di Piero Giordano
Il Parlamento accelera sul suicidio assistito: criteri rigidi, cure palliative obbligatorie e oneri a carico dei malati. Ma la dignità resta una sfida che va oltre ogni legge.
Tra legge nazionale, diritti diseguali e dignità del malato: serve una scelta alta, non ideologica.
Dopo anni di rinvii, richiami istituzionali e battaglie civili, il Parlamento italiano si prepara – almeno sulla carta – a colmare uno dei vuoti legislativi più delicati e urgenti: quello sul fine vita. Un tema che tocca il cuore dell’etica pubblica, della coscienza individuale e della dignità umana, troppo a lungo lasciato sospeso tra sentenze della Corte costituzionale, iniziative regionali e silenzi legislativi.
Proprio mentre la premier Giorgia Meloni incontrava per la prima volta in udienza Papa Leone XIV, il 2 luglio è cominciato ufficialmente in Senato l’iter del disegno di legge della maggioranza, che promette di dare una cornice normativa alle decisioni più estreme e dolorose. Il testo dovrebbe arrivare in Aula il 17 luglio, con la prospettiva di un confronto parlamentare che si preannuncia aspro e divisivo.
Ma intanto, la vita – e la morte – non aspettano i tempi della politica. Il 17 maggio scorso, Daniele Pieroni, 64 anni, affetto da Parkinson avanzato, ha potuto accedere al suicidio assistito nella propria casa in provincia di Siena, grazie alla legge regionale toscana “Liberi Subito”, approvata l’11 febbraio e impugnata dal Governo.
La Toscana ha agito nel rispetto della competenza concorrente in materia sanitaria, strutturando una norma “cedevole”, pronta a decadere se il Parlamento approverà un testo nazionale. Ma come ha ricordato il costituzionalista Stefano Ceccanti, è difficile che la Consulta abroghi una legge che applica principi già sanciti dalla Corte stessa: «Il governo ha compiuto una mossa ideologica: è debole davanti alla Consulta, che ha fissato i paletti. La vera strada è fare una legge nazionale – anche restrittiva – senza sabotare il quadro giurisprudenziale consolidato».
Eppure, anche questa proposta di legge, annunciata come risolutiva, rischia di creare nuove disparità.
Se da un lato introduce finalmente un perimetro giuridico chiaro, dall’altro restringe le maglie del diritto e sposta gran parte dell’onere organizzativo sulle spalle dei malati e delle famiglie. Il testo stabilisce che l’aiuto al suicidio non potrà in alcun modo essere una prestazione del Servizio sanitario nazionale: medici, strumentazioni e farmaci pubblici non potranno essere impiegati per accompagnare chi sceglie di porre fine alla propria vita. Ciò significa che anche nei casi in cui il Comitato nazionale di valutazione – composto da sette esperti nominati da Palazzo Chigi – dovesse autorizzare la procedura, il paziente dovrà ricorrere a risorse proprie, organizzando in autonomia farmaco letale, assistenza medica e luogo in cui morire.
Un percorso che rischia di diventare, di fatto, un privilegio per chi può permetterselo economicamente. Mentre per molti, la libertà di scelta resterà una possibilità astratta.
Altro nodo cruciale sono le cure palliative. La proposta della maggioranza le considera una condizione imprescindibile, imponendo che siano sempre rese disponibili – pur non potendo essere obbligatorie. Per la prima volta si prevedono poteri sostitutivi del Governo in caso di Regioni inadempienti: se un territorio non garantisce un livello adeguato di cure palliative, il Ministero della Salute potrà nominare un commissario ad acta e fissare obiettivi vincolanti entro sei mesi. È un segnale importante: perché ancora oggi solo il 20-25% dei malati terminali riceve cure palliative effettive, nonostante siano garantite dalla legge 38/2010.
Nel dibattito sul fine vita, le cure palliative non rappresentano un’alternativa ideologica né un compromesso di comodo, ma un approccio clinico e umano capace di restituire dignità alla persona anche quando non c’è più speranza di guarigione. Monsignor Francesco Savino, vicepresidente CEI, ha ricordato che “tra accanimento terapeutico e eutanasia c’è una terza via: le cure palliative”. Ma senza personale formato e investimenti adeguati, nessuna legge potrà bastare.
L’altro punto delicato è l’obiezione di coscienza. Il testo riconosce il diritto del medico a sottrarsi, ma non stabilisce con chiarezza come garantire la continuità dell’assistenza. Il rischio è che in molte strutture pubbliche l’obiezione diventi un ostacolo insormontabile, vanificando la possibilità di accesso ai percorsi di fine vita.
Infine, l’aspetto penale: il nuovo comma 2-bis dell’articolo 580 del Codice penale sancisce che l’aiuto al suicidio non è punibile se il proposito è maturato “in modo libero, autonomo e consapevole”, e se il paziente è inserito in un percorso di cure palliative, affetto da una patologia irreversibile che causa sofferenze intollerabili e dipendente da trattamenti sostitutivi di funzioni vitali.
La proposta governativa non legalizza l’eutanasia e ribadisce il principio dell’inviolabilità del diritto alla vita. Ma il suo rigore rischia di lasciare ai margini chi, pur nel dolore estremo, non rientra nei criteri ristretti fissati dalla norma.
La politica, spesso, ha bisogno di tempo. Ma la sofferenza non attende i calendari parlamentari. La dignità non è un concetto astratto, né un tabù ideologico. È la realtà concreta di chi, in un letto d’ospedale, in una stanza di hospice o nella propria casa, chiede risposte e non proclami.
“Se non sempre si può guarire, sempre si può assistere” – ha detto Mons. Savino. Ed è forse in questa verità semplice che si racchiude il senso profondo di ogni legge sul fine vita. Non si tratta solo di stabilire chi possa decidere e come. Si tratta di non lasciare soli coloro che si interrogano sul senso della propria fine.
Serve una legge, sì. Serve una cornice giuridica nazionale, come chiede la Consulta e come invoca il buonsenso. Ma serve, soprattutto, una cultura della vicinanza, del rispetto, della misericordia. Perché nessuna norma sarà mai abbastanza giusta se non sarà nutrita dalla coscienza viva di un popolo che sa accompagnare, sostenere, ascoltare anche nel dolore.
Perché nel morire, come nel nascere, ci si affida. E chi accompagna ha il dovere di farlo non con strumenti di morte, ma con mani capaci di compassione. La legge potrà fissare regole. Ma la dignità – quella vera – resta sempre nelle relazioni che sappiamo custodire. Fino alla fine. E anche oltre.
Pietro Giordano
