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Franceschini e la mutazione culturale del Pd

Alberto Bianchi venerdì 19 Settembre 2025
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di Alberto Bianchi

 

L’abbandono, nel PD di Elly Schlein, del primato della politica estera sulla politica interna non è prerogativa esclusiva della segretaria e degli schleiniani puri, ma sembra coinvolgere anche chi schleiniano non è mai stato né lo è oggi. L’ultima intervista di Dario Franceschini alla Repubblica, pubblicata il 16 settembre, ne è una chiara e preoccupante testimonianza.
Abbiamo già avuto modo di osservare, in altri commenti e analisi apparsi su Libertà Eguale, come nel Partito Democratico guidato da Elly Schlein si stia consumando una mutazione profonda, che non riguarda soltanto le priorità tematiche, ma investe la gerarchia stessa del pensiero politico e l’architettura strategica del partito. La politica estera, un tempo considerata il fondamento per interpretare e orientare quella interna, è oggi marginalizzata. Non si tratta di una semplice disattenzione, ma di una vera e propria rimozione culturale.
E ripeto: questa deriva non sembra più essere prerogativa esclusiva della falange dei dirigenti schleiniani schierati con la segretaria. Colpisce – ed è forse più grave – anche figure storiche del partito, come Dario Franceschini, che in passato avevano incarnato una visione europeista e multilaterale. Le sue recenti dichiarazioni sono emblematiche di un ripiegamento strategico: Franceschini parla esclusivamente di alleanze interne, di tecniche elettorali, di astensionismo e di leadership radicale. Nessun accenno al contesto internazionale critico in cui l’Italia si trova ad operare: dalla crisi ucraina al Mediterraneo, dalla postura europea nello scenario globale alla necessità di una visione internazionale per affrontare le sfide interne.
La sua affermazione secondo cui “non si vince più con i candidati moderati” e che “serve una mobilitazione identitaria”, pur legittima nel contesto nazionale, ignora completamente il fatto che le dinamiche politiche italiane sono oggi più che mai interdipendenti – e in non pochi casi addirittura dipendenti – da quelle europee e globali. Anche il suo appello elettorale a un campo largo il più largo possibile (scusate il gioco di parole) si muove esclusivamente sul piano aritmetico interno, come se il problema fosse solo quello di mobilitare il proprio elettorato fidelizzato nello scontro con la destra a guida Meloni, e non quello di rispondere a sfide sistemiche che travalicano i confini nazionali.
E non c’è neppure, nel ragionamento di Franceschini, un qualche sforzo di comparazione con realtà e situazioni politiche di altri paesi europei a noi vicini e simili: non alla Francia, ad esempio, dove la crisi politica, con la caduta del governo Bayrou e l’assenza di una maggioranza stabile, mostra chiaramente i rischi gravi di una polarizzazione estrema dello scontro politico come pare volere Franceschini per l’Italia da qui alle prossime elezioni politiche del 2027. Il presidente Macron ha avviato un dialogo per costruire una coalizione repubblicana che eviti lo scontro tra le ali radicali. Non è detto che riesca ma tale tentativo, pur difficilissimo, rappresenta un esempio di responsabilità istituzionale che l’Italia ed una sinistra ragionevole in sintonia con quello che si muove in Europa e nel mondo potrebbero raccogliere e rilanciare nella prospettiva dell’elezioni parlamentari del 2027; non alla Germania, dove pragmatismo, responsabilità nazionale ed europea e rifiuto di una deriva polarizzante radicalizzante hanno consigliato la nascita di una coalizione di governo tra CDU/CSU e SPD, guidata dal cancelliere Friedrich Merz.
Questa assenza di visione e comparazione internazionale in Franceschini, dunque, non è soltanto una lacuna: è il segno di una regressione del partito. Il PD, da partito a vocazione maggioritaria ed europeista, si trasforma in un soggetto radicaleggiante, privo di bussola geopolitica. E Franceschini, che pure ha ricoperto ruoli di governo e responsabilità istituzionali, sembra oggi rinunciare a ogni ambizione strategica, accontentandosi di una lettura tattica e contingente.
In un tempo in cui la politica estera è sempre più politica interna – basti pensare all’impatto della guerra (sul piano concettuale) e delle guerre (sul piano politico e strategico), delle migrazioni, delle transizioni energetiche – questa rimozione non è solo miope, ma pericolosa. Il PD rischia di non riuscire più a parlare ad una realtà globale in veloce trasformazione, ignorando il mondo che bussa alle sue porte.
Tanto più grave appare questa deriva se confrontata con la tradizione europeista incarnata da figure come Romano Prodi, per il quale l’orizzonte europeo non era un vincolo ma una vocazione, e soprattutto Giorgio Napolitano, che ha sempre concepito l’Italia – e in essa una sinistra socialista e riformista – come parte integrante di un progetto politico continentale. Napolitano ha sempre invitato a non separare la politica interna dalla dimensione internazionale: per lui, l’Europa era il luogo della responsabilità democratica, della mediazione istituzionale e della modernizzazione sociale. Il suo pensiero, radicato nella cultura della componente riformista del PCI prima e, poi, nella sinistra di governo, resta un monito per chi oggi riduce la politica a geometrie interne e slogan radicali e identitari.

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