di Giovanni Cominelli
| Quali sono le trasformazioni in corso negli orientamenti dell’opinione pubblica e nei blocchi politici che la rappresentano, mentre accadono fatti politici quali le elezioni regionali prossime, le elezioni politiche del 2027, le guerre ai confini? Se lo scenario a sinistra appare ancora confuso, giacchè “il campo largo” sembra, al momento, l’area di intersezione di due populismi, uno di sinistra e uno di nuovo conio, a destra sembra delinearsi un progetto, di cui Giorgia Meloni è leader e promoter, di partito conservatore.
La propaganda fatta dalla gran parte della sinistra ha tentato di schiacciare – e continua tutt’oggi ottusamente a farlo – “Fratelli d’Italia” sui suoi legami storici, personali, psicologici con il MSI e con Alleanza nazionale. Che Almirante fosse sulla posizione del “né rinnegare né restaurare” è noto. Ma il MSI era già un partito post-fascista. Al Congresso di Fiuggi del 26–29 gennaio 1995 Gianfranco Fini ruppe con lo slogan di Almirante e diede alla “nuova Cosa” un nuovo nome: “Alleanza nazionale”. Occhetto lo aveva fatto qualche anno prima a sinistra, ma in termini meno radicali. Oltre a dichiarare che “Il fascismo è consegnato alla storia”, la piattaforma politico-programmatica prevedeva europeismo e atlantismo, riforme istituzionali in senso presidenzialista, economia sociale di mercato, centralità della famiglia, politiche più rigorose su immigrazione e sicurezza…
Purtroppo il suo disegno entrò in rotta di collisione con il liberalismo democristiano-doroteo – un autentico ossimoro! – di Berlusconi, appoggiato dal Bossi “antifascista”. Giorgia Meloni è cresciuta culturalmente dentro l’alveo di Alleanza nazionale. E’ stata eletta deputata a 29 anni e ha incominciato a fare il Ministro a 31 anni – il più giovane della storia repubblicana – nel quarto governo Berlusconi nel maggio del 2008. Non male per essere una “under dog”, come si autodefinì nel suo discorso di investitura quale Presidente del Consiglio! Il rifiuto di Berlusconi di indire le primarie del Popolo delle libertà, alle quali Giorgia si era candidata, la portò a fondare il 20 dicembre 2012 il Movimento politico “Fratelli d’Italia” insieme a Guido Crosetto, già giovane demitiano, Ignazio La Russa, che ha oscillato a lungo tra la destra extra-parlamentare e il MSI, e altri provenienti da AN, PDL e MSI. Il resto della storia è noto, con le sue oscillazioni e contraddizioni. Riuscirà la nostra a realizzare quel partito liberal-conservatore, che manca all’Italia dall’epoca di Giolitti? Finora la Meloni si è data da fare con la partecipazione alla “National Conservatism Conference” (NatCon), ideata dalla “Edmund Burke Foundation” e tenutasi al Grand Hotel Plaza di Roma nel 2020. E’ diventata Presidente del partito dei Conservatori e Riformisti Europei. D’altronde si è autodefinita “una blairiana radicale di destra”. In realtà, in Inghilterra sarebbe una tory. Qui, tuttavia, dietro o al di sopra della politica, le cose si fanno più difficili sul piano ideologico e culturale, perché in Italia non esistono molti pensatori liberali, che poi si dividano in liberal-conservatori alla Burke – il quale era, però, un whig! – e in liberal-progressisti alla J. S. Mill, e che arricchiscano di nuovi strumenti le cassette degli attrezzi dei partiti politici. La perenne tentazione italiana è quella dello sfilacciamento delle idee e della loro corruzione. Oggi è il populismo a farla da padrone, tanto a destra quanto a sinistra. E non perché l’Italia non sia una “Nazione”, come ama ripetere spesso la nostra Presidente del Consiglio, ma perché non è uno “Stato-nazione”, in primo luogo nel cervello e nel cuore dei suoi cittadini. I quali hanno il senso della famiglia, ma sempre meno, della comunità locale, dei gruppi e delle corporazioni di riferimento, ma sono deficitari del senso delle istituzioni, troppo a lungo usate e intermediate dai partiti politici. Il tramonto dei quali ha comportato la perdita dei legami con le formazioni sociali sottostanti, ma per niente affatto l’allentamento della lpresa sulle istituzioni, che è diventata semmai più stringente e più rapace. I partiti non hanno educato alle istituzioni di tutti.
Nella mentalità vigente anche le istituzioni sono di parte. Così, un partito liberale, conservatore o progressista, fa fatica a perseguire l’”institution building” che appare la necessità dell’ora all’epoca degli Stati-impero. A questo punto si dovrebbe, tuttavia, affrontare di petto la questione della crisi culturale del liberalismo, alla demolizione del quale la Presidenza Trump sta dando un contributo politico-ideologico decisivo. La crisi del liberalismo si deve al fatto di aver sottoprodotto “un’antropologia della dissoluzione”, come sostiene Patrick Deneen, o al secolarismo “ che si è impadronito anche delle élites liberali spingendole a fare della visione secolarista la nuova e intollerante religione dello Stato”, come sostiene Joseph Weiler? Parliamone! |

E’ stato consigliere comunale a Milano e consigliere regionale in Lombardia, responsabile scuola di Pci, Pds, Ds in Lombardia e membro della Commissione nazionale scuola, membro del Comitato tecnico scientifico dell’Invalsi e del CdA dell’Indire. Ha collaborato con Tempi, il Riformista, il Foglio, l’ Avvenire, Sole 24 Ore. Scrive su Nuova secondaria ed è editorialista politico di www.santalessandro.org, settimanale on line della Diocesi di Bergamo.
Ha scritto “La caduta del vento leggero”, Guerini 2008, “La scuola è finita…forse”, Guerini 2009, “Scuola: rompere il muro fra aula e vita”, BQ 2016 ed ha curato “Che fine ha fatto il ’68. Fu vera gloria?”, Guerini 2018.