La disfatta della politica estera di Donald Trump è stata celebrata al vertice degli autocrati di tutto il mondo ospitato ieri e l’altro ieri in Cina. Del resto, che la guerra tariffaria avrebbe finito per distruggere l’amicizia strategica tra Stati Uniti e India lo vedevano anche i ciechi.
“L’improvvisa e inspiegabile ostilità del presidente Donald Trump nei confronti dell’India ribalta le politiche perseguite sotto cinque amministrazioni, inclusa la sua precedente”, ha scritto Fareed Zakaria sul Washington Post a Ferragosto. Trump ha imposto all’India dazi del 25% minacciando di farli salire al 50% – il che renderebbe la tariffa doganale americana sull’India la più alta in assoluto – come punizione per l’acquisto di petrolio russo (ma secondo Christian Rocca la vera ragione è un’altra: Narendra Modi non avrebbe voluto riconoscere il ruolo del presidente americano nel cessate il fuoco raggiunto con il Pakistan, e conseguentemente candidarlo al Nobel per la pace: https://www.linkiesta.it/…/trump-america-crisi…/). Trump ha anche denigrato l’economia indiana definendola un’economia “morta”.
“Se questo nuovo atteggiamento dovesse protrarsi”, avvertiva il giornalista indo-americano, “potrebbe essere il più grande errore strategico della sua presidenza fino a questo momento”. L’India è un paese “spinoso” con una storia coloniale e una propensione all’indipendenza, avendo guidato il Movimento dei Paesi Non Allineati durante la Guerra Fredda, ha scritto Zakaria. Ma decenni di impegno degli Stati Uniti avevano iniziato a far pendere Nuova Delhi dalla parte di Washington. Era una strategia sensata, progettata per corteggiare l’India come contrappeso geopolitico alla Cina in ascesa. Lungi dall’essere morta, negli ultimi anni l’economia indiana è stata quella più in rapida crescita al mondo: è la quarta più grande al mondo ed è sulla buona strada per superare quella tedesca e diventare la terza, dietro Stati Uniti e Cina, entro il 2028. Per queste ragioni, sosteneva il columnist del Post, la svolta di Trump non è saggia.
“Anche se Trump dovesse di nuovo invertire la rotta, il danno è fatto”, scriveva Zakaria (che della questione ha poi parlato con la giornalista indiana Barkha Dutt: https://www.cnn.com/…/video/gps-0810-india-trump-tariffs). “Gli indiani credono che gli Stati Uniti abbiano mostrato la loro vera natura: la loro inaffidabilità, la loro propensione a trattare male i propri amici. Comprensibilmente, penseranno che, per tutelarsi, debbano rimanere vicini alla Russia e persino fare ammenda con la Cina. Il Paese è unito nello shock e nella rabbia per il comportamento offensivo di Trump. Quando sono in India, esorto spesso i leader locali a stringere legami più stretti con l’America, sostenendo che il loro destino risiede in una grande partnership tra la più antica democrazia del mondo e la sua più grande. Ora, devo confessare, sarà difficile convincerli a seguire questo consiglio.”
Sull’ascesa della Cina e del nuovo ordine mondiale alternativo a quello americano (“un modello a guida cinese con tutti i peggiori ceffi del pianeta, e con Putin tra i principali esponenti, fondato su autoritarismo, imperialismo e società chiusa”, scrive Rocca) segnalo anche un articolo del direttore del MIT Security Studies Program.
“Una nuova ondata di epurazioni ha travolto i vertici dell’esercito cinese, l’Esercito Popolare di Liberazione”, scrive M. Taylor Fravel su Foreign Affairs. “Dal 20° Congresso Nazionale del Partito, tenutosi nell’ottobre 2022, più di 20 alti ufficiali dell’Esercito Popolare di Liberazione (PLA) di tutte e quattro le forze armate – esercito, marina, aeronautica e forza missilistica – sono scomparsi dalla scena pubblica o sono stati rimossi dai loro incarichi. Sono state segnalate anche le assenze di altri generali, il che potrebbe preannunciare ulteriori epurazioni” (https://www.foreignaffairs.com/…/chinas-military-ready…).
Quali sono le conseguenze delle purghe di Xi in riferimento alle ambizioni di Pechino? Le purghe “probabilmente rallenteranno alcuni programmi di modernizzazione degli armamenti, sconvolgeranno le strutture di comando e il processo decisionale, e indeboliranno il morale – tutti fattori che danneggerebbero la capacità dell’Esercito Popolare di Liberazione di combattere nel breve e medio termine”, scrive Fravel. Ma questo non significa che Xi esiterebbe a schierare le forze cinesi, sostiene il direttore del programma di studi sulla sicurezza (https://ssp.mit.edu/). Nei conflitti del XX secolo, Pechino “di rado ha atteso le giuste condizioni prima di ordinare all’Esercito Popolare di Liberazione di entrare in battaglia”. Oggi, se Xi considerasse parimenti l’azione militare come una questione “di necessità, non di scelta o di opportunità”, i calcoli politici potrebbero ancora una volta prevalere sulla prontezza e la preparazione militare. “Ora, come allora, i leader cinesi possono perseguire la guerra anche se le condizioni economiche e politiche interne sembrano sfavorevoli, e anche se l’Esercito Popolare di Liberazione non è pronto a combattere”, scrive il direttore dell’SSP.
Già senatore del Partito democratico, membro della Commissione Esteri e della Commissione Politiche Ue, fa parte della presidenza di Libertàeguale. Parlamentare dal 2001 al 2018, è stato segretario regionale dei Ds del Friuli Venezia Giulia.
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