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Il Pd del 2007 e il primato della politica estera

Alberto Bianchi domenica 14 Settembre 2025
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di Alberto Bianchi

 

Nel Partito Democratico, nato nel 2007 (d’ora in avanti Pd), un elemento fondamentale è sempre stato il riconoscimento del primato della politica estera su quella interna. Questo principio ha guidato una lunga fase della storia del Pd, dalla sua fondazione fino all’avvento della segreteria di Elly Schlein (esclusa). L’istituzionalismo europeista — unito, peraltro, all’atlantismo — ha rappresentato la principale forma di espressione di tale primato e della postura internazionale del partito.

Per decenni, nel rapporto tra dimensione esterna e interna, il Pd — nella sua configurazione originaria del 2007 — ha incarnato, pur tra difficoltà e contraddizioni, un ultimo “esempio di scuola” per le altre forze e movimenti politici italiani nati e sperimentati nella cosiddetta Seconda Repubblica. Ben diversa era la condizione ideologica e politica dei partiti della Prima Repubblica, nei quali era diffusa e dominante, tra i gruppi dirigenti ed i militanti, la consapevolezza del primato della politica estera.

Per lungo tempo, invece, nella Seconda Repubblica, la politica interna ha dominato il dibattito pubblico italiano, mentre quella estera è stata relegata a un ruolo strumentale e marginale, distante, quasi decorativo, per ragioni domestiche di consenso e interesse elettoralistici. Oggi, però, la gravità del quadro geopolitico che l’Europa — e con essa l’Italia — sta vivendo sovverte questa gerarchia. In un mondo segnato da conflitti, transizioni energetiche, competizione tra potenze, crisi migratorie, nonché dall’invasione russa dello spazio aereo del fronte orientale della NATO (Polonia), la politica estera torna a imporsi come bussola prioritaria della politica interna. Ignorarla significa navigare a vista, senza rotta, in un mare sempre più tempestoso e pericoloso.

Il conflitto in Ucraina sta ridisegnando le alleanze europee e i rapporti transatlantici, i bilanci della difesa, le politiche di deterrenza militare e la gestione delle risorse energetiche. La competizione tra Stati Uniti, Cina e Russia impone scelte strategiche su commercio, sicurezza e tecnologia. Le crisi nel fronte orientale della NATO, nel Mediterraneo orientale e nel Sahel influenzano direttamente le politiche migratorie e di sicurezza interna. E la transizione ecologica, per essere credibile, richiede accordi multilaterali e cooperazione globale.

In questo scenario, nessuna decisione interna può prescindere dal contesto internazionale. Le priorità nazionali — dalla spesa pubblica alla gestione dei confini — sono condizionate da trattati, alleanze e pressioni esterne. L’Italia, come membro fondatore dell’Unione Europea e della NATO, è immersa in questa rete di interdipendenze.

Nel cuore stesso della riflessione strategica, però, fatica a emergere — nelle classi politiche e nell’opinione pubblica della maggioranza degli europei e degli italiani — una consapevolezza inquietante: il rischio di una guerra allargata in Europa entro un arco temporale ristretto, diciamo pure non oltre il 2030-2032, è diventato molto alto e concreto.

In questo contesto, l’Europa si trova davanti a una soglia storica: o saprà costruire una strategia comune di deterrenza, resilienza e diplomazia, oppure rischierà di essere travolta da una spirale di escalation in tempi ravvicinati. Per l’Italia, ciò impone una ridefinizione urgente delle priorità politiche, economiche e culturali, riconoscendo che la sicurezza nazionale non può più essere concepita al di fuori di un rapporto stretto con il nucleo forte dei Paesi europei che puntano a una collaborazione e a un coordinamento diretto nell’ambito della “Coalizione dei Volenterosi”: Francia (a maggior ragione dopo la grave crisi politica apertasi a Parigi), Germania, Polonia e Regno Unito.

Nel nuovo scacchiere globale, l’Italia è chiamata a bilanciare fedeltà storiche e nuove ambizioni. Il sostegno all’Ucraina, la partecipazione alle missioni NATO, il rilancio delle relazioni energetiche con l’Africa attraverso il Piano Mattei, il dialogo con l’India e altre potenze emergenti: sono tutte scelte che hanno ricadute dirette sulla politica interna. Dalla sicurezza energetica alla gestione dei flussi migratori, dalla spesa militare alla diplomazia economica, dalle riforme elettorali ed istituzionali alle prospettive politiche, la politica estera è ormai il motore delle politiche nazionali. Eppure, la classe politica italiana — di governo e di opposizione — fatica a riconoscere questo primato. Il governo, pur mantenendo una linea euro-atlantica, mostra ambiguità strategiche e tensioni ideologiche (in particolare nella Lega). Il sostegno all’Ucraina è più simbolico che operativo; il Piano Mattei è ancora poco strutturato; la posizione sul conflitto israelo-palestinese è prudente e poco incisiva. Le pulsioni sovraniste di alcuni partiti indeboliscono la coerenza della linea estera.

E qui si ritorna al punto iniziale. Le opposizioni — e in primo luogo il Pd a guida Schlein, che rappresenta la forza principale del fronte di sinistra — non riescono a proporre una visione alternativa credibile. La politica estera è spesso assente dai programmi, relegata a note marginali. Manca un’elaborazione strategica, un dialogo con attori internazionali, una capacità di proiezione. Il dibattito resta provinciale, autoreferenziale, incapace di cogliere la posta in gioco. Ed esplode l’interrogativo di fondo: che cos’è oggi il Pd di Schlein? Quando e in che modo ha smarrito — come conferma la misera figura fatta alla Camera dei deputati dal gruppo democratico nel voto sulle cinque mozioni dell’opposizione di sinistra contro l’aumento delle spese militari della NATO al 5% del PIL — la consapevolezza del primato della politica estera su quella interna, che è stata la colonna portante della funzione nazionale e di governo del Pd del 2007? E che non potrà non esserlo anche in futuro per una sinistra e un partito che vogliano essere “ragionevoli” (copyright Andrea Graziosi) e neo-riformisti?

Intendiamoci: il primato della politica estera non implica la fine della sovranità nazionale, ma ne ridefinisce certamente i confini. Tutte le forze politiche — di maggioranza e di opposizione — possono ancora scegliere, ma entro i limiti imposti dal contesto internazionale. Ignorare questi vincoli, come spesso accade — ahimè — in campagne elettorali dominate da slogan identitari, significa illudere l’opinione pubblica e compromettere la credibilità del Paese. Per affrontare le sfide del mondo multipolare, l’Italia politica nel suo complesso — e la sinistra in particolare — ha bisogno di una nuova cultura politica, capace di integrare la politica estera nelle agende di governo e opposizione; formare classi dirigenti con competenze geopolitiche e solide relazioni internazionali; rafforzare il dialogo con istituzioni europee, alleati globali e società civile transnazionale. Solo così la politica estera potrà diventare non un vincolo, ma una leva di sviluppo, stabilità e coesione nazionale.

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