di Alfonso Lanzieri
In questi giorni, il dibattito politico e culturale in Italia è stato investito da una polemica che avrebbe dovuto essere – e in parte è – tecnica, ma che è diventata subito simbolica e ideologica. Il Premio Nobel per la Pace 2025 è stato assegnato a María Corina Machado, figura dell’opposizione venezuelana. Il conferimento ha suscitato applausi, ma anche critiche, prese di distanza o eloquenti silenzi da segmenti della sinistra italiana. Questi non si limitano a mettere in luce le contraddizioni o i limiti politici di Machado, ma ne rigettano la legittimità come destinataria del riconoscimento, in base a criteri di purezza dottrinaria. Si pretende, insomma, che chi riceve un riconoscimento per aver difeso i diritti umani aderisca a un dogma teorico prestabilito, altrimenti non può esserne degno. Così, la posizione di non pochi politici italiani di sinistra è stata: né col chavismo né con Machado. Si tenga conto che il primo è quel modello politico-ideologico che, mescolando marxismo, populismo e richiami alla teologia della liberazione, ha trasformato una democrazia in una violenta dittatura, con tutti i piatti tipici del menu della casa: repressione, controllo dei media, corruzione, emigrazione forzata, persecuzione degli avversari politici.
Ebbene, tra tutto questo e una leader liberal-democratica, una parte della sinistra italiana riesce incredibilmente a dirsi neutrale. Come mai? Perché la seconda si proclama anticomunista ed è di destra. In realtà, lei si definisce liberale centrista, ma non è di vitale importanza per il nostro discorso. Il problema sta nel giudicare i regimi non democratici diversamente a seconda della geografia politica del dittatore. Poiché Chávez prima, e Maduro poi, si dichiarano fieri avversari del “demoniaco capitalismo”, i loro oppositori non meritano troppo entusiasmo. Pensando in questi termini, la sinistra italiana lancia un messaggio semplicemente devastante: appoggiamo la democrazia, ma solo a certe condizioni. Questo estremismo è sintomo di un malessere profondo, che riguarda il rapporto della sinistra con il liberalismo, con il pluralismo, con la sovranità della persona rispetto alle ideologie rigide. È una vecchia patologia, che in questo tempo torna a ruggire.
I premi Nobel, ovviamente, non sono immuni da critica. Ma se l’adesione a una certa ortodossia politica diventa il criterio con cui si decide chi è degno di sostegno e chi no, anche di fronte a una dittatura, allora c’è davvero da preoccuparsi. Per una sinistra che pretende di difendere la democrazia, si tratta di un crinale pericoloso. I dogmi antioccidentali da cui discendono certe posture conducono inevitabilmente alla politicizzazione delle vittime e dei carnefici. Lo vediamo nell’atteggiamento di una parte della sinistra italiana nei confronti di Hamas: perfino brutali terroristi hanno trovato avvocati morali nelle piazze mobilitate per Gaza, mentre gli ucraini sono ormai semplicemente dimenticati, poiché lottano contro un nemico dell’Occidente.
Il sottoscritto, un elettore democratico di sinistra, confessa di trovarsi assai spiazzato. Credevo di essere un avversario politico dei conservatori, ma anche un loro alleato nella difesa dei comuni valori democratici. Scopro invece che, nella testa di quanti detengono i registri battesimali della chiesa politica progressista, c’è una guerra santa da combattere, in cui la difesa della democrazia è solo una strategia momentanea: il fine è la sconfitta totale degli infedeli. Nonostante queste perniciose dottrine, che ormai sembrano moneta corrente anche in un PD sempre più smarrito, la via maestra resta un’altra. Essa consiste nella difesa dell’uomo concreto, non delle sue essenzializzazioni ideologiche, concepite a tavolino in una biblioteca o in un’aula universitaria. Oltre all’uomo concreto, bisogna difendere l’uomo integrale. Per essere liberi davvero, occorre preoccuparsi dei mezzi materiali che il sistema economico mette a disposizione di ciascuno; ma, al contempo, le libertà fondamentali della persona non possono mai essere conculcate in nome della promessa di un domani più giusto sul piano collettivo. L’uomo è spirito e materia, membro di una collettività e individualità irripetibile; è interdipendenza radicale e, al tempo stesso, aspirazione all’autonomia. Tutto va salvato, senza separazione né confusione — nei limiti del possibile, certo.
Chiunque converga su questa piattaforma minima è mio compagno. Poi ci divideremo, eventualmente, sulle vie migliori per realizzarla e su dove mettere gli accenti: in modo che, per aumentare l’uguaglianza, non si ferisca la libertà; che, per favorire la libertà, non si pugnali l’uguaglianza; che, per rispettare la naturale spinta sociale dell’uomo, non si sopprima il meraviglioso e difficile inciampo della singolarità. La democrazia liberale, per quanto ne sappiamo, è il sistema politico migliore per garantire il rispetto di questa complessità, che rispecchieremo sempre in forme storiche imperfette. Non so se sia la parte “giusta” della storia: perlomeno è quella preferibile, purché si amino le persone più delle idee.
Articolo pubblicato sul blog InOltre il 13 ottobre 2025

Alfonso Lanzieri è dottore di ricerca in Filosofia e giornalista pubblicista. È docente incaricato presso il Biennio Filosofico della Facoltà Teologica di Napoli. Attualmente è anche borsista di ricerca presso l’Università degli Studi del Molise. È docente di ruolo di Filosofia e Storia nei Licei. Si occupa principalmente di filosofia della mente e antropologia filosofica.