di Pasquale Pasquino
Per noi italiani non è facile capire le ragioni delle difficoltà che da più di un anno, dopo le ultime elezioni legislative, il parlamento francese, dominato dalla camera bassa (Assemblée Nationale, il Senato non ha il potere di sfiduciare l’esecutivo), incontra nello stabilire un governo in grado di condurre la politica nazionale.
Si osservi in primo luogo che il Presidente, eletto direttamente dai cittadini, non è il capo dell’esecutivo, come il presidente americano, ma in base ad una convenzione costituzionale, emersa nel tempo, il titolare della politica estera del paese; mentre è il primo ministro che conduce la politica interna e l’Assemblea nazionale è titolare del potere legislativo, per esempio vota la legge del bilancio dello stato, insieme al Senato, che non ha però il diritto di veto assoluto, come accade in Italia.
In Italia tutti i governi della Repubblica sono sempre stati governi di coalizione, anche ai tempi dell’egemonia democristiana. Gli esecutivi erano il risultato di compromessi fra i partiti politici. Non soltanto ai tempi del sistema elettorale proporzionale, ma anche dall’introduzione, dopo la crisi della cosiddetta prima repubblica, di sistemi elettorali misti con piccole o più grandi componenti maggioritarie. Si pensi al primo governo Berlusconi, quando egli era riuscito a creare una coalizione di governo insieme alla Lega di Bossi e ad Alleanza Nazionale, due forze politiche molto lontane fra di loro; oppure ai governi detti gialloverde e giallorosso della legislatura apertasi nel 2018. I governi italiani sono tutti o quasi (i monocolore democristiani erano tollerati solo per brevi periodi) stati fondati su coalizioni, più o meno stabili, ma l’eventuale necessario trasformismo ha impedito che il paese si paralizzasse.
Anche la Francia della Quinta Repubblica, come l’Italia, è sempre stata caratterizzata da una pluralità di partiti politici, ma i governi erano basati sull’alleanza fra partiti della stessa famiglia politica: la sinistra da una parte e la destra dall’altra, più omogenee fra di loro di quanto lo sia la maggioranza di governo presente oggi in Italia. Da noi le tre componenti principali di questa, pur su posizioni molto lontane, come la Lega rispetto a quelle di Forza Italia e anche a quelle della premier Meloni, sono in grado di stare insieme, in realtà senza grosse difficoltà, al punto che il nostro paese è considerato in Europa quello che ha il governo più stabile.
Ad un certo punto, durante la presidenza di François Hollande, il pluralismo politico francese è diventato più conflittuale e dopo il primo mandato presidenziale di Emmanuel Macron (2017-2022) l’Assemblea Nazionale non ha più prodotto che maggioranze relative e non assolute. Dopo lo scioglimento dell’Assemblea nel 2024, la maggioranza centrista che si era raccolta intorno a Macron raccogliendo voti della sinistra e della destra moderate si è ulteriormente assottigliata e non è riuscita a produrre alcun esecutivo capace di far votare il bilancio dello stato.
In realtà il centro macroniano grazie all’astensione della destra moderata (i Républicains) e della sinistra socialista (il PS) potrebbe sopravvivere come governo della non sfiducia – per usare il linguaggio della politica italiana –, anche perché nel sistema costituzionale francese il governo non ha bisogno di un voto di fiducia per entrare in funzione e sopravvive, a meno che un voto di sfiducia non lo faccia cadere. Perché dunque Sébastien Lecornu ha presentato le dimissioni dopo circa 24 ore dalla sua nomina e dopo un lungo periodo che in Italia sarebbe stato considerato esplorativo, ma in Francia è pieno, perché, come va ricordato, per entrare in funzione il primo ministro non necessita di un voto di fiducia in parlamento ma gli basta la nomina presidenziale? Le ragioni di questo abbandono al momento di partenza dell’incarico sono tre. Innanzitutto, in Francia più che in ogni altro paese dell’Europa occidentale sono cresciuti negli ultimi quindici anni due partiti estremisti a destra, il Front National, di Marine Le Pen, ora Rassemblement National, e a sinistra il partito di Mélenchon, La France insoumise. Questi sono incompatibili con i partiti di sinistra e di destra moderati, sicché è impossibile che ci sia un’alleanza, non solo fra i due partiti estremisti, ma anche fra estremisti e moderati delle due parti. Politicamente impossibile è anche l’alleanza fra tutti i moderati, all’origine delle dimissioni di Barnier, di Bayrou e ora di Lecornu. La seconda ragione, che è un’altra versione della prima, è la disabitudine della Francia della Quinta Repubblica ai compromessi politici ai quali i partiti e gli elettori italiani sono invece abituati (lo ricordava De Rita sul Corriere del 4 ottobre). La terza, meno facile da capire per chi come noi è abituato a un sistema parlamentare, è il ruolo decisivo che svolge in Francia dal 1962 l’elezione presidenziale, imposta da De Gaulle, grazie ad un referendum costituzionale di dubbia legalità che sovrapponeva al regime a parlamentarismo razionalizzato della Quinta Repubblica l’elezione popolare diretta del capo dello stato. Se si tiene conto di quanto detto, si capirà che i politici francesi, con la scadenza che si avvicina del secondo e ultimo mandato presidenziale di Macron (nel 2027), pensano soprattutto a posizionarsi appunto in vista delle elezioni presidenziali. Queste si svolgono grazie a un sistema elettorale a doppio turno. Se, come non è mai accaduto nemmeno per De Gaulle, nessun candidato ottiene il 50% più uno dei voti popolari, si va a un secondo turno, al quale accedono solo due candidati votati al primo. È sicuro già ora che uno di essi sarà il/la candidato/a del Rassemblement National. L’altro sarà necessariamente un esponente del centrodestra o del centrosinistra. In questa prospettiva per il potenziale futuro sfidante del candidato lepenista, che sia della sinistra moderata o della destra moderata, governare insieme al partito dell’altro significa inviare agli elettori (stanchi dei governi macronisti di centro) un segnale di inaffidabilità politica e di compromissione (detestata nella cultura politica francese), elettori che dovrebbero sostenere, nello scontro con l’estrema destra, il candidato che arriva al secondo turno delle presidenziali. La prospettiva e l’ossessione dell’elezione all’Eliseo impediscono la nascita del governo Lecornu.
È difficile evitare che si ritorni dinanzi al corpo elettorale ora che è possibile, essendo trascorso più di un anno dalle ultime elezioni legislative, lasso di tempo che per costituzione impediva un nuovo scioglimento. Ma è altrettanto difficile che emerga una maggioranza assoluta nella prossima Assemblea legislativa. A meno che i potenziali candidati Républicains non si rassegnino a consegnare all’estrema destra la presidenza della République, senza provare a batterla. Non è impossibile, dunque, che la repubblica di De Gaulle sia giunta ormai a fine corsa.
Pasquale Pasquino, nato a Napoli nel 1948, è Director of Research al French National Center for Scientific Research (CNRS) nonché docente di Politics and Law alla New York University. Dopo gli studi di filologia classica, filosofia e scienze politiche ha pubblicato ricerche sulla storia delle idee relative allo Stato e alle costituzioni. In anni recenti la sua ricerca si è concentrata sulla giustizia costituzionale in una prospettiva costituzionale. In passato ha lavorato presso il Max Planck Institute di Göttingen, il Collège de France e il King’s College di Cambridge.
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