di Alberto Colombelli
Se si vuole parlare di diseguaglianze, oggi tutto parte da qua.
L’equità fiscale è giustizia sociale.
In una stagione di legge di bilancio, dopo giorni di confronto molto strumentale, con slogan che spesso confondono e a cui viene riservata ampia diffusione mediatica, quel che resta da constatare è che una linea politica che permetterebbe oggi in Italia l’attuazione di manovre redistributive (come quella attuale non è) e la destinazione delle risorse al servizio delle priorità appare molto lontana dalla realtà delle proposte avanzate.
Perché la domanda fondamentale che ciascuno dovrebbe in piena coscienza porsi è una sola: se i veri contribuenti in Italia sono e restano una netta minoranza come si può pretendere il mantenimento di un sistema universalistico?
I dati sono molto chiari, basta scorrerli uno a uno.
I lavoratori dipendenti pagano quasi il 59% dell’Irpef complessiva (111,2 miliardi di euro su 189,9 nel 2023).
I redditi dai 50 mila euro (che partono da 3.850 euro lordi, circa 2.500 euro netti) sono la fascia in cui il 12% dei contribuenti italiani paga il 55,1% dell’Irpef.
Alla luce di questa iniqua contribuzione al gettito fiscale consegue una difforme interpretazione del livello a cui un reddito viene definito come medio-alto.
Così infatti l’ISTAT considera redditi medio-alti quelli sopra i 28 mila euro, che vuol dire quelli che partono da 2.150 euro lordi, circa 1.655 euro netti.
Così come indica, per puro responso matematico, che i due quinti più ricchi della distribuzione Irpef partono da chi guadagna 1.900 euro lordi al mese, circa 1.400 netti.
A discrezione di ciascuno, in base alla propria esperienza sul costo attuale della vita, quale possa essere la soglia effettiva per definire un reddito medio-alto oggi.
Perché nella realtà di tutti i giorni la situazione appare sempre più insostenibile per la classe media, pur di fronte ad un silenzio più o meno assordante di chi è ormai abituato comunque a fare affidamento sempre e comunque sulle proprie forze.
Una volta si diceva che in Italia le tasse sul lavoro dipendente erano alte ma rispetto agli altri Paesi qui si disponeva comunque di un sistema di welfare che lo giustificava e copriva.
Oggi i lavoratori dipendenti pagano tasse ma non dispongono nemmeno più di quel sistema di servizi soprattutto sanitari che un tempo erano garantiti: oggi paghi sempre più tasse ed in aggiunta se vuoi assistenza sanitaria devi ricorrere a una polizza privata che, anche se in parte pagata dall’azienda, presenta comunque franchigie in taluni casi anche estremamente onerose.
Il tutto aggravato dalla rilevante mancata copertura del fiscal drag che determina salti di scaglione di aliquota di fronte a aumenti di redditi lordi solo nominali per effetto dell’inflazione, come più volte evidenziato da Marco Leonardi (Università Statale di Milano, già Capo Dipartimento per la Programmazione Economica del Governo Draghi) e da Leonzio Rizzo (Università degli Studi di Ferrara) nei loro editoriali su Il Foglio:
“Quando l’inflazione corre e le soglie fiscali non si muovono, il gettito aumenta ‘occultamente’ con la crescita dei prezzi. In Italia il mancato adeguamento pesa per circa 25 miliardi tra il 2019 e il 2023 e i redditi superiori ai 35 mila euro sono gli unici che lo hanno pagato senza avere grandi compensazioni.” (‘Il fiscal drag è di 25 miliardi (non 12)’, di Marco Leonardi e Leonzio Rizzo, Il Foglio, 6 novembre 2025)
Pur di fronte a questa situazione la proposta di legge di bilancio 2026 prevede la sola riduzione dell’aliquota Irpef dal 35% al 33% per lo scaglione di reddito da 28 mila a 50 mila euro.
La situazione appare ancor più disarmante quando il peso fiscale sui redditi da lavoro in Italia viene comparato al regime fiscale in essere negli altri principali paesi dell’Unione europea.
Lo ha detto bene Sebastiano Barisoni, Focus economia, Radio 24:
“La Germania ha il 42% da 67 mila euro e poi un’aliquota più alta dai 278 mila.
La Francia ha il 42% dagli 82 mila euro con una marginale massima che parte da 177 mila euro.
Da noi il 43% scatta subito dopo i 50 mila.
Quindi negli altri Paesi si lascia un po’ più di respiro alla famosa, ormai quasi mitologica, classe media.”
che ha proseguito indicando una sua necessaria ricetta molto chiara:
“Secondo me la cosa migliore è fare un vero contrasto all’evasione fiscale.
E non lo fai con il forfettario a 85 mila euro.
E non lo fai con la quinta rottamazione, con la quale c’è un saldo negativo per le casse dello Stato.
Ripeto: lotta all’evasione fiscale, basta con le rottamazioni, rivedere qualche forfettario – 85 mila mi sembra bello alto – e poi, eventualmente, chiedere un contributo a chi è sopra una certa soglia di reddito, magari facendo scattare, come in Francia e Germania, l’aliquota del 43% dopo, e immaginando anche, per dichiarazioni superiori ai 200-300 mila euro, un’ulteriore aliquota.”
Così anch’io ripeto: equità fiscale è giustizia sociale.
Oggi ridurre le diseguaglianze significa anche recuperare rispetto per la classe media, ripermettendole attraverso un’adeguata riforma fiscale di poter tornare tale.
Sì, rispetto: perché l’equa distribuzione dei carichi fiscali è presupposto essenziale per la condivisione dei servizi collettivi che tali oneri finanziano.
Lo è peraltro anche in aderenza all’articolo 53 della nostra Costituzione, che stabilisce l’obbligo di contribuire alle spese pubbliche in base alla capacità contributiva e il principio di progressività del sistema tributario.
Così deve essere prerogativa dei riformisti, che si immaginano come potrebbero essere le cose e si chiedono perché no, dedicarsi ora a promuovere questo prioritario principio di giustizia sociale.
Lo deve essere oggi come lo è stato ieri.
“Per Matteotti, la questione fiscale, a partire dalla funzione redistributiva e perequativa, si colloca al centro di un’iniziativa concreta che vuole segnare una netta discontinuità rispetto alla condizione dello Stato liberale, caratterizzata dal rinvio costante delle riforme tributarie.
Matteotti, rigoroso e profondo, mostrava una grande avversione per i programmi vaghi, la superficialità, l’imprecisione, gli opportunismi e il privilegio garantito sempre agli stessi.
Diffidava dei populismi e della demagogia. (…)
Centrale nella proposta matteottiana è l’imposta generale progressiva sul reddito.
Questione discussa da tempo, ma rispetto alla quale nessun politico, sino ad allora, aveva elaborato una proposta organica finalizzata a conseguire, grazie ad essa, l’obiettivo di giustizia sociale che Matteotti aveva in mente.
Si tratta di un tema nevralgico che segna anche il nostro presente perché, se al tempo non esisteva ancora, oggi la progressività si è in gran parte smarrita.”
(‘Metodo Matteotti e giustizia fiscale’, di Andrea Arrigo Panato, intervista a Francesco Tundi, Alma Mater Studiorum, Università di Bologna, Il Sole 24 Ore, 16 giugno 2024)

Consulente d’impresa, esperto in Corporate Banking. Già delegato dell’Assemblea Nazionale del Partito Democratico, è attivo nell’Associazione europeista Freedem e nell’Associazione InNova Bergamo. Ha contribuito al progetto transnazionale di candidatura UNESCO delle ‘Opere di difesa veneziane tra il XV e il XVII secolo’. Diplomato ISPI in Affari europei. Componente del Comitato scientifico di Libertà Eguale. E’ impegnato nella costruzione di una proposta di alleanza tra tutti gli europeisti riformatori.