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Legge elettorale, perché non sono d’accordo con Galli della Loggia

Dario Parrini giovedì 31 Luglio 2025
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di Dario Parrini

 

In un articolo apparso oggi sul “Corriere della Sera” Ernesto Galli della Loggia svolge una perorazione in favore del sistema elettorale maggioritario uninominale a un turno, descrivendolo come la strada migliore per superare le liste bloccate e restituire rappresentatività al Parlamento.

A mio modo di vedere è una proposta notevolmente irrealistica, perché non tiene conto di due caratteristiche salienti dell’odierno sistema politico italiano: il bicameralismo paritario e la consistenza numerica dei due rami equipotenti del nostro Parlamento.

Queste caratteristiche rendono sostanzialmente impraticabile l’adozione in Italia di un sistema elettorale che sia allo stesso tempo equilibrato (cioè tale da garantire un minimo di tutela delle minoranze) e imperniato su collegi uninominali veri.

Vediamo meglio.

In Europa un sistema maggioritario basato su collegi uninominali veri esiste in Francia, a due turni, e nel Regno Unito, a un turno (per inciso Galli della Loggia sbaglia anche a preferire apoditticamente il turno unico piuttosto che il doppio turno, essendo quest’ultimo assai più efficiente e legittimante).

In Francia e in Gran Bretagna non c’è il bicameralismo paritario e non esistono meccanismi elettorali di salvaguardia delle minoranze. Si elegge direttamente una sola camera politica e il sistema di voto è “integralmente” maggioritario.

Così puramente maggioritario che nessuno si scandalizza quando si verificano squilibri disrappresentativi enormi, ad esempio se il vincitore delle elezioni prende oltre l’80% dei seggi col 40% dei voti (Francia 1993), o il 63% dei seggi col 33% dei voti (Regno Unito 2024). O se un partito con oltre il 14% dei voti ottiene solo lo 0.8% dei seggi (Regno Unito 2024).

In Francia e nel Regno Unito i collegi sono veri perché sono sufficientemente piccoli (in media 100 mila abitanti circa) da garantire una forte conoscibilità dei candidati da parte dei cittadini e uno stretto legame tra eletti e elettori. In collegi di questa entità le qualità dei candidati hanno un peso rispetto all’etichetta di partito.

Si può adottare un sistema all’inglese o alla francese in Italia? Se perdura il bicameralismo paritario, no. A meno di non voler creare un sistema maggioritario puro aperto alla possibilità di supervittorie e di supermaggioranze parlamentari che potrebbero andare oltre i quorum di garanzia e cambiare la Costituzione da sole saltando il referendum confermativo.

Si parla – è “costretto” a farlo anche Della Loggia – di ritorno a un sistema misto, a un maggioritario ammorbidito.

Si parla cioè di ripristino del Mattarellum: un sistema maggioritario temperato, col 75% dei seggi assegnati con collegi uninominali a un turno (una quota maggioritaria doppia rispetto al Rosatellum vigente dal 2017) e un 25% di recupero proporzionale (nel Rosatellum la quota proporzionale è invece al 63%).

Nell’invocare il Mattarellum si dimentica di dire che quando il Mattarellum fu varato c’erano 945 parlamentari, 630 alla Camera e 315 al Senato, 475 e 232 dei quali venivano eletti in collegi uninominali che erano “veri” alla Camera (dimensione media 130 mila abitanti, simile a quella esistente in Francia e nel Regno Unito) e un po’ meno “veri” al Senato (260 mila abitanti in media).

I deputati e senatori della quota proporzionale venivano eletti con liste bloccate (Camera) o con il recupero dei migliori perdenti nei collegi (Senato).

Oggi in Italia ci sono 400 deputati e 200 senatori.

Se, come col Mattarellum, se ne eleggessero tre quarti col collegio uninominale (300 e 150 circa), avremmo collegi uninominali da 200 mila abitanti alla Camera e 400 mila abitanti al Senato.

Nei collegi della Camera la conoscibilità dei candidati da parte degli elettori sarebbe modesta, il legame eletti-elettori assai debole e la personalità del candidato poco incisiva. Al Senato la conoscibilità dei candidati da parte degli elettori sarebbe scarsissima, il legame eletti-elettori pressoché nullo e la personalità del candidato ininfluente rispetto alla sua targa di partito.

Sarebbe, specialmente per quanto concerne il Senato, un sistema uninominale di facciata, non vero.

Sarebbe un sistema in cui i cittadini avrebbero solo l’illusione di contare. Un sistema in cui i paracadutati – che c’erano anche col Mattarellum –  sarebbero un numero assai elevato.

Certo, se invece di avere 600 parlamentari da eleggere in due elezioni distinte, avessimo un assetto istituzionale di tipo europeo –  con un’unica camera politica da 600 componenti – un maggioritario temperato come il Mattarellum avrebbe un senso.

Ma queste condizioni oggi in Italia non ci sono. E discutere di sistema elettorale facendo finta che ci siano non risulta molto onesto intellettualmente.

Il bicameralismo paritario – vero guaio delle istituzioni italiane – appare purtroppo saldo come non mai. Nessuno sembra aver voglia di dar battaglia per superarlo. Se si vuol essere realisti, stanti il bicameralismo paritario e la consistenza delle nostre due camere, la reintroduzione del voto di preferenza – con cui peraltro già si eleggono gli europarlamentari e i consiglieri comunali e regionali – è l’unico modo di superare sostenibilmente le liste bloccate e di ridare seriamente un effettivo potere di scelta agli elettori italiani.

Si dirà che il voto di preferenza ha difetti.

Sì, ne ha, come ne ha ogni meccanismo di individuazione degli eletti. Nessun meccanismo è perfetto.

Nel quadro italiano odierno, ritengo tuttavia di poter affermare con nettezza che le preferenze sono, tra quelli noti, il meccanismo con il miglior saldo tra vantaggi e svantaggi.

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