“Anche noi siamo convinti che una soluzione non sia quella di inviare i militari italiani in Ucraina”. Così si è espresso il vicepremier e ministro degli Esteri del governo italiano, Antonio Tajani, a margine del Meeting di Rimini. Il raggiungimento della pace – osserva ancora il leader di Forza Italia – “è un lavoro difficile: deve prevalere il buon senso, noi stiamo facendo tutto ciò che è nelle nostre possibilità”.
Ho voluto riportare la dichiarazione del ministro Tajani, per mettere in risalto una contraddizione grave presente nella politica estera del governo italiano in questa fase della questione ucraina apertasi dopo il vertice Trump-Putin in Alaska. Contraddizione che – spero – emerga evidente nel prosieguo del presente commento.
La guerra, che si combatte a pochi chilometri dai confini dell’Italia e dell’Unione europea, sta già ridefinendo gli equilibri geopolitici del continente. L’aggressione russa all’Ucraina non è solo una violazione del diritto internazionale ed una tragedia umanitaria: è un attacco diretto alla stabilità dell’ordine europeo. In questo contesto, l’Italia ha l’opportunità – e la responsabilità – di giocare un ruolo più incisivo.
Il dibattito in corso tra le cancellerie occidentali sulla creazione di un dispositivo di sicurezza per Kiev, dopo una possibile anche se difficilissima intesa di pace, ispirato al principio dell’articolo 5 del Trattato Nato (“un attacco a uno è un attacco a tutti”: proposta italiana), impone una riflessione seria e lungimirante. Se davvero si vuole costruire una garanzia credibile per la sicurezza ucraina, non è sufficiente la sola inventiva tecnica di una proposta avanzata dall’Italia agli alleati occidentali (Alleanza Atlantica, Coalizione dei Volenterosi, Ue) che sostengono con Roma la difesa dell’Ucraina dall’aggressione della Russia. E non basta neppure – aggiungo – la disponibilità diplomatica del governo Meloni. Serve anche una disponibilità concreta, operativa. Serve che l’Italia dichiari apertamente la propria volontà di contribuire con un contingente militare, parte di una forza multinazionale, alla difesa di Kiev, nell’ambito della soluzione di un simil articolo 5 del Trattato Nato alla questione ucraina. È qui che risalta la contraddizione dell’affermazione del ministro Tajani.
L’invio di truppe italiane – anche in forma limitata, purché concreta e ben definita – non sarebbe un gesto simbolico, ma una scelta strategica fondamentale. Rafforzerebbe, insieme ai contingenti militari dei nostri alleati europei, soprattutto quelli presenti in ambito Coalizione dei Volenterosi, la deterrenza contro ulteriori aggressioni russe, dimostrando che l’Europa non è disposta a tollerare nuove violazioni della sovranità ucraina. E consoliderebbe il ruolo dell’Italia come attore centrale nella difesa dell’ordine internazionale, accanto a Francia, Germania e Regno Unito.
Fino ad oggi, Roma ha preferito mantenere una posizione prudente, offrendo contributi tecnici come lo sminamento e il supporto logistico. Ma la prudenza, in certi momenti storici, rischia di diventare irrilevanza. L’Italia ha già proposto un modello di garanzia per Kiev: ora deve dimostrare di crederci davvero.
Non sarebbe la prima volta che l’Italia decide di schierarsi con responsabilità e coraggio in difesa della sicurezza europea. Lo ha fatto nel 1999 con la partecipazione alla missione NATO in Kosovo, contribuendo alla stabilizzazione dei Balcani. Lo ha fatto in Bosnia ed Erzegovina con la missione SFOR, dove le truppe italiane hanno avuto un ruolo chiave nel mantenimento della pace. E ancora, nel 1997, con l’Operazione Alba in Albania, l’Italia ha guidato una missione multinazionale per evitare il collasso istituzionale di un Paese vicino.
Ma c’è un precedente ancora più emblematico, quantunque risalga a prima dell’Unità d’Italia e valga solo come un esempio metodologico: la Guerra di Crimea (1853–1856). In quel conflitto, il Regno di Sardegna, sotto la guida di Camillo Benso di Cavour, decise di inviare un contingente militare a combattere al fianco di Francia e Regno Unito contro la Russia zarista. Pur non essendo stata una scelta dettata da obblighi di alleanza militari, fu una scelta di visione strategica: Cavour voleva che il piccolo Stato piemontese uscisse dall’isolamento e si sedesse al tavolo delle grandi potenze europee. Quell’intervento, pur rischioso, fu decisivo per ottenere l’appoggio internazionale alla causa dell’unificazione italiana. La lezione di metodo è chiara: in certi momenti storici, la politica estera deve essere audace per essere efficace. E l’Italia deve scegliere se restare spettatrice o diventare protagonista nel tempo presente. Certamente, nel caso dell’Ucraina di oggi, non si tratta di mandare truppe italiane a combattere su un fronte di guerra come avvenne per la Crimea ai tempi di Cavour, ma di contribuire alla formazione di un contingente internazionale di deterrenza militare per la sicurezza di Kiev nel dopoguerra.
Una dichiarazione pubblica del governo italiano sulla disponibilità – insieme ai nostri alleati europei – a partecipare con truppe al dispositivo di sicurezza per l’Ucraina invierebbe un messaggio chiaro a Mosca: siamo pronti a difendere i valori e i confini dell’Ucraina e dell’Europa.
Ma perché questo messaggio sia forte, credibile, duraturo, serve qualcosa di più del solo impegno del governo italiano in carica. Serve l’appoggio unitario dell’opposizione. In un momento in cui la sicurezza europea è in gioco, le divisioni interne rischiano di indebolire la posizione italiana. La difesa dell’Ucraina non è una questione di maggioranza o minoranza: è una questione di interesse nazionale ed europeo.
Serve un patto politico trasversale, una dichiarazione comune che unisca governo e opposizione nel riconoscere la necessità di contribuire alla sicurezza ucraina. Non si tratta di militarismo, ma di responsabilità democratica. Non si tratta di avventurismo, ma di lungimiranza strategica.
Una forza multinazionale credibile, con anche truppe italiane, potrebbe fungere da cuscinetto dissuasivo, riducendo il rischio di escalation e proteggendo i confini orientali dell’Europa. L’Italia, dunque, come ponte tra Europa centrale e Mediterraneo allargato, ha interesse diretto nella stabilità dell’Est europeo. E ha tutto da guadagnare nel contribuire a una pace giusta, fondata sulla sicurezza condivisa.
La storia non aspetta. Ogni esitazione, ogni ambiguità, ogni tentativo di restare ai margini rischia di essere pagato caro, in termini di credibilità, influenza e sicurezza. L’Italia ha l’occasione di dimostrare che è pronta a difendere l’Europa, i suoi valori, e il diritto internazionale. Offrire un contingente militare per la sicurezza dell’Ucraina non è solo un atto di solidarietà: è un investimento nel futuro dell’Europa. E nel nostro.
Sessantacinquenne, romano, studi classici, lavora presso Direzione Trenitalia spa, gruppo Fs italiane. Sin da giovane, militante della sinistra: prima nelle fila della Federazione Italiana Giovanile Comunista (FIGC), poi nel PCI (componente migliorista), fino allo scioglimento del partito. Successivamente ha aderito al PDS, poi DS. Attualmente è socio ordinario di Libertà Eguale.
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