di Giovanni Cominelli
Un giudizio esplicitamente manifestato nelle piazze pro-Palestina italiane ed europee sostiene che Israele è uno Stato abusivo, prodotto di un innesto neo-coloniale violento, a partire dalla Dichiarazione Balfour del 1917 sul “Focolare nazionale ebraico”, fino al “Mandato britannico sulla Palestina”, entrato in vigore il 29 settembre 1923. Essendo abusivo, ogni forma di lotta, anche la più feroce, contro tale presenza è legittima. Così, da decenni Israele è vittima di guerre di aggressione, di attentati terroristici, di rapimenti di ostaggi, di attacchi missilistici, fino al pogrom del 7 ottobre 2023.
Ora, Israele è uno Stato, non perché gli Ebrei abbiano un qualche “diritto al ritorno”, come sostenne il movimento sionista a suo tempo e come ribadisce ancora oggi l’ala più integralista dell’Ebraismo, secondo la quale il Dio della Bibbia avrebbe stabilito che gli Ebrei abitassero nella Terra di Canaan, la Terra promessa, massacrandone e sottomettendone gli abitanti. Come faceva osservare Ben Gurion, il fondatore dello Stato ebraico, solo il Dio della Bibbia sosteneva questa tesi. Non il Dio dei Cristiani, non quello dei Mussulmani.
Se dovesse valere questo sedicente “diritto”, la Storia sarebbe un fiume di sangue sempre in piena: i gruppi umani tenterebbero di continuo di riavvolgere gli eventi. Il fatto è che nessun popolo o etnia è “autoctono”: tutti provengono “da un altrove,” tutti hanno sottomesso o annientato chi abitava il territorio prima di loro per poi essere, a loro volta, sottomessi o annientati da qualche nuovo arrivato. Così è andata la storia umana, da sempre. Gronda sangue. Per restare vicino a noi, basterà pensare alla sottomissione dei Popoli italici da parte di Roma e alla formazione dell’Impero romano.
Israele esiste come Stato legittimo, perché è stato riconosciuto come tale dalla Comunità internazionale degli Stati. È nato dalla Risoluzione n. 181 dell’Assemblea Generale delle Nazioni Unite, approvata il 29 novembre 1947, denominata “Piano di partizione della Palestina”. Essa prevedeva: la divisione del territorio in due Stati indipendenti, uno ebraico e uno arabo, Gerusalemme amministrata da un regime internazionale e un’Unione economica tra i due Stati. La risoluzione fu approvata con 33 voti a favore, 13 contrari e 10 astensioni. Israele la accettò integralmente, mentre la Lega araba ha sempre rifiutato la creazione di uno Stato ebraico e di uno Stato palestinese.
Quando il 15 maggio 1948 Egitto, Siria, Transgiordania, Libano, Iraq e volontari dell’Arabia saudita e dello Yemen aggredirono da ogni lato lo Stato di Israele, fondato il giorno prima, non lo fecero a nome di un Popolo palestinese inesistente: ciascuno di loro voleva un pezzo di Palestina e perciò voleva buttare a mare gli Ebrei di Israele. Dal 1948 ad oggi la Lega araba ha tentato più volte di distruggere lo Stato di Israele, dalla guerra del ’48 a quella del 1967, a quella del 1973. Nel 1964 la Lega araba fondò l’OLP – l’Organizzazione per la Liberazione della Palestina – per condurre la lotta armata contro Israele sul suo territorio, fatta di attentati ai civili e ai militari, sequestri di aerei e di navi, lanci di missili, rapimenti di ostaggi. Hamas è solo l’ultimo capitolo di questa strategia. Intanto, se alcuni Paesi arabi – Egitto, Giordania, Marocco, Emirati Arabi Uniti, Bahrein – hanno riconosciuto l’esistenza dello Stato di Israele, la Lega araba ancora no.
Troppe persone sostituiscono le emozioni e le ideologie alla conoscenza della Storia reale. La quale racconta che, a partire dalla pace di Münster-Osnabrück – la Pace di Westphalia del 1648 –, è stato introdotto il principio del riconoscimento reciproco degli Stati-nazione, quale unico fondamento della legittimità degli Stati. Ripetutamente violato dalle guerre fino ad oggi, il principio dell’intangibile sovranità degli Stati resta il principio-guida, che impedisce ai popoli di continuare a uccidersi in nome di un passato che non può tornare.

E’ stato consigliere comunale a Milano e consigliere regionale in Lombardia, responsabile scuola di Pci, Pds, Ds in Lombardia e membro della Commissione nazionale scuola, membro del Comitato tecnico scientifico dell’Invalsi e del CdA dell’Indire. Ha collaborato con Tempi, il Riformista, il Foglio, l’ Avvenire, Sole 24 Ore. Scrive su Nuova secondaria ed è editorialista politico di www.santalessandro.org, settimanale on line della Diocesi di Bergamo.
Ha scritto “La caduta del vento leggero”, Guerini 2008, “La scuola è finita…forse”, Guerini 2009, “Scuola: rompere il muro fra aula e vita”, BQ 2016 ed ha curato “Che fine ha fatto il ’68. Fu vera gloria?”, Guerini 2018.