di Marco Campione
Alessandro De Angelis su La Stampa di domenica 19 ottobre ha scritto un editoriale di commento a quello che ha chiamato “l’Editto di Amsterdam” di Elly Schlein. “La libertà e la democrazia sono a rischio quando l’estrema destra è al governo”, ha detto la segretaria del Pd.
Secondo De Angelis l’anatema «rappresenta la rottura di un argine per come la sinistra di governo, storicamente, si è approcciata alla lotta politica. La sua cultura, la sua postura, il suo linguaggio.».
E poi la denuncia di quella che definisce “radicalità parolaia”: «Ci si adegua all’andazzo: cultura del nemico da abbattere; parossistica caccia alle streghe, racconto che, secondo i dettami del populismo, prescinde dal dato di realtà ma che diventa realtà per la propria curva; linguaggio in cui tutto è lecito e nessuna espressione di odio squalifica colui che la pronuncia; trionfo del doppio standard (ciò che vale per gli altri non vale per me)».
Ho sentito spesso accusare Schlein di non avere idee. Io però non credo che il suo collocare il Pd sul fronte dei “testardamente unitari” nasconda un vuoto di pensiero, ma un vuoto di proposta politica invece sì.
Schlein al fatto che la “vera sinistra” sia quella roba li purtroppo ci crede. È parte della sua cultura politica. E crede profondamente quindi che basti «assecondare fino all’estremo chi la pensa come te, [esaltando] l’incomunicabilità con chi è fuori dal recinto dell’identità.».
Mi torna in mente la famosa scena in Aprile di Nanni Moretti. Apicella sfoga la sua rabbia contro un D’Alema televisivo: “Dì qualcosa di sinistra”. Il personaggio non ha mai detto cosa fosse per lui “di sinistra”, ma il regista 8 anni dopo il suo film ha animato i girotondi, il che ci dà un indizio su cosa avesse in mente.
A prescindere da Moretti, certamente Schlein pensa (fa parte della sua cultura politica) che dare della fascista a Meloni sia “di sinistra”. Ma soprattutto è convinta che lo pensi il suo popolo. Così facendo però confonde chi è dentro il recinto con la totalità degli italiani.
Questo approccio sancisce un ruolo squisitamente minoritario del partito e della coalizione che si andrà a costituire in vista dei prossimi appuntamenti elettorali. Se necessario anche rinnegando se stessi come per il referendum sul Jobs Act e -se la linea non cambia- anche per quello ormai prossimo sulla separazione delle funzioni dei magistrati .
Chi come il sottoscritto guarda ormai da fuori alle involuzioni del Partito Democratico, a volte si lascia andare in un malinconico “ma perché i riformisti del Pd tacciono?”. Devo fare mea culpa, la domanda è mal posta. La domanda da rivolgere è un’altra: “perché tace chi ha creduto nell’Ulivo di Prodi prima e nel Pd di Veltroni poi?”. Prendo un prestito un ultima volta le parole di De Angelis: «La verità è che, sotto il profilo politico, le ragioni fondative [del PD] appaiono sempre più sbiadite. Sbiadita è l’idea maggioritaria di misurarsi col popolo, andando a conquistare, partendo dal proprio punto di vista, cuore e cervello di chi non la pensa come te. E fare di questo il baricentro di una alternativa.».Non è un caso, temo, che voci e realtà che invocano un lavoro “dal basso” sui contenuti (penso a Base di Marco Bentivogli o Più Uno di Ernesto Ruffini) siano ignorate. Non sono funzionali al progetto, nonostante siano anche loro “testardamente unitari”.
Che questo Pd non ha nulla a che fare con il Pd per come era nato è un problema solo per chi ha creduto convintamente nella scelta di dare vita al Pd. E sono loro che il campo cosiddetto largo sta perdendo sempre più, ingrossando le fila dell’astensione se non del centrodestra.
L’invito che rivolgo ai miei amici e compagni di Libertà Eguale è quello di tornare a credere nell’idea che si possa costruire una proposta unitaria di tutti i riformisti. Se non è più possibile farlo dentro il Pd, lo si faccia almeno dentro la coalizione, dando voce a chi sa uscire dal recinto delle proprie certezze ideologiche per parlare a tutto il Paese. Se tornare al Pd proprio non si può, torniamo quantomeno all’Ulivo.
Il governo sta mostrando sempre più le sue debolezze, se resterà ancora lì dopo le prossime elezioni non sarà per colpa degli elettori o del destino cinico e baro, ma colpa di chi non ha avuto la forza di pensare prima e costruire poi una alternativa credibile.

Esperto di politiche per l’Education, ha lavorato nell’azienda che ha fondato fino a quando non ha ricoperto incarichi di rilievo istituzionale. Approdato al MIUR con il Sottosegretario Reggi, è stato Capo della Segreteria dei Sottosegretari Reggi e Faraone e ha lavorato nella Segreteria del Ministro Valeria Fedeli. Ha collaborato alla stesura de La Buona Scuola, il “patto educativo” che il Governo Renzi ha proposto al Paese. Ha scritto di politica scolastica su Europa, l’Unità e su riviste on line del settore. Il suo blog è Champ’s Version