di Alberto Bianchi
L’8 settembre si è aperta in Francia una crisi politica di estrema gravità, che potrebbe preludere a una guerra estesa in Europa entro pochi anni. E non credo che tale affermazione possa considerarsi un’esagerazione o puro allarmismo.
La situazione francese è precipitata in una crisi profonda, non solo istituzionale, ma anche sociale, economica e geopolitica. La caduta del governo guidato da François Bayrou, travolto da un voto di sfiducia sulla manovra di bilancio da 44 miliardi di euro, ha lasciato il Paese privo di una guida chiara e con un Parlamento frammentato, incapace di esprimere una maggioranza stabile.
Non si tratta di una semplice crisi di governo, ma di una crisi sistemica. Il fallimento del piano Bayrou — che prevedeva tagli drastici alla spesa pubblica, la soppressione di giorni festivi e il congelamento parziale delle prestazioni sociali — ha provocato proteste diffuse e ha rivelato una verità scomoda: la Quinta Repubblica sembra aver esaurito la propria capacità di mediazione. Il debito pubblico ha superato il 116% del PIL, il deficit ha oltrepassato il 5,8% e la fiducia dei cittadini nelle istituzioni ha toccato i minimi storici.
In questo contesto, la responsabilità di risolvere la crisi ricade sui socialisti moderati. Difatti, mentre la sinistra radicale di Mélenchon e l’estrema destra di Le Pen hanno già respinto ogni ipotesi di compromesso, i socialisti moderati rappresentano l’unico blocco potenzialmente capace di costruire una maggioranza parlamentare insieme ai centristi di Macron e ai repubblicani.
Secondo i sondaggi, l’alleanza tra socialisti e comunisti potrebbe raggiungere il 19%, superando l’indebolito Ensemble di Macron, fermo al 15%. Ma la vera incognita è: i socialisti moderati saranno disposti ad aprire a Macron? Questo è il nodo politico.
La risposta non è semplice: apertura o isolamento? Da un lato, l’ala più pragmatica del Partito Socialista riconosce che un’alleanza con Macron potrebbe evitare nuove elezioni e contenere l’ascesa del Rassemblement National. Dall’altro, molti temono che un’apertura al Presidente Macron significhi legittimare un progetto politico percepito come elitario e distante dalle esigenze popolari.
La sinistra resta divisa: alcuni invocano la “libertà di voto” in aula, altri rifiutano qualsiasi compromesso con l’universo macronista. Eppure, la posta in gioco è altissima non solo per la Francia, ma per tutta l’Europa. Se i socialisti moderati decidessero di sostenere un nuovo esecutivo tecnico o centrista, potrebbero diventare l’ago della bilancia per la stabilità del Paese e dell’Unione Europea.
La crisi francese ha già prodotto ripercussioni negative tangibili sull’Ue e continuerà a farlo. La tradizionale leadership franco-tedesca è in stallo: Berlino è vincolata da rigidi limiti di bilancio, mentre Parigi è paralizzata dall’instabilità politica. Questo vuoto di potere indebolisce anche la Coalizione dei Volenterosi, il gruppo informale di Paesi europei che ha sostenuto con forza l’Ucraina contro l’aggressione russa. La Francia, che insieme a Londra ne è il motore diplomatico e militare, non riesce più a garantire continuità strategica. Gli altri partner europei iniziano a dubitare della capacità di Parigi di mantenere un ruolo politico e strategico nel continente.
La debolezza francese, unita all’effetto di rallentamento sulla Coalizione dei Volenterosi e alla volontà della Russia di proseguire l’aggressione all’Ucraina e all’Europa, sta creando un vuoto che Mosca sembra pronta a sfruttare. La Russia ha intensificato i raid su Kiev, con attacchi record che hanno coinvolto oltre 800 droni e missili in una sola notte, giungendo al culmine di 19 droni che hanno violato lo spazio areo della Polonia, un paese strategicamente cruciale nel fronte est della Nato.
Nel frattempo, il presidente americano Donald Trump ha ambiguamente espresso insoddisfazione per la situazione, annunciando una “fase due” di sanzioni contro Mosca, senza però fornire dettagli né garanzie di supporto militare. L’allontanamento progressivo degli Stati Uniti dall’Europa, la paralisi francese e l’aggressività russa rendono sempre più plausibile lo scenario di una guerra allargata nel continente entro il 2030-2032.
La crisi francese rappresenta, in definitiva, un crocevia per tutti gli europei, italiani compresi. I socialisti moderati hanno l’opportunità — e la responsabilità — di decidere se contribuire alla ricostruzione di un progetto politico condiviso o lasciare che Francia ed Europa scivolino verso una polarizzazione sempre più estrema. Aprire a Macron non significa rinunciare ai propri valori, ma riconoscere che, in tempi eccezionali, servono soluzioni eccezionali.
La Francia è sull’orlo di un cambiamento epocale. Tocca ai socialisti decidere se essere protagonisti o spettatori. E il destino dell’Europa potrebbe dipendere da questa scelta.
Sessantacinquenne, romano, studi classici, lavora presso Direzione Trenitalia spa, gruppo Fs italiane. Sin da giovane, militante della sinistra: prima nelle fila della Federazione Italiana Giovanile Comunista (FIGC), poi nel PCI (componente migliorista), fino allo scioglimento del partito. Successivamente ha aderito al PDS, poi DS. Attualmente è socio ordinario di Libertà Eguale.