di Alberto Bianchi
Trump debole, Putin saldo. Il vertice di Alaska tra Donald Trump e Vladimir Putin, tenutosi il 15 agosto 2025, si è concluso con una dichiarazione generica sull’impegno per “una pace sostenibile” in Ucraina, ma senza alcun accordo concreto sul cessate il fuoco, né una roadmap credibile per la fine delle ostilità. L’incontro, fortemente voluto da Washington, ha suscitato reazioni critiche e scettiche sia nelle capitali europee che nei media occidentali, che ne hanno denunciato l’impostazione bilaterale e l’assenza di risultati tangibili.
In Europa in particolare, e segnatamente da Londra, Parigi e Berlino, le prime reazioni a conclusione del vertice ad Anchorage sono improntate a preoccupazione, disillusione e scetticismo. Per quanto riguarda Roma e il governo italiano, preciserò la mia valutazione più avanti, nel prosieguo del presente commento.
La stampa europea, dal canto suo, ha accolto la conclusione del vertice con freddezza. Le Monde ha parlato di “diplomazia spettacolo”, mentre Der Spiegel ha definito l’incontro “una vittoria d’immagine per Putin”. La Repubblica ha sottolineato l’assenza di contenuti concreti, evidenziando come Trump abbia evitato di pronunciare parole come “tregua” o “pace”. Il timore diffuso è che il summit abbia rafforzato la posizione internazionale di Mosca, senza offrire alcuna garanzia reale all’Ucraina.
Anche negli Stati Uniti, le reazioni sono state altrettanto critiche. Il New York Times ha accusato Trump di aver concesso troppo a Putin senza ottenere nulla in cambio, mentre il Washington Post ha parlato di “un’occasione mancata” per riaffermare il ruolo guida dell’America nel disordine mondiale. Anche alcuni esponenti del Congresso hanno espresso dubbi sull’efficacia del vertice, chiedendo maggiore trasparenza e coinvolgimento degli alleati.
L’impressione dominante, in definitiva, è che il summit di Alaska ha lasciato dietro di sé non solo una scia di interrogativi, ma ha pure rivelato una dinamica geopolitica che si fa sempre più evidente: la debolezza strutturale del presidente americano non risiede tanto nella sua retorica o nella sua linea negoziale, quanto nel contesto internazionale che egli stesso ha contribuito a frantumare. Trump è arrivato al vertice con un campo occidentale diviso, indebolito e privo di una linea comune. Le tensioni con l’Unione Europea, alimentate da mesi di dichiarazioni ambigue e da un disimpegno crescente dagli accordi multilaterali, hanno lasciato Regno Unito, Francia e Germania in uno stato di giustificata e forte diffidenza. L’assenza di un coordinamento transatlantico ha privato Washington della forza collettiva che storicamente ha reso l’Occidente un attore credibile e coeso.
Al contrario, Putin ha potuto contare su un sostegno, seppur prudente, da parte della Cina, che resta confermato. Pechino non ha partecipato al vertice, ma ha fatto sapere di “apprezzare ogni sforzo per la stabilità globale”, lasciando intendere una benevola neutralità che rafforza la posizione russa. Questo equilibrio strategico, in cui Mosca si presenta come interlocutore di Washington ma resta agganciata a Pechino, permette a Putin di negoziare sempre da una posizione di relativa forza. La divisione dell’Occidente come arma diplomatica: questo è il punto di forza di Mosca che Trump continua ad offrire a Putin.
La debolezza di Trump, dunque, non è solo diplomatica: è sempre più di portata sistemica. È il risultato di una politica estera che ha indebolito le alleanze storiche, frammentato il fronte occidentale e lasciato spazio a un asse eurasiatico sempre più compatto. In questo scenario, il vertice di Alaska non poteva che essere inconcludente in termini di soluzioni concrete immediate. Non per mancanza di volontà, ma per mancanza di fondamenta. Putin ha giocato la carta della stabilità, Trump quella dell’improvvisazione. Il primo ha portato con sé l’ombra di Pechino, il secondo la giustificata diffidenza di Bruxelles. E così, ancora una volta, la diplomazia ha mostrato che la forza non si misura nei gesti, ma nei legami. E quando questi legami nel campo occidentale sono messi sotto torsione e si allentano per opera destabilizzante della stessa potenza guida dell’Occidente, ecco che dal vertice Trump-Putin risulta in atto il tentativo di scaricare sull’Ucraina e sull’Europa l’intera responsabilità di un fallimento dell’avvio delle trattative per una pace.
In questo quadro, si pone una considerazione specifica che riguarda l’Italia ed il governo a guida Meloni. Nel contesto delle conclusioni del vertice di Alaska tra Trump e Putin, la posizione del governo italiano appare ormai insostenibile. Per mesi, Roma ha cercato di ritagliarsi un ruolo di “ponte” tra le due sponde dell’alleanza atlantica, tentando di mediare tra l’approccio muscolare di Washington e le istanze più multilaterali espresse da Parigi, Berlino e Londra. Nei giorni immediatamente precedenti il vertice in Alaska, Meloni ha operato una correzione di rotta nella pozione mediatrice, non c’è dubbio, aprendo alla Coalizione dei Volenterosi. La conclusione del summit, però, dimostra l’urgenza di consolidare e sviluppare questa correzione, in raccordo con Francia, Germania e Regno Unito.
C’è, però, anche un silenzio strategico dell’opposizione che non è più accettabile. È vero che le forze di opposizione al governo Meloni criticano – sul piano tattico e politico – le ambiguità dei partiti di maggioranza sulla postura italiana in politica estera; ma è altrettanto vero che Le forze dell’opposizione, a cominciare dal Partito Democratico, non hanno brillato – e continuano a non brillare – per chiarezza di impostazione strategica. Di fronte alla crescente assertività del triangolo europeista formato da Francia, Germania e Regno Unito, l’opposizione italiana ha preferito il rifugio nella genericità: appelli al multilateralismo, vaghe dichiarazioni di sostegno all’Ucraina, e una retorica europeista spesso priva di scelte strategiche.
Difatti, se la conclusione deludente del vertice bilaterale di Alaska tra Trump e Putin ha avuto l’effetto di rivelare, con brutale chiarezza, che la linea di mediazione tra le due sponde dell’Atlantico non è più sostenibile, il problema non riguarda solo Palazzo Chigi: nessuna forza politica di opposizione ha proposto un vero allineamento con le posizioni di Parigi, Berlino e Londra, che chiedono con forza una pace giusta, il rispetto dei confini internazionali e il coinvolgimento diretto dell’Ucraina nei negoziati, unitamente all’avvio di un processo realistico per la difesa, la deterrenza militare e l’autonomia strategica di un’Europa potenza.
Il governo Meloni ha perso la scommessa della mediazione, ma l’opposizione non ha saputo costruire un’alternativa credibile. E così, mentre le capitali europee si muovono con crescente determinazione, l’Italia resta ferma, prigioniera di una politica estera che rischia di essere debolmente atlantica e debolmente europea, ovverosia semplicemente assente. Se l’Italia vuole tornare protagonista, deve prima ritrovare una bussola. E quella bussola non può che essere una scelta netta: stare con l’Europa, non solo a parole, ma nei fatti. Il tempo delle ambiguità è finito. E il vertice di Alaska lo ha dimostrato.
Sessantacinquenne, romano, studi classici, lavora presso Direzione Trenitalia spa, gruppo Fs italiane. Sin da giovane, militante della sinistra: prima nelle fila della Federazione Italiana Giovanile Comunista (FIGC), poi nel PCI (componente migliorista), fino allo scioglimento del partito. Successivamente ha aderito al PDS, poi DS. Attualmente è socio ordinario di Libertà Eguale.