Il contesto è quello che sappiamo.
L’Europa si è trovata – quasi improvvisamente – circondata da predatori (come si dice adesso, v. Giuliano Da Empoli, L’ora dei predatori: in realtà non ancora uscito in Italia, si trova in francese e inglese; l’autore, italo-svizzero, è uno dei maître à penser di maggior successo, suo “Il mago del Cremlino”, in ultimo tradotto in film e presentato a Venezia).
Fra questi predatori, ahimè, la potenza protettrice degli ultimi 80 anni, almeno finché gli USA non si libereranno di Trump. Il che ovviamente ha aggravato terribilmente le cose, non bastasse l’imperalismo guerrafondaio di Putin. Il quale a sua volta, pur indebolito dai costi della guerra che ha scatenato, fa combutta con altri dittatori, relativamente soft come Xi o dichiarati come il dittatore coreano Kim Jong Un.
Al di là di tutte le chiacchiere, ciò che è in pericolo è il nostro modello di vita, è la possibilità per noi e i nostri figli di continuare a godere anche in futuro, magari al prezzo di qualche rinuncia marginale (non si può avere sempre tutto e il contrario di tutto), della più alta qualità della vita che l’umanità sia stata in grado di sviluppare.
Il guaio è che per un simile vasto programma occorrono classi dirigenti all’altezza, stabilità interna e decisioni nel breve anche difficili che solo democrazie decentemente funzionanti possono garantire.
Qui oggi casca l’asino. Primo perché le società europee (ancora al plurale per chissà quanto) si sono scoperte profondamente divise al loro interno; secondo perché non solo l’UE ma anche i singoli maggiori paesi non sono attrezzati a ridurre ad unità questa complessità confusa delle opinioni sempre e comunque contrapposte, alimentata dai social e fomentata dagli “ingegneri del caos”.
Intendiamoci: una democrazia che funziona male e poco è sempre di gran lunga meglio di una non democrazia, di una democratura o di una dittatura che sia soft o dura. Ma certamente rende la difesa di sè stessa dai suoi nemici interni ed esterni più difficile.
Se ci guardiamo intorno il panorama è oggi desolante: quale che sia l’organizzazione attuale dei poteri, quale che sia la legge elettorale, instabilità e impotenza regnano sovrani.
Da Nord a Sud, in Polonia il governo liberaldemocratico di Donald Tusk è bloccato da un presidente trumpiano; in Germania con le migliori intenzioni di Merz governa una maggioranza composita che somiglia sempre di più a quelle italiane di una volta (una volta?); della Francia c’è poco da dire con tre-quattro governi in un anno, un presidente assediato cui è rimasta per ora solo la politica estera (e meno male) e scarse prospettive per l’immediato futuro fra instabilità e debito crescente; nel Regno Unito, il leader laburista Starmer appare sempre più in difficoltà e l’alternativa che si profila è guidata dal capo di quelli che vollero la Brexit (paradossalmente proprio quando la maggioranza degli inglesi sembra essersi convinta che sia stata una disastrosa sciocchezza); in Spagna, governa un primo ministro in parte screditato costretto anche lui ad assicurarsi una maggioranza raccogliticcia (tanto da rifugiarsi nell’irrilevanza sui principali dossier del continente); non parliamo di paesi meno grandi, ma pur importanti per l’UE, come Paesi Bassi e Belgio nei quali pure la consumata arte del compromesso sembra non produrre più la governabilità minima indispensabile. E in tutto questo i consensi ai partiti sovranisti populisti ovviamente crescono.
La domanda, allora, è: cosa devono e cosa possono fare le democrazie europee per recuperare quella efficienza minima al di sotto della quale le sfide interne e internazionali difficilmente potranno essere vinte?