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Lettera di Enrico Morando ai soci sulla separazione delle carriere

Enrico Morando martedì 22 Luglio 2025
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A tutti gli iscritti di Libertà Eguale
Carissimi,
si è concluso al Senato l’esame della riforma costituzionale sulla separazione delle carriere, Atto Senato n. 1353, con lettura identica a quella già effettuata alla Camera.
Non entro nel merito delle valutazioni dei nostri parlamentari di opposizione, che dipendono da dinamiche proprie. In alcuni gruppi c’è un orientamento maggioritario contrario e la disciplina di gruppo è un valore importante. Disciplina che però dovrebbe essere l’esito a valle di un confronto tra posizioni diverse che andrebbero esplicitate senza autocensure. Pesa certo nella valutazione e nel voto, al di là dello stretto merito, l’accorciamento forzoso dei tempi che rivela una mancata volontà di dialogo, già vista nella prima lettura Camera dello scorso gennaio.
Pesa altresì in quelle valutazioni la mancata correzione del grave errore di aver voluto prevedere meccanismi di sorteggio per la composizione dei nuovi Consigli superiori, separati tra Consiglio requirente e Consiglio Giudicante.
Tuttavia, non essendo il testo più emendabile giacché in seconda lettura si può solo votare su questo testo, bisogna andare al cuore del merito della questione.
Senza voler sostituire ad una disciplina di partito o di opposizione un’altra di associazione, cosa che non rientra nel nostro stile, mi permetto di segnalare che dal punto di vista storico-culturale la nostra Associazione (e ancor prima le aree politico-culturali di origine della stessa) ha sempre visto nel principio della separazione delle carriere un dato positivo di impronta liberale, purché essa non conduca a forme di subordinazione verso l’esecutivo, tema giustamente sollevato ma che non è presente in alcun modo nel testo.
Per questa ragione, in libertà, la gran parte di noi ha votato Sì ai due referendum abrogativi su leggi ordinarie promosse dai Radicali. Già il fatto che la Corte abbia ammesso referendum su leggi ordinarie a Costituzione invariata rivela che la separazione di per sé non scardina nulla negli equilibri costituzionali.
Peraltro alcuni di noi erano anche parlamentari quando nel 1999 approvammo la riforma costituzionale dell’articolo 111, dopo la quale la nostra Carta ora recita: “Ogni processo si svolge nel contraddittorio tra le parti, in condizioni di parità, davanti a giudice terzo e imparziale”. Non ci sfuggiva allora che parlare di giudice terzo fosse un momento di passaggio per giungere alla consequenziale separazione delle carriere.
Nell’ultimo referendum promuovemmo anche un apposito appello che qui riproduco:
Il testo, dicevo, non è più emendabile. Chi si trova fuori dal Parlamento dovrà comunque esprimersi come cittadino elettore nel referendum finale, che sarà con tutta probabilità richiesto. Referendum nei quali, a differenza dei voti in Parlamento, non vi è disciplina di partito.
Ora, anche in questo referendum, sia pure di natura diversa, saremo chiamati a scegliere non per appartenenza di partito, non per dinamiche interne nei partiti e tra i partiti, ma sulla base del bene superiore del Paese.
Per questa ragione, nella massima libertà, credo che occorra prepararsi da parte di chi si vuole collocare in continuità con questa ispirazione liberale di sinistra, ad animare una posizione favorevole, che sia altrettanto chiara nella collocazione politica alternativa all’attuale maggioranza. Di modo che, anche stavolta, nel referendum si possa valutare sul merito della proposta e non come test per le successive elezioni politiche.
Il Presidente Enrico Morando
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