di Enrico Morando
1- C’è, per l’Europa, un problema sicurezza? C’è una reale minaccia che incombe sull’Italia e sull’Europa? La risposta del vertice Nato di giugno è stata inequivocabile: “la Russia costituisce una minaccia di lungo periodo per la sicurezza dell’Europa“. Quella della Nato non è una risposta attendibile? Non è la Nato quella che, da anni, “abbaia alle porte della Russia“, per usare un giudizio tanto storicamente infondato quanto autorevole? Vediamo allora come risponde Sven Mikser, responsabile Difesa del gruppo parlamentare dei Socialisti e dei Democratici Europei: “la linea del centrosinistra, della famiglia socialdemocratica in Europa, è quella di prendere molto sul serio le minacce, sia esterne, sia interne“. Lo stesso giudizio dell’intero Gruppo parlamentare, in un suo documento ufficiale: “ la sicurezza dell’Europa richiede investimenti immediati, sostanziali e congiunti. Il Piano Rearm UE è un punto di partenza”.
È la nostra famiglia politica a dirci che la minaccia è un dato della realtà: avremmo dovuto prenderne atto almeno da 11 anni (Crimea 2014). E saremmo stati comunque in ritardo: Umberto Ranieri ci ha appena ricordato che Putin ha esposto molto chiaramente, a partire dal 2007, i termini essenziali della sua nuova dottrina strategica, sostanzialmente ispirata all’obiettivo di ricostruire con le armi una vasta “area di influenza“, in un disegno imperiale che ripropone la logica che è stata prima dello zarismo e poi dell’Unione Sovietica. Parole da non prendere troppo sul serio? Propaganda di regime a fini interni? Al contrario: prende avvio in quegli anni un processo di trasformazione dell’economia russa in economia di guerra (di aggressione), fino al 2025, quando il bilancio russo della Difesa ammonterà al 7,7% del Pil (+12% rispetto al 24).
Perché abbiamo atteso così a lungo? Sostanzialmente, per mantenerci nella comfort zone di un presente che non c’è più da almeno due decenni. Una comodità difficile da abbandonare. Meglio cullarci nell’idea che non ci fosse una reale minaccia. E che, anche se ci fosse stata… ci avrebbero pensato gli americani, come hanno sempre fatto, dal 1945. E poi, perché la Russia dovrebbe minacciarci, visto che la sua economia è dominata dall’industria estrattiva e noi siamo il miglior mercato di sbocco per il suo gas e il suo petrolio? Le indagini demoscopiche fanno emergere da tempo -in Europa e, in particolare, in Italia- una certa stanchezza dell’opinione pubblica per i sacrifici imposti dall’esigenza di aiutare la resistenza Ucraina. Bisognerà dire chiaro che non abbiamo alcun diritto di stupirci: se quella stanchezza c’è, è perché abbiamo troppo a lungo evitato di guardare in faccia le gigantesche novità che venivano emergendo. È perché non abbiamo svolto -come attori politici, sociali e culturali- il compito che è nostro: antevedere il proporsi di un rischio strategico e indicare per tempo al Paese le vie, per quanto difficili da praticare, per reagirvi.
Per svegliarci da questo lungo sonno c’è voluta la brutale invasione dell’Ucraina. Lo ha reso chiaro il cancelliere Merz: “l’esito della guerra in Ucraina determinerà se la legge e l’ordine continueranno a prevalere in Europa, oppure se prevarranno la tirannia, la forza militare e il puro diritto del più forte“.
Possiamo a questo punto trarre una prima conclusione: la minaccia è reale ed è di tipo strategico. Nell’immediato essa si sostanzia nel tentativo di cancellare dalla carta politica dell’Europa l’Ucraina. Dunque, l’Europa deve reagire su entrambi i fronti: quello strategico, per mettersi in grado di scongiurare la “minaccia di lungo periodo”; e quello immediato, per impedire che Putin prevalga nella guerra che ha scatenato contro l’Ucraina. In buona sostanza: da un lato, costruire un’effettiva capacità di deterrenza ( ancora Merz: “la forza scoraggia gli aggressori; la debolezza invita gli aggressori“); dall’altro lato (e subito, per tutto il tempo necessario): aiuti massicci alla resistenza Ucraina, che combatte anche per noi. Per quanto siano due azioni distinte, il piano Rearm EU e gli aiuti militari all’Ucraina sono due facce della stessa medaglia.
C’è un piccolo paese europeo, la Lettonia (che di minaccia russa se ne intende), che ha messo queste due esigenze a base di un piano, fondato su tre pilastri:1-potenziamento della difesa Nato e del suo pilastro europeo; 2-indebolimento dell’apparato bellico russo; 3-sostegno totale all’Ucraina.
In Italia, la sinistra sembra esitare: vota a favore dell’invio di aiuti all’Ucraina, sia pure con qualche mal di pancia; ma appare incerta sulla costruzione di un’effettiva capacità di deterrenza. Non dobbiamo sottovalutare né il primo, né il secondo aspetto. Il primo dobbiamo sempre ricordarlo, perché alla fine sono gli atti compiuti a contare, non solo le parole: il voto di gran parte delle forze del centrosinistra italiano si è sempre indirizzato a sostenere la scelta giusta. Il secondo, si è sostanziato in una frase della Segretaria del PD: “noi non siamo con Trump e il suo falso pacifismo e non siamo con l’Europa per continuare la guerra“. E come se vedessimo l’oggi e le esigenze che ci propone (Ucraina), ma fossimo incapaci di collocarlo in un disegno di futuro che faccia i conti con la realtà: 1-la Russia ci minaccia; 2-l’Amministrazione USA cerca un disimpegno e non è più disposta a farsi carico della nostra sicurezza. Il combinarsi di queste due sconvolgenti novità provoca incertezza, contraddizioni e oscillazioni in tutti gli attori, tra paura, calcolo e simulazione. Come ho scritto la rivista Le Grand Continent, usando un’immagine di Tacito, è una situazione simile a quella in cui si dibattono -alla morte di Augusto e mentre sta emergendo Tiberio-, senatori e popolo di Roma: “fingebant, simul credebantque”. Fingevano e subito credevano alle loro finzioni.
Questa incertezza -che non c’è solo in Italia- può spiegare le contraddizioni che emergono dai dati della realtà: secondo l’autorevole istituto Kiel, l’assistenza militare dei Paesi europei all’Ucraina ammonta, dal 2022, ad oltre 80 miliardi di euro. Quella degli Stati Uniti d’America, sempre dal 22, a soli 65 miliardi. Chi avrebbe potuto prevedere una reazione di queste dimensioni, soltanto pochi anni fa? Non è dunque fondato il giudizio secondo il quale, in buona sostanza, l’Europa non vuole e non è in grado di fare alcunché. L’Unione Europea può fare moltissimo, come è dimostrato dal fatto che ha già fatto molto. Ciò che manca all’Unione Europea è un Piano: qualcosa tra il progetto della Lituania e il disegno che emerge dai rapporti Draghi e Letta, così da connettere coerentemente attiva solidarietà all’Ucraina e costruzione di un’effettiva capacità di deterrenza (quella che sola può convincere Putin a non provare mai più). Questo deficit strategico ha pesanti ripercussioni anche sulla conduzione del sostegno militare a Kiev. Come dimostra la vicenda del “prestito di riparazione”. È il progetto di usare gli attivi congelati della Russia, che ammontano a 140 miliardi di euro, per finanziare la resistenza ucraina. Uno strumento fondamentale per l’indebolimento dell’apparato bellico russo. Belgio e Lussemburgo sono, comprensibilmente, contrari (sarebbero loro a pagare sanzioni comminate da tribunali internazionali cui la Russia potrebbe rivolgere un ricorso). La Francia è a sua volta assai dubbiosa. Mette Frederiksen, l’energica premier socialdemocratica danese che guida uno dei Paesi maggiori contributori a favore dell’Ucraina, ha detto: “ Comprensibile che ci siano dubbi e interrogativi… Ma qual è l’alternativa? L’Ucraina non può farcela da sola. Tocca al resto d’Europa. Non ho sentito altre idee che abbiano altrettanto impatto“. Come uscire da questa impasse? Se si ha chiaro il rapporto tra aiuti immediati all’Ucraina e strategia per la deterrenza europea, la risposta può essere solo una: l’ Unione, con l’aggiunta del Regno Unito, fornisca a Belgio e Lussemburgo la garanzia necessaria.
2- Può L’Unione Europea uscire dall’incertezza tra il già e il non ancora, mettendosi in grado di affrontare il tema cruciale: la costruzione di un’effettiva e autonoma capacità di deterrenza? Può, se fa i conti col suo limite strutturale: in ambiti come quello della politica estera e di sicurezza, deve prendere decisioni all’unanimità. Ci sarà sempre un governo nazional-sovranista pronto ad usare il diritto di veto di cui dispone. Lo vediamo bene in Italia, con la Presidente Meloni: ha fatto scelte coerenti e coraggiose per aiutare l’ucraina. Non è – o, almeno, non è più- amica di Putin, ma resta prigioniera della cultura politica sovranista: “ La mia idea di Europa non prevede il voto a maggioranza. Non torno indietro“. È una posizione chiara, che mette in luce quale sia il vero fondamento delle incertezze di Meloni sul tentativo dei “volenterosi“. Vorrebbe (si rende conto che è l’unico fattore dinamico presente oggi in Europa: in prospettiva, aiuta a superare la Brexit e accelera il cammino per dotarsi di un effettivo potere di deterrenza); ma non può (è il principale leader dei nazional-sovranisti, che fanno del diritto di veto -a ragione, dal loro punto di vista-, una questione di sopravvivenza). Ecco un rischio reale cui la leadership di Meloni espone l’Italia e l’Europa intera: poiché il diritto di veto impedisce all’Unione di affrontare e sciogliere il nodo strategico della costruzione di un’effettiva capacità di deterrenza, la difesa a oltranza di questo istituto espone i cittadini europei all’insicurezza originata dalla minaccia russa. Su questa scelta del Governo vale davvero la pena, per l’opposizione, di scatenare una dura offensiva politica.
Due frasi -la prima di Mario Draghi, la seconda di Jacques Delors- esprimono bene sia la natura del problema, sia il carattere processuale delle soluzioni. Non ha senso -anzi, è un grave errore politico-, mettere in contrasto l’aspirazione alla riforma federalista a tutto tondo -nella materia di cui ci stiamo occupando: l’esercito europeo- e l’urgenza di soluzioni parziali e realistiche: o esercito europeo o niente è solo un altro modo di dire: niente.
Mario Draghi: “ Le sfide riguardano ambiti come la difesa, la sicurezza energetica e le tecnologie avanzate, che necessitano di una scala continentale e di investimenti condivisi. E in alcuni di questi ambiti, come la difesa e la politica estera-necessitano di un grado più elevato di legittimità democratica. La nostra confederazione non è più in grado di rispondere a queste esigenze.” Ecco in cosa consiste il “federalismo pragmatico” di cui parla Draghi: c’è bisogno dei “volenterosi”. Sono quelli che partono e aprono una strada: gli altri, se vorranno, seguiranno. Non si tratta di una novità: molte delle innovazioni più radicali nel processo di aggregazione europea sono cominciate così: ancora oggi, solo 21 Paesi usano l’Euro. Solo 25 adottano Shengen… È la dimostrazione che si può procedere per “coalizioni attorno a interessi strategici comuni, riconoscendo che le diverse forze dell’Europa non richiedono che tutti i Paesi avanzino allo stesso ritmo“.
Il tema di un “più elevato grado di legittimità democratica” è ben sviluppato da Delors: “l’avanguardia deve essere dotata di proprie istituzioni, costruite sul modello del triangolo istituzionale: la Federazione degli Stati avrebbe il proprio Parlamento, il proprio Consiglio dei Ministri, ma la Commissione rimarrebbe la stessa per tutti, assicurando la coesione tra l’Unione e la sua avanguardia aperta”. È lo stesso tema affrontato qui da Federico Fabbrini, con la proposta di ratificare oggi il Trattato per la Comunità Europea di Difesa (CED), naufragato nei primi anni 50 del novecento per il rifiuto della Francia di portarlo all’approvazione del Parlamento . Per un’associazione come la nostra, si tratta di una ipotesi cui dedicare lavoro di approfondimento e impegno per la mobilitazione dell’opinione pubblica. Potendo contare, in questo caso, anche su di una robusta spinta da orgoglio nazionale: gli italiani De Gasperi e Spinelli furono i principali protagonisti di quel tentativo.

Presidente di Libertà Eguale. Viceministro dell’Economia nei governi Renzi e Gentiloni. Senatore dal 1994 al 2013, è stato leader della componente Liberal dei Ds, estensore del programma elettorale del Pd nel 2008 e coordinatore del Governo ombra. Ha scritto con Giorgio Tonini “L’Italia dei democratici”, edito da Marsilio (2013)