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Il dibattito nel Pd e la crisi della coscienza storica

Alberto Bianchi martedì 7 Ottobre 2025
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di Alberto Bianchi

 

Mi sia consentito di dire che, da più settori del mondo di sinistra e progressista, si esprime il seguente auspicio: che si avvii, in modo esteso e capillare, un confronto serrato all’interno del Partito Democratico e della sinistra. L’obiettivo è costruire un’alternativa alla linea politica di Elly Schlein e del cosiddetto Campo Largo.

Detto questo, però, il ragionamento non può che prendere le mosse da un nodo che impatta più in generale il contesto di fase che stanno vivendo la sinistra e la politica nel suo insieme e nel quale, per l’appunto, si colloca l’auspicio appena espresso. Detto in altre parole – e su questo concordo – non pochi storici e politici ritengono necessario ed urgente intraprendere un processo di innovazione e riformulazione del pensiero e del linguaggio della sinistra italiana. Taleprocesso – e questo è ben presente da sempre, in verità, nel bagaglio culturale e politico dei riformisti del Pd e della sinistra moderata – deve essere guidato dal principio metodologico dell’“adaequatio rei et intellectus” tra realtà e pensiero.

Ma per innovare davvero, serve un gesto che, a prima vista, può sembrare controintuitivo rispetto all’idea stessa di innovazione e cambiamento: recuperare qualcosa di essenziale che abbiamo perduto. Quello che manca oggi è la coscienza storica. Senza di essa, ogni tentativo di comprendere e interpretare la realtà rischia di ridursi a un adattamento superficiale o a una reazione emotiva priva di prospettiva.

In Italia, la crisi del senso storico ha cause culturali profonde e conseguenze politiche che stanno assumendo la forma di una vera e propria dimenticanza nazionale. Difatti, una delle più gravi criticità – nella formazione culturale dei ceti dirigenti, nonché di intellettuali, politici, studenti, insegnanti, artisti, formatori dell’opinione pubblica – è la debolezza, quando non l’assenza, di una salda ed autentica coscienza storica. Non si tratta soltanto di ignoranza dei fatti, ma di una più profonda incapacità di pensare storicamente: vale a diredi comprendere il presente alla luce del passato e di orientare il futuro con consapevolezza critica, evitando le derive dell’improvvisazione, del moralismo e identitarismo assoluti, del sentimentalismo utopico.

1. La perdita del senso storico e la distorsione del linguaggio.

L’abbandono del senso storico ha effetti devastanti sul piano concettuale e linguistico. Termini come “genocidio”, “fascismo”, “colonialismo”, “resistenza”, “totalitarismo”vengono spesso impiegati in modo improprio, svuotati del loro significato storico e giuridico, piegati a usi polemiciideologici e propagandistici. Il caso del termine “genocidio”, ad esempio, è emblematico: spesso viene esteso a contesti che non ne rispettano i criteri storico-giuridici definiti dal diritto internazionale, generando confusione, banalizzazione, strumentalizzazione ideologica. La qual cosa è particolarmente visibile nei recenti movimenti e manifestazioni Pro-Palestina che impiegano il termine di genocidio in un’accezione totalmente a-storica e a-giuridica.Questo non solo offende la memoria delle vittime reali, ma impedisce una comprensione lucida dei conflitti contemporanei e delle responsabilità storiche.

La perdita del senso storico porta a una visione del presente come cronaca emotiva, priva di profondità, e del futuro come spazio mitico, orientato all’ottimo astratto piuttosto che al bene possibile. Si smarrisce la capacità di pensare in termini di medio-lungo periodo, di costruire strategie politiche e sociali fondate sulla gradualità, sul compromesso, sull’intelligenza dell’utile.

2. La Seconda Repubblica e la polarizzazione populista

La debolezza della coscienza storica ha avuto effetti diretti sulla vicenda politico-istituzionale italiana, in particolare nella transizione dalla Prima alla Seconda Repubblica. La rottura del sistema partitico tradizionale, avvenuta negli anni ’90 del secolo scorso, non è stata accompagnata da una riflessione storica accurata sulle cause e sulle responsabilità del collasso. Al contrario, si è spesso assistito a una semplificazione narrativa – la casta, la corruzione, il tradimento – che nel tempo ha alimentato il populismo e la polarizzazione radicale dello scontro politico e degli schieramenti politici e sociali.

La Seconda Repubblica – ad eccezione, in verità ed in parte, per la fondazione e il significato che ha avuto l’esperienza del Partito Democratico, fino alla svolta della segreteria Schlein esclusa – ha visto l’emergere di forze e tendenze populiste, spesso prive di radicamento culturale e storico, che hanno fatto del presente assoluto e dell’indignazione moralistica il loro principale strumento di legittimazione.Indignazione populista e moralistica che, in parte, ha interessato anche il partito di Fratelli d’Italia, nella fase di opposizione dal 2012 fino alle politiche del 2022, quest’ultime segnando l’inizio di una svolta moderata del partito guidato dalla Meloni. Resta che il populismo, sia di destra che di sinistra, ha prosperato su un terreno privo di solida memoria storica, dove ogni problema è stato presentato come emergenziale e ogni soluzione come miracolo. Senza storia, non c’è responsabilità; senza responsabilità, non c’è politica.

3. La crisi della sinistra politica e sindacale

La sinistra italiana, sia politica che sindacale, ha subito in modo drammatico gli effetti di questa crisi. Essa – una volta legata a una visione del tempo come processo storico e fondata sulla memoria del movimento operaio e della sinistra storica, della Resistenza, delle lotte sociali – sembra oggismarrire progressivamente, nelle sue componenti massimaliste ed estremiste, il richiamo al proprio deposito storico, oscillando tra un presentismo come cronachismo e reazione agli eventi senza visione, da un lato, e un astratto moralismo identitario dall’altro. La perdita di radicamentodella sinistra in determinate aree territoriali del Paese e nei luoghi di lavoro è sintomatico che abbia coinciso – a mio parere – con l’abbandono della narrazione storica come strumento di mobilitazione e di educazione. La crisi della coscienza storica, d’altro canto, si è acutizzata, fino adiventata una questione di primaria gravità, nel maggiore partito della sinistra, il Partito Democratico, allorché è stata accompagnata, con la svolta della segreteria di Elly Schlein,dall’adozione di una linea politica che ha avuto – e sembra continui ad avere – come suo scopo identitario principale la rimozione di ogni richiamo non solo alla tradizione riformista della sinistra storica ma pure alle esperienze di governo riformista di un passato recente.

Il risultato – ahimè – è oggi una sinistra frammentata, incapace di proporre una visione del futuro fondata su un’analisi storica del presente. Ed è illusorio che la sinistra e le forze progressiste pensino che un orientamento critico ed una guida salda verso il futuro possano scaturire da proposte estemporanee e teatrali, come quella formulata di recente dal Sindaco di Genova – la pur brava, volitiva e intraprendente Silvia Salis – al recente raduno della Leopolda renziana: istituire un Ministro per il Futuro. Geniale! Sarebbe un unico caso nel suo genere – sia consentita la battuta – in cui un Ministro, per definizione formale del suo incarico e missione di governo, può promettere tutto senza mai dover mantenere nulla, il primo incarico governativo con delega esclusiva all’eventualità: parlando al futuro semplice, promettendo al futuro anteriore, governando – forse – al condizionale.

Anche il sindacato – ed in primo luogo la CGIL, che del movimento sindacale è parte primaria – vive gli effetti negativi dello smarrimento del senso storico nella formazione dei dirigenti confederali, di categoria, dei quadri, negli iscritti. Senza senso della storia, la sinistra non può essere né credibilmente alternativa né progetto. E senza progetto, non può rappresentare pienamente né il lavoro, né i giovani, né farsi soggetto efficace di un cambiamento possibile.

4. La geopolitica senza memoria: tra reazioni e illusioni

Anche sul piano geopolitico, l’assenza di una coscienza storica produce effetti disastrosi. Le crisi internazionali – dalla guerra in Ucraina ai conflitti militari a Gaza e Medio Oriente, dalle tensioni nel Pacifico alla ridefinizione degli equilibri globali – vengono spesso interpretate in Italia in modo emotivo e moralistico o attraverso schemi ideologici semplificati. Si dimenticano le radici storiche dei conflitti, le responsabilità condivise, le dinamiche di lungo periodo.

In politica estera, al di là della divisione politico-parlamentare tra maggioranza di governo ed opposizione, di fronte all’indebolimento e smarrimento – nella coscienza media degli italiani, soprattutto dei giovani – del senso e di una visione storica coerente e condivisa, il sistema politico italiano nel suo insieme non sembra in grado di esprimere un ruolo unitario di guida, di orientamento e di direzione dell’opinione pubblica. Senza una cultura storica, non si può costruire una strategia geopolitica solida dell’Italia in Europa e nel mondo, capace di difendere gli interessi nazionali senza rinunciare ai principi. La storia non è un alibi, ma una bussola.

Conclusione

La crisi della coscienza storica non è, dunque, un problema accademico, ma una questione vitale per la democrazia, per la convivenza civile, per la cultura, per sistema politico nel suo insieme e per la sinistra in specifico. Senza storia, il linguaggio si deforma, la politica si radicalizza, la società si polarizza. È urgente restituire alla storia il suo ruolo formativo come prima disciplina scolastica e come esercizio permanente di pensiero critico. E solo così, d’altro canto, una sinistra ragionevole, neo-riformista e di governo potrà disegnare e costruire un futuro possibile, orientato al bene attraverso l’intelligenza dell’utile, lasciando alla sinistraestremista, radicale ed identitaria di continuare a baloccarsi immaginando un futuro impossibile, fondato sull’ottimo astratto e sul giusto assoluto.

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