LibertàEguale

Digita parola chiave

D’Alema? Sembrava liberale

Alessandro Maran sabato 13 Settembre 2025
Condividi

di Alessandro Maran

 

Sarà che sta scattando, forse in risposta al clima minaccioso che incombe, un equivalente politico del meccanismo di difesa inconscio che ci fa tornare a comportamenti, parole d’ordine e schemi ideologici di stagioni remote. O piuttosto sarà che, come il cellario Remigio da Varagine del ‘Nome della Rosa’, “dopo una vita di incertezze, entusiasmi e delusioni, viltà e tradimenti”, abbiamo deciso di professare la fede della nostra giovinezza, senza più chiederci se fosse giusta o sbagliata, ma quasi per mostrare a noi stessi che siamo capaci di qualche fede; fatto sta che sono ormai in parecchi a “smantellare le impalcature messe su frettolosamente nell’euforia degli anni Novanta e a rifugiarsi nella rassicurante aula magna della loro giovinezza”.
Per meglio chiarire la portata della “regressione”, vale la pena di rileggere l’intervento che Massimo D’Alema, ex premier ed ex segretario dei DS, che la settimana scorsa era a Pechino, alla corte di Xi Jinping con il gotha dell’anti-Occidente, pronunciò in occasione del 50° anniversario della Nato. Quando, dal 23 al 25 aprile 1999, i capi di Stato e di governo dell’Alleanza atlantica si riunirono a Washington per celebrare il 50° anniversario della firma del trattato istitutivo dell’Alleanza, toccò a Massimo D’Alema rendere omaggio, nella stessa sala in cui venne firmato il Trattato Nord Atlantico, a un risultato eccezionale: cinque decenni di pace e di sicurezza in Europa. Allora D’Alema era il capo del governo e indossava i panni atlantici che poi ha dismesso. “Il primo mezzo secolo di vita, mezzo secolo di pace e di sicurezza in un’Europa che in questo secolo ha vissuto due devastanti guerre mondiali, è un grande successo per l’Alleanza atlantica. Ma la Nato che oggi celebriamo è stata ed è ancora molto di più. È l’Alleanza politica che contribuisce a sostenere i valori condivisi della democrazia, della libertà, del rispetto dei diritti umani e dello stato di diritto. Questi sono i valori che ci uniscono, questi sono i valori che devono essere alla base di un nuovo ordine mondiale”, esordì Massimo D’Alema. “Sono questi i valori che hanno prevalso nella lunga sfida della Guerra fredda. Oggi questa sfida è ancora aperta, anche se in modo nuovo, e la Nato è chiamata a nuovi compiti e nuovi progressi”, precisò l’allora presidente del Consiglio italiano: “L’Alleanza del XXI secolo sarà molto più grande di oggi. Abbiamo tutti accolto con amicizia i nostri nuovi alleati, Polonia, Ungheria, Repubblica Ceca. Questi nuovi alleati si sono uniti alla comunità delle democrazie ma non dobbiamo dimenticare altri popoli, altri paesi che guardano con fiducia all’Alleanza atlantica e sperano che le nostre porte rimangano aperte”.
La Nato, sottolineò l’allora capo del governo, “è diventata sempre più una forza collettiva per la pace, la stabilità e la sicurezza, una comunità che difende i diritti umani ed è coerente con i principi della legalità internazionale, una forza in grado di cooperare con le istituzioni internazionali, l’Onu e l’Osce, in grado di sviluppare una forte cooperazione con la Russia, l’Ucraina e gli altri paesi con i quali intendiamo cooperare per la pace. L’Unione europea deve assumersi sempre più le proprie responsabilità in seno all’Alleanza”, ribadì perciò D’Alema. “Più lo farà, più la Nato sarà ancorata a una partnership transatlantica condivisa ed equilibrato, un’Europa più unita e più forte, accanto a un’America amica che è una potenza indispensabile per la nostra sicurezza e per la pace nel mondo”. D’Alema si soffermò inoltre sulla “sfida difficile” che allora stava affrontando l’alleanza: “È stato necessario ed è ancora necessario usare di nuovo la forza in Europa per costruire una pace giusta”.
Raccontò di aver visitato il confine tra Kosovo e Albania e di essere stato con i volontari italiani che in loco accoglievano e assistevano i rifugiati: “Con i miei occhi ho visto i trattori, ho visto le donne, i bambini e gli anziani, ho visto queste persone ferite nei loro corpi, private di tutto, non solo dei loro cari, ma perfino dei documenti di identità, le targhe automobilistiche erano state strappate dalle loro auto in modo da cancellare qualsiasi collegamento con la loro patria e le loro case. Non avremo pace finché queste persone non saranno in grado di ritornare a casa in pace e serenità, come rispettati cittadini del loro paese, e non avremo pace finché i soldati che li hanno mandati via non saranno respinti. Questo è il nostro impegno e per questi obiettivi e valori l’Italia svolgerà il suo ruolo all’interno dell’Alleanza. Sarà un alleato forte e sincero, capace di assumersi le proprie responsabilità”, concluse.
Il D’Alema blairiano e liberale, si sa, è durato poco. Ma al tempo della guerra in Kosovo, D’Alema ha insistito giustamente insieme a tutta la sinistra europea per proteggere i diritti umani e fermare la pulizia etnica del regime di Milosevic. Vederlo ora parlare da Pechino con gli ideogrammi cinesi in sovrimpressione, schierato, ai margini della parata della vittoria, con uno come Xi che i diritti umani li calpesta quotidianamente, suscita più tristezza che rabbia. Ci ha preso in giro e le cose che raccontava mentre era al governo o dirigeva il partito erano un mucchio di balle. Ma come ha osservato argutamente Andrea Romano, il problema non è D’Alema in sé, ma il D’Alema che è dentro di noi. Se D’Alema possiamo liquidarlo con un pernacchio (nel caso nostro, come raccomandava il grande Eduardo, il pernacchio deve essere di testa e di petto, cioè di cervello e passione), dobbiamo fare i conti col fatto che in una parte della sinistra c’è sempre stata questa attrazione per il “contrario dell’Occidente”. Non è un caso, insomma, che mentre Putin invade e bombarda, ci sia parecchia gente convinta che siamo noi a volere la guerra, che sia l’Occidente a doversi fermare e che il nemico sia chi arma chi resiste e non chi invade con missili e cannoni.
“La verità è che non volevate conoscerci. Non volevate vederci”, ha scritto Péter Nádas, uno dei più importanti scrittori ungheresi, nel 1999 in un famoso articolo per Die Zeit, lamentando “il selvaggio matrimonio con le dittature”. “La verità è che gli Stati liberali hanno dimenticato il prezzo morale che pagarono per ottenere la coesistenza pacifica (…) Avevano vissuto in concubinato con un sistema la cui realtà non vollero apprendere allora e non intendono apprendere oggi. Quasi non si erano accorti, presi com’erano dalla pur legittima paura di una terza guerra mondiale, che dietro la cortina di ferro esisteva gente che aveva dovuto far proprie non solo le ragioni della coesistenza, ma anche quel che discendeva da tali ragioni: l’accettazione della necessità fatale della dittatura, e del suo permanere”.
Resta perciò da chiedersi: i punti indicati a Washington da D’Alema sono ancora validi o, come è arrivato a dire un notabile della borghesia italiana come Carlo De Benedetti, la resistenza ucraina è “un danno per il mondo”? Possiamo lasciare che in Europa si torni a un sistema dove i confini sono disegnati con la forza e dove la guerra è un modo accettabile per espandere la propria influenza? Possiamo tornare alla “accettazione della necessità fatale della dittatura e del suo permanere”, cioè all’inevitabilità della schiavitù? L’obiettivo di Mosca (e di Pechino) è quello di ridefinire l’equilibrio tra gli attori. Ma il mondo non è una specie di Risiko in cui le distanze e le differenze valoriali e normative non meramente geografiche non contano nulla perché si ritiene non siano abbastanza potenti. E gli esseri umani non sono marionette nelle mani dei potenti e quando lo decidono possono mandare all’aria i loro disegni e influenzare il corso della storia. Di fronte all’aggressione di Putin, gli ucraini hanno scoperto di essere pronti a combattere per un principio, per l’idea che tocca a loro scegliere il proprio destino. Spetta a noi decidere se vogliamo continuare ad aiutarli e, insieme, se vogliamo difendere quel mondo occidentale di cui facciamo parte.
Pubblicato su L’Altravoce, 11 settembre 2025
Tags:

Lascia un commento

L'indirizzo mail non verrà reso pubblico. I campi richiesti sono segnati con *

Privacy Preference Center

Preferenze

Questi cookie permettono ai nostri siti web di memorizzare informazioni che modificano il comportamento o l'aspetto dei siti stessi, come la lingua preferita o l'area geografica in cui ti trovi. Memorizzando l'area geografica, ad esempio, un sito web potrebbe essere in grado di offrirti previsioni meteo locali o notizie sul traffico locale. I cookie possono anche aiutarti a modificare le dimensioni del testo, il tipo di carattere e altre parti personalizzabili delle pagine web.

La perdita delle informazioni memorizzate in un cookie delle preferenze potrebbe rendere meno funzionale l'esperienza sul sito web ma non dovrebbe comprometterne il funzionamento.

NID

ad

Statistiche

Google Analytics è lo strumento di analisi di Google che aiuta i proprietari di siti web e app a capire come i visitatori interagiscono con i contenuti di loro proprietà. Questo servizio potrebbe utilizzare un insieme di cookie per raccogliere informazioni e generare statistiche sull'utilizzo dei siti web senza fornire informazioni personali sui singoli visitatori a Google.

__ga
__ga

other