di Giovanni Cominelli
Il caso del suicidio assistito di Laura Santi ha rimesso brutalmente in evidenza l’assenza colpevole del Parlamento al cospetto della questione del fine-vita e del suicidio assistito. Di fronte alla pressione dell’opinione pubblica – il 75% degli Italiani è favorevole all’eutanasia – e al vuoto legislativo si sono mosse, o vorrebbero farlo, alcune Regioni. La Corte costituzionale con una sua recente pronuncia ha posto quattro condizioni per l’accesso al suicidio assistito: che la patologia sia irreversibile; che sia fonte di sofferenze fisiche e psichiche insopportabili; che l’ammalato sia tenuto in vita da trattamenti di sostegno vitali; che l’ammalato abbia capacità di prendere decisioni libere e consapevoli. Se sono rispettati questi vincoli, il suicidio è da considerarsi compatibile con il nostro ordinamento giuridico. La Corte esclude, però, che un medico possa somministrare il farmaco letale: perciò deve essere auto-somministrato. Il che chiama in causa la possibilità di accesso a macchinari sofisticati, già esistenti, che consentano l’auto-somministrazione, anche solo con un battito di palpebre.
A questo punto, il Parlamento si è dato una mossa con una proposta di Legge presentata il 2 Luglio dalla 2a Commissione Giustizia e dalla 10a Commissione, che comprende Affari sociali, sanità, lavoro pubblico e privato, previdenza sociale. Il PdL sarà discusso a settembre.
Esso due importanti novità rispetto alla Corte. Istituisce un Comitato Nazionale di Valutazione, nominato direttamente dal Presidente del Consiglio, che decide se accettare o rifiutare la domanda di praticare il suicidio assistito. La seconda: la procedura esclude il Sistema Sanitario Nazionale, dunque prevede un rapporto solo privato tra il richiedente e il Governo.
La posta in gioco: l’abisso della libertà umana
Tanto i cittadini quanto i loro rappresentanti politici quanto gli esperti di diritto sono tutti coinvolti nella condizione dell’essere-per-la-morte: la tua vita è sbattuta contro un’alta e nera scogliera, senza scampo. Pertanto là si danno appuntamento paure, emozioni, angosce, filosofie della vita. E noi miseri mortali ci sforziamo di stordire l’attesa fatale, nascondendoci nelle pieghe di quelle “opere e i giorni”, di cui scrive Esiodo.
Tuttavia la morte può diventare desiderabile. Un incidente, un ictus, una malattia degenerativa possono imprigionare l’autocoscienza nel corpo a tal punto che essa può solo registrare i segnali che provengono dal mondo, ma non riesce più ad emettere le risposte. Oppure: sì, si possono muovere gli occhi per fissare una lettera sullo schermo di un computer, aprire e chiudere le palpebre, e riuscire così a comporre, lettera dopo lettera, una frase brevissima. Un amico perfettamente cosciente e immobile – faceva l’idraulico nella vita – impiega circa mezz’ora a spedirmi ogni tanto un semplice “ciao”. Muove gli occhi, solo quelli, e con quelli emette segnali e lacrime. Per ora resiste. Calcolando l’età di vita attesa, ha davanti ancora quarant’anni di questa “vita”, vegetativa dal punto di vista del corpo, ma drammaticamente autocosciente dal punto di vista della mente.
E’ a questa persona e a tante come lui che penso, quando si affronta la domanda di porre fine ad una vita diventata un inferno senza via di uscita. A persone che avvertono di essere ridotto a detriti della natura e della vita. Hanno “diritto” di scegliere se continuare a vivere in queste condizioni ? Io credo di sì.
La posizione della Chiesa cattolica e il rischio del “triage” sociale
Vari documenti della Chiesa cattolica, dal Catechismo, alla Dichiarazione sull’Eutanasia del 1980, al Samaritanus bonus del 2020, alla Dignitas infinita del 2 aprile 2024, affermano che “l’eutanasia e il suicidio assistito sono scelte gravemente contrarie alla dignità della persona umana, perché attentano alla vita stessa, che è un bene indisponibile… La dignità dell’uomo è ontologica e inalienabile, cioè appartiene all’essere umano in quanto tale, e non può essere persa nemmeno nella malattia o nel dolore”.
La preoccupazione della Chiesa, “Maestra di unamità” è che si avvii una deriva per la quale l’anziano, l’ammalato, il debole, il moribondo siano ridotti a inutili scarti. E’ il timore di un esercizio individualistico e selvaggio della libertà, nella quale il forte schiaccia il debole, i sani si liberano dei malati, i giovani degli anziani. C’è il rischio che funzioni una sorte di “triage” sociale assai simile a quello praticato nei Pronto soccorso durante il periodo del Covid: nei letti “i salvati,”, nelle bare “i sommersi”.
I rischi necessari della libertà umana
Tuttavia, presso alcuni gruppi di cattolici il fatto che Dio sia “padrone della nostra vita” viene trasformato meccanicamente nell’idea che la Chiesa e, magari in sua vece, lo Stato e persino il Governo siano i padroni ultimi delle nostre scelte di vita e di morte. Che cos’altro è, infatti, il Comitato nazionale di valutazione, di cui sopra, se non questa pretesa di decidere al posto della libera autocoscienza della persona? I criteri del “triage” cambieranno a seconda delle maggioranze politiche? Si tratta del peggior regime totalitario possibile.
Il fatto è che questi gruppi di cattolici fanno fatica, da qualche secolo a questa parte, a prendere atto dell’abisso insondabile della libertà umana. La quale si può solo accompagnare nella “charitas”, in modo sussidiario. La “dignitas umana” è ontologica, perché la libertà è ontologica, perché essa è costitutiva dell’homo sapiens in quanto sapiens. Non siamo stati creati “”liberi a metà. Siamo semplicemente liberi, con tutte le responsabilità e i rischi conseguenti.
Compito degli ordinamenti giuridici è proteggere lo sviluppo delle libertà umane nel contesto comunitario e sociale. Tutte le libertà di tutti sono connesse in una rete, compresa quella estrema di morire. La scelta del suicidio assistito è la scelta di una persona di vivere una vita degna finché la sente possibile, nelle circostanze date.
I suggerimenti della Commissione Bioetica dell’Accademia dei Lincei
Il suicidio assistito o l’omicidio del consenziente diventano automaticamente un diritto? La Commissione Bioetica dell’Accademia dei Lincei nel Documento Questioni bioetiche in materia di morte volontaria medicalmente assistita ha deciso saggiamente di lasciare “alle dottrine giuridiche di rispondere all’interrogativo”. Intanto, essa sottolinea che nessun trattamento sanitario può essere iniziato senza il consenso della persona interessata; che occorre accertare rigorosamente la volontà autentica e le condizioni di accesso alla morte volontaria medicalmente assistita; che figure centrali debbono restare il medico e il giudice. I Lincei ritengono che la gestione delle procedure debba essere riservata alle strutture sanitarie pubbliche e che il medico debba essere supportato da una struttura consultiva collegiale interna. L’omicidio del consenziente deve essere consentito solo a coloro che, per impedimento materiale, non possano ricorrere alla pratica del suicidio assistito. L’obiezione di coscienza deve essere garantita, purché non comprometta il diritto del paziente a non farsi curare. Per il personale amministrativo e per il giudice, invece, l’obiezione di coscienza dovrebbe essere esclusa. Da ultimo: la materia della morte volontaria medicalmente assistita rientra nella competenza esclusiva dello Stato in materia di ordinamento civile e penale, escludendo quindi la regionalizzazione delle soluzioni, dipendenti da alterne e variabili maggioranze politiche.

E’ stato consigliere comunale a Milano e consigliere regionale in Lombardia, responsabile scuola di Pci, Pds, Ds in Lombardia e membro della Commissione nazionale scuola, membro del Comitato tecnico scientifico dell’Invalsi e del CdA dell’Indire. Ha collaborato con Tempi, il Riformista, il Foglio, l’ Avvenire, Sole 24 Ore. Scrive su Nuova secondaria ed è editorialista politico di www.santalessandro.org, settimanale on line della Diocesi di Bergamo.
Ha scritto “La caduta del vento leggero”, Guerini 2008, “La scuola è finita…forse”, Guerini 2009, “Scuola: rompere il muro fra aula e vita”, BQ 2016 ed ha curato “Che fine ha fatto il ’68. Fu vera gloria?”, Guerini 2018.