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Dazi: una tassa mascherata imposta a imprese e cittadini americani

Alessandro Maran venerdì 1 Agosto 2025
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di Alessandro Maran

 

Domenica gli Stati Uniti e l’Europa hanno fatto un passo indietro dall’orlo di una guerra commerciale, annunciando un accordo che evita un’escalation di rappresaglie che potrebbe causare danni maggiori a entrambe le economie. Ma sono in pochi a esultare. Molti commenti mettono in rilievo il mix di due elementi: da un lato, il successo nell’evitare una disastrosa guerra commerciale e, dall’altro, la capitolazione europea.
“Gli Stati Uniti e l’Unione Europea hanno evitato lo scenario peggiore”, scrive David Goldman, caporedattore di CNN Business. “Il quadro normativo ha portato un senso di sollievo ad entrambe le parti, ma pochi stanno esultando per l’accordo in sé”, osserva Goldman. “L’accordo, che stabilisce un dazio del 15% sulla maggior parte dei prodotti europei che entrano negli Stati Uniti, è superiore al dazio del 10% introdotto da Trump il 2 aprile e significativamente superiore alla media di circa l’1,2% precedente alla presidenza di Trump. Ma è significativamente inferiore alle cifre enormi che Trump aveva minacciato in caso di mancato raggiungimento di un accordo” (https://edition.cnn.com/2025/07/27/business/eu-trade-deal). Inoltre, un elenco di prodotti dell’UE sarà esentato dai dazi statunitensi e l’UE ha promesso di acquistare una maggiore quantità di prodotti americani selezionati.
Il corrispondente di Le Monde da Bruxelles, Elie Allan, concorda, scrivendo: “Di fronte a due mali, i 27 Stati membri dell’UE hanno scelto il minore: un compromesso sbilanciato a favore degli Stati Uniti piuttosto che rischiare una guerra commerciale su vasta scala dalle conseguenze imprevedibili” (https://www.lemonde.fr/…/droits-de-douane-l-union…). Le velleità europee si sono gradualmente dissolte, scrive Allan. Le speranze di una zona di libero scambio tra Stati Uniti e Unione Europea, e poi di un dazio del 10%, sono svanite all’inizio di questo mese, quando Trump ha minacciato un’aliquota del 30% (superiore al 20% che aveva minacciato ad aprile). Sul Financial Times, Andy Bounds, Henry Foy e Ben Hall scrivono che l’UE “ha ceduto al rullo compressore tariffario” di Trump reagendo troppo lentamente alle minacce del presidente americano all’inizio di quest’anno. Una rapida ritorsione, insieme alle minacce tariffarie anti-USA di Cina e Canada subito dopo la serie di annunci tariffari di Trump del 2 aprile, il “Giorno della Liberazione”, sarebbe stata una manovra più aggressiva per scuotere i mercati e fare pressione su Trump affinché facesse marcia indietro, osservano i giornalisti del FT (https://www.ft.com/…/85d57e0e-0c6f-4392-a68c-81866e1519c3).
Eppure, come sostiene Fabio Sabatini, l’umiliazione politica per l’UE è una lettura parziale e in gran parte fuorviante (https://fabiosabatini.substack.com/…/un-pareggio…). Secondo la redazione del Wall Street Journal, il presidente degli Stati Uniti avrà la sua amata tariffa doganale del 15%, ma poco altro dall’Europa: “Purtroppo, l’accordo non sembra affrontare le principali controversie commerciali degli Stati Uniti con l’Europa, come le tasse digitali, le normative punitive contro le aziende tecnologiche statunitensi e false norme sulla sicurezza alimentare, come le restrizioni sugli OGM e i divieti sulla carne bovina statunitense trattata con ormoni. Né impone agli europei di pagare di più per i farmaci, una delle rimostranze di lunga data di Trump. Trump sembra aver abbandonato questi obiettivi a favore dei suoi amati dazi doganali, che consistono in un aumento delle tasse sui consumatori e sulle imprese americane, comprese le importazioni di prodotti farmaceutici e i loro ingredienti. Far pagare di più agli americani per i farmaci attraverso i dazi è uno strano modo di punire l’Europa per i suoi controlli sui prezzi che le hanno permesso di sfruttare a proprio vantaggio l’innovazione farmaceutica americana” (https://www.wsj.com/…/trump-and-the-eu-dodge-a-trade…).
Il fatto è che sui dazi pesano diversi grandi equivoci. L’amministrazione Trump presenta i dazi come una vittoria per l’economia americana, un modo per “riequilibrare” la bilancia commerciale. Ma, come spiega Tommaso Monacelli (professore ordinario di Economia all’Università Bocconi di Milano) su lavoce.info, i primi a pagare sono le aziende e i consumatori americani. In più c’è una partita di giro fiscale nascosta.
“Imporre un dazio del 15 per cento sulle importazioni da una delle economie più avanzate, diversificate e competitive del mondo, come l’Unione europea, significa aumentare del 15 per cento il prezzo di quei prodotti per chi li acquista negli Stati Uniti. In pratica, è una tassa aggiuntiva a carico dei consumatori americani e delle imprese americane che importano”, scrive Monacelli. “L’amministrazione Trump ha spesso rivendicato l’aumento delle entrate da dazi doganali. Ma chi paga veramente queste entrate? Di certo, non l’impresa italiana che esporta formaggio grana negli Stati Uniti. Nei registri doganali, il soggetto tenuto al pagamento del dazio è l’importatore americano – ad esempio, la “American Cheese Importers LLC”, con sede in New Jersey – un’azienda che impiega lavoratori americani, paga tasse americane e fa parte della catena produttiva nazionale. La “American Cheese Importers LLC” potrà decidere di ribaltare il costo del dazio sul prezzo finale del prodotto: in tal caso, a pagare sarà il consumatore americano che troverà il grana più caro al supermercato di Chicago o New York. Oppure, potrà assorbire il maggior costo comprimendo i propri margini di profitto: in tal caso, a pagare sarà l’impresa americana stessa, con possibili ricadute su investimenti e occupazione.L’esportatore italiano, in tutto ciò, può essere colpito solo indirettamente: se riduce il prezzo per rimanere competitivo, subisce un taglio ai ricavi; se la domanda dei consumatori americani si sposta verso prodotti alternativi non colpiti da dazio (ad esempio, il formaggio olandese), perde quote di mercato. Ma non è lui a pagare materialmente l’imposta. La tesi dell’amministrazione Trump, quindi, che il resto del mondo stia elargendo denaro agli Usa attraverso i dazi è semplicemente falsa”. In più c’è una “partita di giro” fiscale nascosta. “La recente riforma fiscale dell’amministrazione Trump, il cosiddetto ‘Big Beautiful Bill’, ha fortemente ridotto le tasse sui redditi alti e sulle imprese, generando un forte disavanzo nei conti pubblici americani. Una parte di quel disavanzo sarà compensata proprio con l’aumento delle entrate doganali da dazi. In sostanza, si sono ridotte le imposte per le fasce più alte della popolazione e le grandi corporation, aumentando al contempo la pressione fiscale – seppure indiretta – sui consumatori americani e sulle imprese americane che importano beni dall’estero. E quando questi rincari si riflettono nei prezzi al consumo, l’inflazione agisce come una tassa regressiva: colpisce tutti, ma in modo più pesante chi ha redditi più bassi. L’aumento dei dazi Usa sull’Ue non è una strategia ‘patriottica’ che colpisce gli stranieri. È una tassa mascherata imposta a imprese e cittadini americani che, spesso inconsapevolmente, ne subiscono gli effetti diretti e indiretti, in termini di minore possibilità di scelta. Difficile sbandierare tutto ciò come una ‘vittoria di Trump’. Forse è una vittoria individuale del Trump ‘politico’, ma certamente non degli Stati Uniti come paese e come economia” (https://lavoce.info/…/sui-dazi-di-trump-pesano-due…/).
Restano molti dubbi, comunque, sul fatto che il dramma commerciale tra Stati Uniti e Unione Europea sia davvero finito. Allan di Le Monde scrive: “Cosa succederà adesso? ‘Se raggiungiamo un accordo oggi con l’Unione Europea, sarà finita’, ha promesso Trump a Turnberry. ‘Credo che passeranno almeno diversi anni prima di doverne discutere di nuovo’. Eppure gli europei rimangono diffidenti. Perché se c’è una caratteristica che credono di aver individuato nel successore di Joe Biden, è la sua imprevedibilità” (https://www.lemonde.fr/…/droits-de-douane-l-union…). The Economist concorda. Le esenzioni tariffarie di Trump per alcune esportazioni dell’UE entreranno in conflitto con le regole dell’Organizzazione Mondiale del Commercio, scrive, e l’accordo deve ancora essere approvato dagli Stati membri dell’UE. Inoltre, sottolinea la rivista, “Trump potrebbe ancora aumentare i dazi su alcuni prodotti. Il presidente, ad esempio, continua a preoccuparsi dei prezzi dei farmaci e vorrebbe che gli americani pagassero meno. È in corso un’indagine sulle importazioni di prodotti farmaceutici americani, che potrebbe comportare l’imposizione di dazi sui farmaci prodotti all’estero, con conseguenti danni a Danimarca e Irlanda. Inoltre, non si sa se potrebbero presentarsi ulteriori minacce tariffarie, se e quando il presidente sarà nuovamente scontento. Per ora l’Europa ha raggiunto la pace commerciale. Ma la passione di Trump per i dazi non conosce limiti” (https://www.economist.com/…/europe-averts-its-trumpian…).
Il Podcast, avverte lavoce.info, è generato con l’intelligenza artificiale sui contenuti dell’articolo di Tommaso Monacelli, supervisionato e controllato dal desk del giornale on-line d’informazione economica (https://open.spotify.com/episode/5d6pX0RgNpco1Nz1M0SAl5…).
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