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La mossa di Renzi? È l’unica alternativa all’agenda Salvini

Emilia Patta lunedì 12 agosto 2019
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di Emilia Patta

 

La politica è come i grandi amori, fa dei giri immensi e poi ritorna… In queste ore sorprendenti ci si ritrova a pensarla come avversari politici storici e ci si divide da compagni di idee di sempre. Facciamo dunque un po’ di chiarezza.

La mossa di Matteo Renzi di proporre un governo istituzionale per mettere in salvo i conti del Paese – ossia fare la legge di bilancio per evitare l’esercizio provvisorio e la conseguente reazione dei mercati per un Paese con un enorme debito pubblico come il nostro – per poi tornare eventualmente al voto nel 2020 in modo ordinato è sicuramente spiazzante da parte di un leader che ha fatto del “mai con il M5s” un mantra politico bloccando le pur flebili possibilità di accordo tra Pd e M5s a inizio legislatura, un anno e mezzo fa. E non c’è dubbio che dietro le mosse di Renzi c’è il suo progetto di avere più tempo per creare un partito nuovo fuori dal Pd e c’è il timore (se non la certezza) di veder decimata la sua truppa di parlamentari, dal momento che le liste elettorali le farà come è giusto che sia – e nessuno gridi allo scandalo – il segretario Nicola Zingaretti.

D’altra parte non sembra essere una strategia di lungo respiro quella dello stesso Zingaretti e dei big che lo sostengono di puntare alle urne subito sapendo che vincerà Salvini solo per “ammazzare” Renzi e disegnarsi dei gruppi parlamentari più fedeli.

Io credo che un leader deve saper coniugare i suoi legittimi disegni all’interesse generale, altrimenti non è un leader. E questa proposta di Renzi, oltre ad essere l’unica proposta alternativa a un’agenda finora dettata dal solo Salvini, incrocia obiettivamente un nodo istituzionale nonché la preoccupazione delle cancellerie europee, ben presente al Quirinale, di un rapido spostamento dell’Italia dall’asse Atlantico-europeo a quello putiniano. Spostamento che metterebbe a dura prova la sopravvivenza della stessa Unione (ebbene sì, siamo un grande Paese e una delle più grandi economie del mondo con un Pil più alto di quello della stessa Russia).

Sono di contro senz’altro serie le argomentazioni di chi, nel Pd e fuori, sostiene che in questo modo Salvini arriverà comodamente al 60 per cento (lo devo vedere, però) e che il Pd sparirà. Personalmente mi interessa ormai poco il destino del Pd, partito avvitato in una crisi originaria che sembra senza soluzione, e molto invece il destino del nostro Paese.

Non ho risposte né certezze, ma mi chiedo solo se è buona cosa per le istituzioni e per i partiti assecondare i diktat di un uomo che già si vede solo al comando (lui sì, altro che Renzi quando era a Palazzo Chigi e alla guida del Pd).

Temo che, se Salvini riuscirà ad imporre la sua agenda, per il Paese, si aprirà a breve una pagina rovinosa. Magari Salvini vincerà lo stesso tra qualche mese, ma almeno non andremo tutti come pecore alle urne – inaudite a novembre in piena sessione di bilancio – perché il ducetto di turno minaccia le istituzioni, dal Capo dello Stato ai parlamentari tutti. Questo sì che sarebbe un viatico a soluzioni autoritarie.

Se proprio Salvini è destinato a stravincere lo faccia con calma, dopo essersi dato una regolata e dopo aver capito che l’Italia è ancora un Paese democratico (democrazia parlamentare, il che significa che i governi nascono e muoiono in Parlamento e non sulle spiagge con le cubiste) in cui esistono pesi e contrappesi. E dove, soprattutto, la data delle elezioni la decide il Capo dello Stato e non si possono invocare i “pieni poteri” né si può intimare ai parlamentari liberamente eletti “alzate il culo e venite a Roma”. Da parte di uno che per di più rappresenta un partito che è il terzo in Parlamento dopo M5s e Pd (già, il Pd è secondo).

Giornalista de Il Sole 24 Ore

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