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Il 24 ottobre a Milano i riformisti Pd rimettono l’accento sulla crescita

Alberto Colombelli domenica 19 Ottobre 2025
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di Alberto Colombelli

 

Siamo in stagione di Legge di Bilancio.

Ogni anno tra vincoli e disponibili limitate non è solo un esercizio di valutazione economica ma di definizione di priorità strategiche.

Un elemento che emerge dalle analisi della proposta ora approvata in Consiglio dei Ministri è l’assenza di sufficienti misure che possano promuovere la crescita economica.

Una questione che riguarda l’intera Unione europea ma che in Italia si trascina da troppo tempo, se si eccettua il rimbalzo straordinario prodottosi solo nei mesi immediatamente successivi alla pandemia.

I dati attuali esprimono una crescita economica modesta, soprattutto rispetto alle consistenti risorse immesse nel Paese grazie al PNRR, con cui l’Italia è stata la prima beneficiaria del Recovery Fund dell’Unione europea noto come Next Generation EU, peraltro con una componente a titolo di finanziamento che è andata ad incrementare il già consistente debito pubblico e che per la sua sostenibilità avrebbe dovuto produrre ben altri progressi in termini di PIL.

Le ripercussioni sono evidenti su ampia scala ma in particolare sui salari reali dei lavoratori italiani, in termini assoluti di potere d’acquisto e anche relativi rispetto a quelli degli altri Paesi dell’Unione europea.

In occasione della recente Cerimonia di consegna delle Stelle al merito del lavoro, lo ha sottolineato con la sua consueta forza il Presidente della Repubblica Sergio Mattarella, lanciando un vero monito per la tenuta economica e sociale del Paese che non può passare inosservato:

“(…) si manifestano aspetti problematici ed elementi critici che vanno regolati, per corrispondere alle finalità dettate dai valori della nostra convivenza civile. Il lavoro oggi procede a velocità diverse. Si creano diaframmi tra categorie, tra generazioni, tra lavoratori e lavoratrici, tra italiani e stranieri, tra territori, tra chi fa uso di tecnologie avanzate e chi non è in condizione di farlo. Lunità del lavoro è stato uno dei fattori più possenti della crescita economica, sociale, civile del nostro Paese. Il senso unitario dellapporto delle cittadine e dei cittadini allo sviluppo del Paese ha avuto una funzione determinante nel generare partecipazione, diritti, benessere. (…) Ben sappiamo come i salari siano stati lo strumento principe nel nostro Paese per ridurre le disuguaglianze, per un equo godimento dei frutti offerti dallinnovazione, dal progresso. È una questione che non può essere elusa perché riguarda in particolare il futuro dei nostri giovani, troppi dei quali sono spinti allemigrazione. (…) Dinamiche di mercato concorrono ad ampliare questi squilibri nelle retribuzioni. Ne nasce un aspetto a cui non si può sfuggire quando tante famiglie sono sospinte sotto la soglia di povertà nonostante il lavoro di almeno uno dei componenti, mentre invece super manager godono di remunerazioni centinaia, o persino migliaia di volte superiori a quelle di dipendenti delle imprese. È un tema che la Banca Centrale Europea segnala anche per lItalia: alla robusta crescita delleconomia che ha fatto seguito al Covid, non è corrisposta la difesa e lincremento dei salari reali, mentre risultati positivi sono stati conseguiti dagli azionisti e robusti premi hanno riguardato taluni fra i dirigenti. Sono le entrate fiscali dei dipendenti pubblici e privati, dei pensionati, a fornire allo Stato, attraverso le imposte, il maggior volume di risorse. Porre riparo – dalle parti sociali alle istituzioni – non deve consistere nellinseguire politiche assistenziali quanto, piuttosto, essere scelta di sviluppo e, quindi, di lungimirante coesione sociale. La ricomposizione del lavoro è dunque parte di un processo di equità, che richiede una crescita di consapevolezza, e anche unopera paziente di carattere culturale. Sembra, talvolta, che non ci si renda appieno conto degli effetti negativi che possono derivarne nel tempo sulla serenità della vita sociale.”

Di fronte all’impotenza dimostrata in questi anni da chi ha in carico le responsabilità per affrontare la questione, incapaci non soltanto di definire una linea strategica con cui uscire da questa impasse ma in un’epoca di dirompente innovazione tecnologica anche solamente di parlarne, nelle scorse settimane è venuta in soccorso l’assegnazione del Premio Nobel per l’economia 2025 a Joel Mockier, Philip Aghion e Peter Howitt, per aver spiegato come l’innovazione e la tecnologia guidano la crescita economica.

Il riconoscimento a Mockier, economista della Northwestern University, è per i suoi studi storici sul ruolo del progresso tecnologico nello sviluppo delle società.

Quello ad Aghion e Howitt, è per aver elaborato negli Anni Novanta del secolo scorso la teoria della distruzione creativa, cioè il processo con cui le nuove invenzioni sostituiscono le vecchie, spingendo la produttività, ma anche creando vincitori e sconfitti.

Mocker ha mostrato che la crescita economica sostenuta nasce quando si capiscono le ragioni profonde dell’innovazione, non solo i suoi effetti.

È ciò che accade con la rivoluzione industriale, quando la conoscenza del “perché delle cose” (da tempo mia preziosa fonte d’ispirazione grazie alla sua promozione e diffusione da parte di Simon Sinek, divulgatore molto efficace) ha permesso di generare scoperte sempre nuove.

Aghion e Howitt invece hanno tradotto in formule il concetto introdotto da Schumpeter, secondo cui ogni innovazione crea progresso ma allo stesso tempo distrugge il vecchio.

Lo hanno fatto dimostrando che questo processo funziona solo se c’è un equilibrio tra concorrenza e potere di mercato.

E soprattutto che un’eccessiva competizione frena gli investimenti in ricerca ma che troppo potere concentrato li blocca del tutto.

Un concetto chiave in questa nostra epoca in cui la concentrazione del potere sta diventando talmente forte da condizionare e pregiudicare addirittura la tenuta delle democrazie a favore di autocrazie sempre più egemoni non soltanto in ambito politico ma anche economico e – di fronte agli scenari sempre più drammatici di questo nostro tempo – anche diplomatici, sostituendosi senza titolo a organismi multilaterali ufficiali che vengono sempre più delegittimati e posti ai margini dei processi strategici e decisionali.

I tre premiati con il Nobel per l’Economia 2025 hanno evidenziato che l’innovazione porta inevitabilmente a perdite di lavoro in alcuni settori, ma allo stesso tempo hanno affermato che il compito delle istituzioni non è impedirlo ma è proteggere i lavoratori, non i posti di lavoro, favorendo formazione e riconversione.

Il messaggio di questi autorevoli economisti è chiaro: la crescita non è automatica, perché il progresso funzioni servono regole, istruzione e politiche che incoraggino la curiosità e il cambiamento.

Senza di esse anche l’economia più dinamica rischia di fermarsi.

È un messaggio fondamentale che desidero coltivare, promuovere e qui affidare a chi oggi, andando controcorrente, cercherà tenacemente di tenere alta l’attenzione sull’esigenza di invertire la rotta e di riportare quella crescita economica che è condizione imprescindibile per il rilancio del Paese anche sul piano sociale.

Come lo faranno i riformisti del Partito Democratico nel forum dedicato “CRESCERE. Competitività, salari, welfare, sicurezza, Europa. Il contributo dei riformisti”, con appuntamento venerdì 24 ottobre 2025, dalle ore 15:00 ai Bagni Misteriosi del Teatro Franco Parenti, Sala Testori in Via Botta 18, Milano.

Un’iniziativa tematica – promossa tra gli altri da Giorgio Gori, Lia Quartapelle, Graziano Delrio, Lorenzo Guerini, Filippo Sensi, Pina Picierno, Marianna Madia e Simona Malpezzi – il cui obiettivo è quello di dare spazio a temi e proposte parlando di produttività, e non solo di redistribuzione, di salari e di sostenibilità del welfare, di occupazione femminile, di scuola (quindi di giovani), di sicurezza e di Europa.

C’è chi vede le cose come sono e si chiede perché.

Io le immagino come potrebbero essere e mi chiedo perché no.”

(Senatore Robert F. Kennedy, citando George Bernard Shaw, USA, 1968)

Continuiamo a tenere accesa, insieme, la speranza nel nostro futuro.

Facciamolo con coraggio, passione, visione e perseveranza

Il cambiamento come sempre parte e dipende da ciascuno di noi.

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