Sono emerse piccole proteste e anche i notiziari hanno iniziato a parlare più apertamente delle sofferenze. Anche l’opinione pubblica sta cambiando? Sul New Yorker, Ruth Margalit scrive che gli israeliani hanno iniziato a confrontarsi con la crisi alimentare a Gaza, che si è sviluppata poiché Israele limita i flussi di aiuti umanitari nel territorio (https://www.newyorker.com/…/israelis-are-starting-to…).
Alcuni giornalisti israeliani si sono sentiti in dovere di promuovere una narrazione positiva sulla guerra, e la linea dominante è da tempo che non ci sia alcuna crisi alimentare a Gaza, ma solo una campagna di propaganda di Hamas, scrive Margalit. Ma ora i giornalisti hanno iniziato a sentirsi più liberi di affrontare la questione della fame, in particolare dopo che una discussione trapelata su WhatsApp tra giornalisti ha portato alla luce opinioni discordanti, come racconta Margalit. Notevoli momenti di critica sono emersi in TV. Tuttavia, Margalit scrive che, sebbene il dibattito stia cambiando, “non è ancora chiaro se il riconoscimento della crisi segni un vero punto di svolta o semplicemente un’occasione per concessioni momentanee” da parte del governo israeliano.
Per quanto riguarda i piani di Israele per Gaza, Netanyahu ha annunciato all’inizio di questo mese che lo Stato ebraico intende assumere il pieno controllo del territorio, prima di consegnarlo a un’autorità civile diversa da Hamas (https://edition.cnn.com/…/israel-full-conquest-gaza-key…). Ciò rispecchia quel che John Calabrese del Middle East Institute definisce il nuovo “massimalismo” militare di Israele: la sensazione che, dopo gli attacchi del 7 ottobre 2023, Israele non possa continuare a “tagliare l’erba” con operazioni periodiche e limitate per indebolire (ma non eliminare) nemici radicati come Hamas. Calabrese scrive: “In sostanza, Israele sta cercando di sostituire un ‘taglio dell’erba’ localizzato e ciclico a Gaza con una campagna massimalista e risolutiva, espandendo al contempo il concetto a livello regionale per degradare costantemente una costellazione di proxy iraniani attraverso azioni periodiche e limitate. Questo approccio stratificato riconosce sia i limiti politici che quelli militari in Libano [patria di Hezbollah] e in Iran, ma aumenta il profilo di rischio regionale complessivo, rendendo il contesto strategico più instabile e imprevedibile di prima” (https://www.mei.edu/…/post-oct-7-divergent-paths…).
Gli israeliani sembrano tuttavia scettici sul fatto che l’estensione della guerra riporterà a casa gli ostaggi rimasti e otterrà la vittoria, scrive Dahlia Scheindlin, sondaggista e consulente politica di Tel Aviv, in un articolo su Foreign Affairs. Ma il political consensus israeliano non offre molte speranze per una pace duratura con i palestinesi, per non parlare della creazione di uno Stato. Scheindlin scrive: “Se Netanyahu perdesse le prossime elezioni, la sua caduta porterebbe un’ondata di sollievo tra molti israeliani in patria e all’estero per aver rimosso i rozzi populisti e i fondamentalisti religiosi che apertamente dichiarano le loro intenzioni di distruggere e affamare la popolazione di Gaza e di annettere il territorio. Ma è improbabile che un nuovo governo faccia molti più progressi del suo predecessore verso una pace duratura, giusta o fattibile con i palestinesi, o per affrontare le dinamiche sottostanti dell’occupazione che hanno portato a così tanti conflitti. Al contrario, la situazione continuerà ad alimentare sogni espansionistici in Israele e probabilmente continue e più gravi escalation militari” (https://www.foreignaffairs.com/…/israels-emerging…).
Già senatore del Partito democratico, membro della Commissione Esteri e della Commissione Politiche Ue, fa parte della presidenza di Libertàeguale. Parlamentare dal 2001 al 2018, è stato segretario regionale dei Ds del Friuli Venezia Giulia.
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