di Alberto Bianchi
Ho letto con piacere e convinta adesione la riflessione di Enrico Morando, pubblicata da “Libertà Eguale” il 10 novembre 2025, dal titolo: “Ecco perché serve la Comunità europea della difesa”. Si tratta di un intervento lucido, coraggioso e soprattutto necessario, che ha il merito di esprimere con chiarezza ciò che molti esitano a riconoscere, non solo tra i politici, ma anche tra numerosi cittadini italiani: la minaccia rappresentata dalla Russia di Putin alla sicurezza europea è reale, estesa e di lungo periodo. Sostenere la resistenza ucraina, pertanto, non è soltanto un dovere morale, ma un imperativo strategico per la sicurezza e la libertà del continente.
L’Europa deve reagire con determinazione, sia costruendo una propria capacità di deterrenza (impegno strategico di lungo termine), sia sostenendo con forza chi oggi combatte anche per noi, come l’Ucraina (impegno tattico immediato). È giunto il momento che la sinistra italiana superi ogni ambiguità e abbracci con coerenza questa visione: non può esserci pace senza libertà, né libertà senza difesa.
Morando ci ricorda che l’Europa può fare molto più di quanto abbia già fatto. Occorre però un salto di qualità: un piano comune, una volontà politica condivisa, una nuova architettura istituzionale capace di superare veti e esitazioni. In questa direzione, è particolarmente significativa la proposta di rilanciare oggi la ratifica del Trattato per la Comunità Europea di Difesa – CED (naufragata negli anni ’50), come base per una nuova avanguardia europea dotata di proprie istituzioni, politiche-decisionali e operative-militari, finalizzate alla costruzione di una difesa e deterrenza comuni (il copyright della riproposizione oggi della CED è del prof. Federico Fabbrini).
La proposta di Morando non è un mero richiamo storico o simbolico, ma si inserisce pienamente nel quadro strategico attuale del nostro continente, in cui operano sia l’Unione Europea sia la politica estera italiana. Con la sua riflessione, Morando ha affrontato con efficacia il rapporto tra Bruxelles e Roma in materia di difesa, sicurezza e deterrenza comune. Il che consente di approfondire aspetti specifici della politica estera e di difesa del nostro Paese.
Da decenni, la politica estera italiana si muove lungo due vincoli virtuosi geopolitici e strategici. Ricordiamoci (e il richiamo non sembri una vanità professorale) che geograficamente l’Italia è legata da un lato della penisola al cuore terragno dell’Europa continentale, e per gli altri tre lati è immersa nel mare. Il primo è il cosiddetto “vincolo esterno europeo” che – in un’accezione estensiva rispetto alla sua formulazione originaria negli anni Settanta – si fonda su una tradizione di pensiero e di scelte che, in vario modo ed intensità, va da De Gasperi, Spinelli, Einaudi, fino a Carli, Ciampi, Napolitano, Craxi, Prodi. Questo vincolo lega l’Italia a un sistema di alleanze e responsabilità condivise, rendendola parte integrante non solo dell’architettura economico-sociale dell’Unione Europea, ma anche della sua struttura di sicurezza e di quella della NATO.
Una breve parentesi aneddotica: l’espressione vincolo esterno europeo, coniata o resa popolare da Guido Carli, ex governatore della Banca d’Italia ed ex Ministro del Tesoro, non piacque subito a tutti, per via del termine “vincolo”. Giorgio Napolitano, ad esempio, temeva che potesse suggerire una visione gerarchica delle relazioni tra le istituzioni europee e l’Italia. Tuttavia, il contenuto del vincolo fu largamente condiviso, anche da europeisti convinti come lo stesso Napolitano.
Il secondo vincolo è quello cosiddetto “interno del Mediterraneo allargato”, dove si gioca la partita della stabilità regionale, in relazione ai flussi migratori, alla sicurezza energetica e alla proiezione geopolitica dell’Italia nel suo “estero vicino”.
In che senso, pertanto, il quadro descritto da Morando nella sua riflessione cambia e spinge ad un aggiornamento ed evoluzione il rapporto tra i due vincoli fondanti la politica estera dell’Italia? Questo è un nodo nevralgico da affrontare e chiarire: da parte del governo di centro destra, dell’opposizione di sinistra, dei riformisti e sostenitori di un centro sinistra di governo.
La politica estera e di sicurezza dell’Italia, il che significa di sicurezza e difesa dell’Europa, deve essere capace di tenere insieme questi due vincoli. Chi non tiene insieme le due dimensioni o le tiene in malo modo – governo o opposizione che sia – deve vedere la reazione immediata dei riformisti.
Non si tratta di scegliere tra Bruxelles e il Mediterraneo allargato, ma di vigilare sul mantenimento e sull’innovazione di una postura strategica che valorizzi la posizione geografica, la storia diplomatica e la proiezione mediterranea dell’Italia, all’interno della cornice europea aggiornata delineata da Morando.
Non è, quindi, una questione di mera conservazione di una tradizione di politica estera. Alla luce dell’attuale contesto geopolitico, dobbiamo chiederci: quali scelte prioritarie deve assumere oggi la postura strategica dell’Italia, nel quadro del duplice vincolo, rispetto alle politiche di sicurezza che l’Unione è chiamata a perseguire?
In questo senso, è compito del governo – e di un centro sinistra che aspiri a tornare alternativa di governo – promuovere e sostenere orientamenti e decisioni, a Bruxelles come a Roma, che permettano all’Italia di raccordare le dinamiche generate dal nuovo asse NATO-UE post-conflitto ucraino, che dalla regione baltico-polacca (escludendo l’Ungheria apertamente filorussa) si estende fino ai Balcani, con la propria azione nel Mediterraneo allargato. La reale minaccia russa alla sicurezza dell’Ue non ha un solo fronte in cui si sta dispiegando, ma sicuramente due: con la guerra nell’altopiano sarmatico del continente e, con un’azione politico-diplomatica ed influenza militare indirette ma concrete, nell’area del Mediterraneo allargato.
Se queste sono le domande da porci oggi, allora è evidente perché i riformisti continuino a ritenere che la politica estera e di difesa, europea e italiana, sia il fattore discriminante attraverso cui il Partito Democratico può ritrovare una funzione nazionale autonoma e il centrosinistra tornare a essere un’alternativa di governo.
Essa rappresenta una risposta concreta alla necessità di rafforzare il vincolo esterno europeo, integrando la dimensione mediterranea in una visione unitaria di sicurezza continentale. In tal senso, l’avanguardia istituzionale auspicata da Morando – la CED – può diventare lo strumento con cui l’Italia contribuisce attivamente alla costruzione di una postura strategica coerente con i suoi due vincoli: quello europeo e quello mediterraneo.
Sessantacinquenne, romano, studi classici, lavora presso Direzione Trenitalia spa, gruppo Fs italiane. Sin da giovane, militante della sinistra: prima nelle fila della Federazione Italiana Giovanile Comunista (FIGC), poi nel PCI (componente migliorista), fino allo scioglimento del partito. Successivamente ha aderito al PDS, poi DS. Attualmente è socio ordinario di Libertà Eguale.