di Alberto Bianchi
Da diverse fonti, giornalistiche e politiche, si parla sempre più insistentemente dello svolgimento di un’assemblea nazionale dei riformisti del Partito Democratico e della sinistra moderata, prevista per la seconda metà di ottobre a Milano. L’appuntamento si preannuncia come un’occasione importante per rilanciare una piattaforma programmatica neo-riformista, capace di dare slancio a una “sinistra ragionevole” di governo. È un passaggio necessario, ma non sufficiente – a mio parere – in tempi che sono oggettivamente straordinari e che, dunque, richiedono proposte ed azioni eccezionali. Oltre i programmi, c’è l’urgenza di un neo-riformismo per tempi eccezionali.
Precisiamo, però, a quale categoria concettuale di eccezionalismo i riformisti fanno riferimento: certamente non all’eccezionalismo “ideologico”, etico-moralistico e identitario (il “siamo superiori agli altri perché riformisti”, per capirci); bensì all’eccezionalismo “politico”, come capacità di corrispondenza e adeguamento tra ciò che è un contesto storico determinato e ciò che si intende e si pensa di proporre e fare.
Da qui discende la convinzione che i contenuti programmatici non bastino. Serve una visione. Serve una direzione politica chiara, che non si limiti a rincorrere equilibri tattici o formule coalizionali polarizzanti e radicali come il “campo largo”, spesso evocato più per necessità aritmetiche che per coerenza di prospettiva. I riformisti devono avere il coraggio di definire il proprio ubi consistam, il punto fermo da cui guardare l’Italia, l’Europa e il mondo, e costruire così una proposta politica autonoma, riconoscibile, capace di parlare al Paese nel suo insieme senza mediazioni ambigue.
Questa esigenza non è astratta né rinviabile. Discende dalla crescente probabilità che, a breve, il sistema politico italiano si possa trovare di fronte a un aggravamento del quadro geopolitico internazionale, in primo luogo nel cuore dell’Europa, con il conflitto armato tra Russia e Ucraina che coinvolge direttamente l’Europa e la NATO. In tale scenario, l’Italia potrebbe essere chiamata a maggiori responsabilità politico-militari, in un momento in cui l’orientamento prevalente dell’opinione pubblica italiana è, invece, contrario a un coinvolgimento più diretto. Si aprirebbe così un divario delicato tra la volontà dei cittadini e gli obblighi che derivano dalla nostra appartenenza alle alleanze europee e atlantiche.
È proprio in questa frattura che i riformisti devono collocare il loro ubi consistam politico, diverso dal “campo largo” e dalle sue ambiguità. Serve una proposta politica capace di affrontare con serietà e responsabilità questa tensione, evitando semplificazioni populiste o neutralismi di comodo. Serve una visione per un governo di unità nazionale che, con il taglio delle forze estremiste, possa gestire con equilibrio e autorevolezza le sfide geopolitiche, garantendo coesione interna e credibilità internazionale.
In questo quadro, un neo-riformismo deve innovarsi per continuare a confermarsi come ponte tra le istanze nazionali ed il progetto europeo, come contributo attivo alla riforma dell’Ue e alla costruzione di un’Europa potenza e strategicamente e militarmente autonoma. L’Italia, con la sua posizione geografica e il suo peso politico, può giocare un ruolo decisivo se saprà dotarsi di una classe dirigente capace di visione e di dialogo multilivello.
Ma per farlo, occorre anche una nuova pedagogia politica. I riformisti devono parlare al Paese non solo con programmi, ma con linguaggi e strumenti capaci di ricostruire fiducia, consapevolezza e partecipazione. Serve una cultura politica che gestisca il presente, ma nello stesso tempo che formi cittadini e classe dirigente, investendo nei luoghi della formazione, della comunicazione e della cittadinanza attiva.
L’appuntamento nazionale di Milano può essere il punto di partenza, ma solo se l’assemblea saprà andare oltre la somma di buone intenzioni. Occorre una narrazione politica nuova e una grammatica neo-riformista attraente e convincente. Occorre una leadership solida, capace di leggere il contesto nazionale e internazionale con lucidità, di gestire il presente pensando in termini di medio-lungo periodo, evitando l’improvvisazione e adottando un linguaggio accessibile ma non semplificato, in grado di spiegare la complessità senza banalizzarla. Perché senza una strategia politica forte e una guida autorevole, ogni programma rischia di essere solo un esercizio retorico.
Sessantacinquenne, romano, studi classici, lavora presso Direzione Trenitalia spa, gruppo Fs italiane. Sin da giovane, militante della sinistra: prima nelle fila della Federazione Italiana Giovanile Comunista (FIGC), poi nel PCI (componente migliorista), fino allo scioglimento del partito. Successivamente ha aderito al PDS, poi DS. Attualmente è socio ordinario di Libertà Eguale.