di Alberto Bianchi
Dunque, dove eravamo rimasti? Ah, sì: agli esiti indubbiamente positivi — sia in termini di partecipazione che di contenuti espressi — del raduno nazionale dei riformisti del Partito Democratico, tenutosi al Teatro Franco Parenti di Milano lo scorso 24 ottobre, incentrato sul tema della crescita.
Ed ecco incalzare subito un altro appuntamento, anch’esso di rilievo nazionale, previsto per il prossimo 31 ottobre a Livorno. Questa volta l’incontro è promosso dalla nostra associazione culturale-politica “Libertà Eguale” e sarà dedicato alla politica di sicurezza e difesa dell’Unione Europea.
Come ha opportunamente ricordato il professore Stefano Ceccanti, vicepresidente di “Libertà Eguale” (sul proprio sito in data 20 ottobre) i due eventi presentano una feconda analogia e, al contempo, una differenza altrettanto significativa e feconda.
L’analogia consiste nel fatto che entrambi i soggetti promotori dei due eventi — come ha scritto Ceccanti — mirano a “… sviluppare un’iniziativa assertiva su contenuti riformisti di cui si avverte il bisogno nel campo di forze alternativo all’attuale maggioranza, campo che appare percorso da tendenze varie, in larga parte inadeguate a realizzare una seria alternativa di governo.”
La differenza, invece, risiede nel fatto che l’iniziativa della minoranza del Pd, tenutasi il 24 ottobre a Milano, ha inteso “… segnalare l’esistenza, tra i Democratici, di un’area che non fa sconti alla debolezza strategica dell’attuale dirigenza del partito democratico, chiudendo con atteggiamenti di appeasement interno che nulla hanno a che fare con l’esigenza di unità interna, correttamente intesa, di un partito a vocazione maggioritaria”; mentre il convegno di “Libertà Eguale” a Livorno conferma che l’associazione “… non è un’area politica interna al Pd, e vi si ritrovano persone che fanno riferimento a tutto l’arco del centrosinistra riformista, anche senza un’appartenenza personale a uno dei partiti di quest’area.” Fin qui, l’opportuna e giusta precisazione di Stefano Ceccanti.
Comunque sia, resta il fatto che entrambi gli incontri rappresentano un forte ed ulteriore scatto di pensiero e azione da parte dei riformisti, che non si accontentano di un Pd e di una sinistra votati esclusivamente a difendersi per resistere. Essi aspirano, piuttosto, a una sinistra capace di tornare a costruire contenuti e leadership di governo.
Il messaggio è chiaro: a “tende”, tendopoli o tensostrutture, i riformisti preferiscono il “movimento” costruttivo ed aperto dell’autonomia delle proprie idee e proposte programmatiche e politiche “nel” e “per” il Pd, “nella” e “per” una sinistra di governo. Un movimento che, almeno per chi scrive — perdonate l’inciso personale — ricorda il celebre motto di Eduard Bernstein, padre del revisionismo e socialismo riformisti continentali: “Das Endziel ist nichts, die Bewegung ist alles” (“La meta finale è nulla, il movimento è tutto”).
Ebbene, la novità che oggi si impone con sempre maggiore urgenza è che, per il Pd — e conseguentemente per una sinistra di governo — ritrovare la vocazione maggioritaria significa ritrovare la vocazione riformista. È forse questo un integralismo riformista, come qualche esponente della sinistra radicale e identitaria va insinuando? Non lo credo affatto, per due motivi.
Primo, perché l’incontro tra vocazione maggioritaria e vocazione riformista non implica l’imposizione di un pensiero unico, bensì esprime la pretesa democratica di costruire un consenso ampio attorno a un progetto di cambiamento che vada oltre l’elettorato fidelizzato del Pd e della sinistra in senso stretto.
Secondo, perché la riforma — per sua natura — implica apertura, mediazione, capacità di includere e di incidere nella realtà. È l’opposto dell’integralismo, che rifiuta il pluralismo e non cerca il compromesso. Dunque, il riformismo è il metodo, e la propensione maggioritaria è lo spazio democratico in cui esso può realizzarsi. Vocazione maggioritaria e vocazione riformista sono, perciò, le due facce di una stessa medaglia.
Parte della sinistra attuale, però, sembra smarrire questa bussola, spinta verso una deriva identitaria, mentre il Pd, reso subalterno all’estremismo radicale, appare indebolito nella propria funzione nazionale. Una linea che — se non fosse in gioco il destino del Paese — potremmo definire grottesca: dal “campo largo” del Nazareno alla “tenda riformista” della Leopolda ferroviaria, dal Progetto civico di Roma al moderatismo genovese della Salis, sembra più un itinerario da gita scolastica che un progetto di governo.
I riformisti del Pd e della sinistra, invece, vogliono riaprire il cantiere di una proposta programmatica e politica alternativa al “campo largo”, richiamando parole chiave come: crescita, potenza, forza, riarmo, guerra e pace, responsabilità, europeismo, Partito Socialista Europeo, laburismo, lotta all’antisionismo e all’antisemitismo. In questa dinamica, il campo largo per i riformisti non può essere un vincolo né un limite invalicabile.
In conclusione, il raduno dei riformisti del Pd ha espresso con chiarezza programmatica ed efficacia politica la propria visione. Il convegno dei riformisti del centro sinistra a Livorno, previsto per il prossimo 31 ottobre, pur affrontando un tema specifico ma discriminante per una sinistra che ambisca a costruirsi come alternativa credibile di governo in vista delle elezioni del 2027, sono certo non sarà da meno.
Sessantacinquenne, romano, studi classici, lavora presso Direzione Trenitalia spa, gruppo Fs italiane. Sin da giovane, militante della sinistra: prima nelle fila della Federazione Italiana Giovanile Comunista (FIGC), poi nel PCI (componente migliorista), fino allo scioglimento del partito. Successivamente ha aderito al PDS, poi DS. Attualmente è socio ordinario di Libertà Eguale.