di Giovanni Cominelli
La democrazia liberale è in agonia? Questo il grido/domanda di dolore che si leva da conferenze, convegni, dibattiti televisivi, manifestazioni di piazza.
Prima di rispondere alla domanda, è opportuno rappresentarci “la democrazia in salute”.
Questa sta in piedi su due colonne: quella dei valori e quella delle istituzioni.
Il valore fondante della democrazia è la persona umana integrale. Si tratta di un lascito liberale, che è sbocciato dal Cristianesimo. L’essere tutti figli di Dio consegna a ciascuno il diritto alla libertà, all’eguaglianza, alla fraternità.
Quanto alla colonna delle istituzioni, base della democrazia sono la separazione dei poteri, il pluralismo politico-partitico, la libertà di religione, i diritti umani e civili.
Se questa è la democrazia sana, in Italia è gravemente ammalata? Non pare proprio. Funziona, anche con il governo Meloni.
Ciò di cui soffre la democrazia è una “crisi di reputazione”. Le vengono imputate le diseguaglianze socio-economiche e culturali crescenti. Così che ritorna la vecchia critica marxiana alle libertà “borghesi”, puramente giuridico-formali, per le quali tutti sono liberi, ma i poveri soltanto di andare a dormire sotto i ponti della Senna. In questo quadro “gli ultimi” e “i penultimi” possono fare massa critica e passare ad un livello più avanzato, in cui la democrazia formale e quella sostanziale coincidono. Marx lo ha chiamato “comunismo”, nel quale funziona il principio “da ciascuno secondo le sue capacità, a ciascuno secondo i suoi bisogni”. Questa soluzione è stata bruciata dalla storia.
In Europa e in Italia si è seguita la via dello Stato-Welfare. I Socialdemocratici e laburisti, i socialisti e i comunisti italiani l’hanno percorsa con gran decisione. “Tosare la pecora” del capitalismo, non ammazzarla, fu lo slogan di Olaf Palme. Così lo Welfare-State è riuscito a contenere le riproduzione spontanea delle diseguaglianze del mercato, senza schiacciare l’intera società sotto un’eguaglianza funerea, e a redistribuire in parte la ricchezza, senza attendere un troppo lento “trick down”.
Dagli anni ’80 questo meccanismo è entrato in crisi. Per quanto riguarda l’Italia, per due ragioni. La prima: se diminuisce la ricchezza prodotta, perché lo sviluppo produttivo e l’innovazione scientifico-tecnologica rallentano o si fermano, non resta molto da distribuire. Ci si riduce a distribuire debito – oggi siamo al 137% sul PIL – , che viene scaricato sulle generazioni a venire.
L’altra ragione ha a che fare con la globalizzazione. Riprendo qui la definizione della globalizzazione che ne dà J. Habermas: “Per globalizzazione intendo i processi cumulativi di espansione mondiale del commercio e della produzione, delle merci e dei mercati finanziari, delle mode, dei media e dei programmi informatici, delle reti di notizie e comunicazioni, dei sistemi di trasporto e dei flussi migratori, dei rischi generati dalla tecnologia su larga scala, dei danni ambientali e delle epidemie, nonché della criminalità organizzata e del terrorismo”. Il motore di questa globalizzazione non è più, come è accaduto per le precedenti, un capitalismo basato sullo Stato nazionale. Quello di oggi nasce al di là di ogni frontiera.
Come recentemente ha fatto notare Giulio Tremonti, la vecchia triade “Liberté, Égalité, Fraternité” è stata sostituita dalla nuova triade “Globalité, Marchais, Monnaie”.
Ciò che non si è realizzato è l’utopia clintoniana che stava dietro: che questa triade sarebbe stata la base di una democrazia globale. Ciò che sta accadendo ora all’Italia, all’Europa, agli USA, cioè alle democrazie nazionali è che vengono corrose svuotate dall’interno, perché gli Stati nazionali sono ridotti ad Amministrazione e a Fisco – la faccia più antipatica per i cittadini – e padroneggiano sempre meno le dinamiche sociali prodotte dal capitalismo globale.
Donde la reazione della società civile: l’astensionismo dell’indifferenza e la rabbia dell’odio.
Donde la reazione della politica: il nazionalismo – Trump, Orban, Meloni… – e il populismo – M5S, Gilet gialli, AFD, Farage, Le Pen. Dalla sovrapposizione tra queste reazioni arrivano minacce sia alla colonna dei valori sia alla colonna istituzionale della democrazia. Fortunatamente le istituzioni democratiche sono frutto di una storia e sono radicate nella coscienza civile, così che il solo fatto di stare al governo costituisce un vincolo contro tentazioni illiberali e anticostituzionali.
E le autocrazie quale modello di controllo del tecno-capitalismo globale hanno adottato? La Cina propone la classica tavola di valori confuciana e istituzioni totalitarie. La Russia ha ripreso la tavola dei valori, fondata sull’intreccio tra la sacra Rus’ e il Cristianesimo ortodosso, mentre le istituzioni sono, grosso modo, quelle di Stalin. La sfida tra il modello democratico e quello autocratico è aperta, non sta scritto in nessun libro di storia di chi sarà la vittoria. Moltissimo dipende da noi.

E’ stato consigliere comunale a Milano e consigliere regionale in Lombardia, responsabile scuola di Pci, Pds, Ds in Lombardia e membro della Commissione nazionale scuola, membro del Comitato tecnico scientifico dell’Invalsi e del CdA dell’Indire. Ha collaborato con Tempi, il Riformista, il Foglio, l’ Avvenire, Sole 24 Ore. Scrive su Nuova secondaria ed è editorialista politico di www.santalessandro.org, settimanale on line della Diocesi di Bergamo.
Ha scritto “La caduta del vento leggero”, Guerini 2008, “La scuola è finita…forse”, Guerini 2009, “Scuola: rompere il muro fra aula e vita”, BQ 2016 ed ha curato “Che fine ha fatto il ’68. Fu vera gloria?”, Guerini 2018.