LibertàEguale

Digita parola chiave

La segreteria Schlein allontana il Pd dalla tradizione riformista del Pse

Alberto Bianchi venerdì 1 Agosto 2025
Condividi

di Alberto Bianchi

 

L’editoriale di Paolo Mieli sul Corriere della Sera del 1° agosto, “Voto 2027, la partita di PD e M5S”, offre una lettura severa e disincantata del futuro del centrosinistra italiano, con particolare attenzione al rapporto tra Partito Democratico e Movimento 5 Stelle in vista del voto delle politiche del 2027. L’editoriale è degno senz’altro di attenzione ed attenta riflessione, ma dalla prospettiva di coloro che si battono – dall’interno e dall’esterno del Pd – per una sinistra riformista e di governo, alcune delle sue analisi e conclusioni meritano una critica specifica e distintiva puntuale.
Mieli descrive il Pd come un partito incapace di assicurare un’efficace e credibile coesione delle forze di centrosinistra. Notazione vera, questa di Mieli, alla quale mi permetto di aggiungerne una di mia responsabilità: il confronto politico interno al partito tra le diverse componenti che lo costituiscono è assente, da qualche tempo, negli organismi dirigenti nazionali ed il vertice di partito non esprime una capacità ed orientamento di sintesi. La segreteria Schlein sembra, piuttosto, esclusivamente assorbita dalla cura del rapporto con Conte.
In tal senso, Mieli sottolinea la problematicità dell’alleanza del Pd con il Movimento 5 Stelle, ma lo fa riducendo la questione di costruire un’alleanza politica di centro sinistra a mera aritmetica elettorale. Una sinistra riformista di governo non può accettare un tale riduzionismo, sebbene sia assolutamente necessario che il Pd e le altre forze di opposizione si aprano realmente ad un confronto con la maggioranza anche per una riforma elettorale di respiro sistemico. Un’alleanza di centro sinistra, potenzialmente vincente alle prossime elezioni politiche del 2027, deve fondarsi su un progetto condiviso, non su una somma di debolezze. Il Pd deve guidare questo processo, non subirlo come – ahimè – sta invece avvenendo nei rapporti della Schlein con Conte, Bonelli, Fratoianni e la sinistra sindacale di Landini. E guidare un processo di alleanza richiede una leadership forte, una visione chiara e una capacità di mediazione, interna ed esterna al Pd, che non si pieghi né all’anti-riformismo né all’anti-melonismo (ieri anti-berlusconismo) come categorie identitarie.
Mieli sembra rimpiangere il Pd come partito “ramificato nella società”, evocando le sezioni e i dibattiti di un tempo. La sfida, infatti, è costruire nuove forme di partecipazione, capaci di intercettare le istanze diffuse e frammentate della società contemporanea. E qui il nodo è cruciale, certo: gli assenti di oggi dalla partecipazione politica non sono solo i cosiddetti precari e gli esclusi, ma anche quei vasti settori del ceto medio – soggetti, a vario modo ed intensità e con forti contraddizioni, dei processi di trasformazione economico e sociali in atto in Italia e in Europa – che hanno smesso di credere nella politica come strumento di riscatto e che sempre più spesso si rifugiano nel non voto o nella protesta sterile e populistica. Il Pd ha il dovere di tornare a parlare loro non con una retorica redistributiva, ma con un progetto credibile di mobilità sociale, di forte innovazione e ripresa della crescita e della competitività, di sicurezza economica e dignità del lavoro.
Infine, a me sembra che nell’analisi di Mieli manchi una riflessione sul ruolo del Pd come forza socialista europea. In un contesto internazionale segnato dalla guerra, dalla riconversione energetica e da vecchie e nuove disuguaglianze crescenti, il Pd dovrebbe essere il motore di una sinistra moderna e riformista, capace di coniugare giustizia sociale e innovazione, diritti e sviluppo. Ma qui emerge una preoccupazione, che Mieli non affronta nel suo editoriale: la segreteria Schlein sembra allontanarsi dalla tradizione riformista del Pse, di una sinistra pragmatica, capace di governare, di parlare al mondo produttivo e di costruire coalizioni ampie. Il rischio è che il Pd si chiuda in una dimensione identitaria, più attenta alla testimonianza che alla trasformazione. La sinistra riformista non rinnega i valori e i diritti, ma li traduce in politiche concrete, in alleanze sociali, in visione di governo. È lì che il Pd deve tornare a collocarsi, se vuole essere forza guida di un centro sinistra davvero competitivo nel 2027.

Tags:

Lascia un commento

L'indirizzo mail non verrà reso pubblico. I campi richiesti sono segnati con *

Privacy Preference Center

Preferenze

Questi cookie permettono ai nostri siti web di memorizzare informazioni che modificano il comportamento o l'aspetto dei siti stessi, come la lingua preferita o l'area geografica in cui ti trovi. Memorizzando l'area geografica, ad esempio, un sito web potrebbe essere in grado di offrirti previsioni meteo locali o notizie sul traffico locale. I cookie possono anche aiutarti a modificare le dimensioni del testo, il tipo di carattere e altre parti personalizzabili delle pagine web.

La perdita delle informazioni memorizzate in un cookie delle preferenze potrebbe rendere meno funzionale l'esperienza sul sito web ma non dovrebbe comprometterne il funzionamento.

NID

ad

Statistiche

Google Analytics è lo strumento di analisi di Google che aiuta i proprietari di siti web e app a capire come i visitatori interagiscono con i contenuti di loro proprietà. Questo servizio potrebbe utilizzare un insieme di cookie per raccogliere informazioni e generare statistiche sull'utilizzo dei siti web senza fornire informazioni personali sui singoli visitatori a Google.

__ga
__ga

other