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Ue, il coraggio riformista di una difesa comune

Roberta Elmadhi giovedì 6 Novembre 2025
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di Roberta Elmadhi

L’idea di una difesa comune europea nasce insieme al progetto politico dell’Europa unita. Dopo la tragedia della Seconda guerra mondiale, Alcide De Gasperi, Robert Schuman e Konrad Adenauer compresero che la pace non poteva poggiare solo sulla cooperazione economica: occorreva anche un’architettura di sicurezza condivisa.

Da questa convinzione scaturì, nel 1952, il Trattato istitutivo della Comunità Europea di Difesa (CED), firmato a Parigi da Italia, Francia, Germania Ovest e dai Paesi del Benelux. De Gasperi considerava la difesa comune il tassello decisivo dell’integrazione: senza di essa, l’Europa sarebbe rimasta un gigante economico ma un nano politico.

Affidò quindi ad Altiero Spinelli la stesura dell’articolo 38 del Trattato, che prevedeva la creazione di un’assemblea europea incaricata di redigere un progetto di Comunità politica. In quell’articolo si concentrava l’ambizione di unire difesa e democrazia, ponendo le basi di un’autentica sovranità europea.

Tuttavia, il sogno si infranse il 30 agosto 1954, quando l’Assemblea nazionale francese respinse la ratifica della CED. Per De Gasperi fu una delusione profonda: l’Europa perse l’occasione di dotarsi di un esercito comune e di un potere politico condiviso.

Quel fallimento, tuttavia, non cancellò la visione, ma la rimandò nel tempo. Negli anni successivi, l’integrazione europea proseguì per altre vie. Con il Trattato di Maastricht e, soprattutto, con il Trattato di Lisbona del 2009, la Politica di Sicurezza e Difesa Comune (PSDC) divenne parte integrante dell’Unione. Strumenti come la PESCO, il Fondo europeo per la difesa (EDF) e la European Peace Facility (EPF) hanno consentito di sviluppare cooperazioni permanenti e progetti congiunti, rafforzando la base industriale e tecnologica della sicurezza europea.

La Bussola Strategica del 2022 ha poi introdotto una visione più operativa: una forza di dispiegamento rapido, maggiore interoperabilità, investimenti comuni in ricerca e tecnologie emergenti, e una collaborazione più strutturata con la NATO.

È il segno di un’Unione che, di fronte a nuove minacce globali, comprende l’urgenza di assumere pienamente la propria responsabilità strategica. La difesa europea non rappresenta una svolta militarista, ma una forma di responsabilità politica collettiva. La pace, principio costitutivo dei Trattati, non è negazione della difesa: è la sua ragione d’essere.

Solo un’Europa capace di proteggere i propri cittadini può continuare a essere un modello di libertà e stabilità. Costruire una difesa comune significa trasformare la sovranità nazionale in sovranità condivisa, mettendo in comune risorse, tecnologie e capacità decisionali.

Ciò non indebolisce gli Stati membri: li rafforza, perché nessuno di essi, da solo, può fronteggiare sfide globali come il terrorismo, la guerra ibrida o la competizione cibernetica. La vicenda della CED resta un monito. Nel 1954 prevalse la paura di perdere sovranità; oggi è chiaro che la sovranità si difende solo cooperando. Realizzare la difesa europea significa raccogliere l’eredità di De Gasperi e Spinelli, completando l’idea di un’Europa non soltanto economica ma anche politica.

Un’Unione capace di difendersi contribuisce al rafforzamento della NATO, non alla sua sostituzione: ne rende più equilibrato il rapporto, affermando la parità di responsabilità tra le due sponde dell’Atlantico. Al tempo stesso, una difesa comune sostiene la crescita industriale e tecnologica europea, promuove innovazione e occupazione qualificata e consolida l’autonomia strategica del continente. A settant’anni dalla mancata ratifica della CED, l’Europa ha una seconda opportunità.

La difesa comune non è più un’utopia federalista, ma una necessità politica. Significa garantire la pace con mezzi propri, tutelare la libertà con strumenti condivisi e dare sostanza al progetto di un’Unione capace di agire sulla scena mondiale. La difesa europea è la nuova frontiera dell’integrazione: la condizione per trasformare l’Unione in una comunità di destino, fondata non solo sul mercato o sulla moneta, ma sulla capacità di proteggere i propri cittadini, i propri valori, i propri diritti. Portare a compimento ciò che De Gasperi e Spinelli avevano immaginato è oggi la più alta forma di fedeltà al sogno europeo: unire le nazioni per garantire, insieme, la pace e la dignità del nostro continente.

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