bonelli-Fratoianni? Sono pronti i riformisti del PD riunitisi a Milano a incalzare la leadership del partito nel quale “testardamente” militano?
Per uscire da ogni ambiguità, per essere “testardamente credibili” (rubo la locuzione a Walter Verini) bisogna andare oltre i titoli.
Ecco perché consiglio di non fermarsi alle sintesi giornalistiche e di ascoltare tutti gli interventi per farsi un’idea delle proposte e immaginare le difficoltà a metterle in pratica; per esempio Malpezzi sulla scuola ha fatto un discorso articolato che andava oltre la pur condivisibile e urgente revisione del calendario scolastico della quale ha scritto Lavia nella sua cronaca.
La credibilità passa anche dal coraggio di non selezionare le proposte solo con il criterio che non disturbino troppo gli stakeholders. Anche perché è inutile farsi illusioni: perfino una proposta apparentemente innocua come la revisione del calendario scolastico ha scatenato molte resistenze; lasciatevelo dire da chi qualche anno fa ha promosso (con altri ben più autorevoli di me) un appello in tal senso.
E quindi, che fare? Innanzitutto evitare di farsi portare a spasso per inseguire la semplificazione giornalistica che riduce tutto a uno scontro per la leadership (sia essa di partito o di coalizione poco cambia).
Concentriamoci piuttosto sulle caratteristiche che dovrebbe trasmettere un leader. A Milano le ha sintetizzate per esempio Jonas Store, primo ministro laburista della Norvegia. A suo dire, un leader deve:
1-Prendere sul serio le preoccupazioni dei cittadini
2-Dimostrare che sta cercando di risolverle
3-Accettare il rischio di fare delle scelte e difenderle, anche se non raggiungono al 100% l’obiettivo prefissato
Seconda cosa da non fare è discutere di geometrie, di “composizione dell’alleanza”; che sono cose che interessano solo gli addetti ai lavori (e nemmeno tutti!), ma anche perché fino a quando non sarà chiaro con quale legge elettorale voteremo sarebbe un ragionamento campato per aria.
Terza cosa da non fare è conseguente alle prime due: non lasciare che iniziative come quelle di Milano o altre che l’hanno preceduta o la seguiranno vengano bollate come “lavori in corso per una nuova corrente”. Gli osservatori ci proveranno perché sono abituati a leggere in quella chiave tutti i movimenti interni al centrosinistra: il sommario dell’articolo di Daniela Preziosi per Il Domani di sabato 5 ottobre è proprio «A Milano nasce la nuova corrente della minoranza del partito». Anche i dirigenti del PD vicini alla Schlein potrebbero essere tentati di liquidarle così per non doversi confrontare con idee diverse dalle proprie. Ma è una lettura che è interesse di tutti non avvalorare.
Codesto solo possiamo dirti? Ciò che non siamo, ciò che non vogliamo? Lasciamo all’ermetismo del grande poeta genovese la pars destruens e proviamo a azzardare una ipotesi di lavoro.
Che fare mentre lo scenario si forma compiutamente e le donne e gli uomini di buona volontà continuano a riempire di contenuti quei capitoli, avendo come faro i bisogni dei cittadini e come orizzonte il “programmismo strategico” proposto da Alberto Bianchi.
Lavia conclude il suo articolo riportando il “monito” della On. Pina Picierno: «Serve chiarezza anche dentro il Pd e non bisogna avere paura di fare questa chiarezza. […] Non abbiamo paura di discutere, di confrontarci su cosa deve essere il Pd».
Già, il PD. Non si può prescindere dal PD. E in particolare, per quanto ci riguarda, dei riformisti che sono nel PD e che l’articolo di Lavia descrive come motori di un possibile cambiamento.
Agli amici riunitisi a Milano mi permetto di avanzare lo stesso invito che ho scritto in un altro articolo per questo sito: cosa deve essere il PD? Deve semplicemente tornare a essere il PD. E se proprio non ci si riesce, l’obiettivo minimo è che la coalizione torni a essere un po’ più simile all’Ulivo di Prodi.

Esperto di politiche per l’Education, ha lavorato nell’azienda che ha fondato fino a quando non ha ricoperto incarichi di rilievo istituzionale. Approdato al MIUR con il Sottosegretario Reggi, è stato Capo della Segreteria dei Sottosegretari Reggi e Faraone e ha lavorato nella Segreteria del Ministro Valeria Fedeli. Ha collaborato alla stesura de La Buona Scuola, il “patto educativo” che il Governo Renzi ha proposto al Paese. Ha scritto di politica scolastica su Europa, l’Unità e su riviste on line del settore. Il suo blog è Champ’s Version