di Giovanni Cominelli
Le cifre fornite dall’Istat in questi giorni sulla caduta del tasso di natalità in Italia non sono inaspettate. Da anni l’ex-presidente dell’Istat, Gian Carlo Blangiardo, ricercatori quali Nando Pagnoncelli, il Centro di ricerca “Neodemos” e altri documentano la continua diminuzione delle nascite. Nel 2024 sono state 369.944, quasi 10 mila in meno rispetto al 2023. Nel 2025 13 mila in meno rispetto allo stesso periodo del 2024. Il numero medio di figli per donna raggiunge il minimo storico: nel 2024 si attesta all’1,18, rispetto all’1.20 del sul 2023. La fecondità scende a 1,13.
Le cause della denatalità sono molto varie e ben note.
Alla fine, molto meglio un cane o un gatto da compagnia che un figlio. Nel paesaggio antropologico dei nostri paesi e città è facile notare coppie o single a passeggio, che spingono la carrozzella con il cane o lo tengono in braccio e discutono amabilmente con lui, magari indirizzandogli qualche genitoriale sgridata. Sono queste le nuove “famiglie allargate”.
I ricercatori sociali non hanno mancato in questi anni di proporre ai decisori politici, agli imprenditori e ai sindacati delle misure per contrastare o almeno frenare la deriva denatalizzante. E’ evidente, infatti, che un Paese così ridotto tende a scomparire dalla storia e dalla carta geografica. Eppure, si respira un’aria di rassegnata impotenza.
Le politiche della natalità si presentano difficili per i politici che cercano il consenso come i polmoni cercano l’aria.
I giovani sarebbero i più indicati per fare figli. Ma la loro forza politica è debole: sono circa 11 milioni di elettori, “gli altri” sono circa 35 milioni di elettori. A chi si rivolgerà il politico in cerca di un seggio, considerato che l’astensionismo giovanile arriva al 56%? Solo che la crisi demografica non si affronta soltanto con le politiche del mercato del lavoro, della formazione e del Welfare.
Il fatto è che la società italiana e le società europee hanno cessato di auto-comprendersi come società di sviluppo umano. La generazione di un’altra vita non è più considerata la continuazione con altri mezzi della mia vita e della nostra storia collettiva. L’Occidente europeo ha cessato di essere generativo.
Il cosiddetto “Occidente collettivo” – per usare un’espressione di sfida di Putin – è attraversato oggi da dinamiche socio-culturali e geo-politiche destinate a ridurne in tempi relativamente brevi il peso globale. E, tuttavia, la presa di coscienza dei fattori di crisi è il primo passo per cambiare le dinamiche e gli scenari. Il lascito dell’Occidente europeo prevede che la storia non è Fato e Destino, è Caos e Caso, dentro i quali operano il principio ordinatore umano della Ragione e il motore della Libertà. Il presente è sempre frutto di scelte passate, il futuro di quelle presenti.
Viceversa sta venendo avanti nella coscienza occidentale la convinzione che l’Occidente incorpori un meccanismo autodistruttivo a tempo, del quale sentiamo gli ultimi ticchettii. Per noi la Storia pare finita. La storia collettiva, si intende, cioè quella familiare, sociale, nazionale, europea. Quella individuale è l’unica per la quale vale la pena affannarsi e competere. Ma non si tratta di vera storia, che si distende lungo le tre dimensioni del tempo: è il mio presente qui e ora. Una vita solo “presente” è una vita senza legami generazionali, senza relazioni, senza tradizione, senza speranza, senza casa. “Homeless mind” definì Peter Berger, assai per tempo, nel 1974, la coscienza moderna, produttrice della pluralizzazione dei mondi di vita, della secolarizzazione della coscienza, dell’alienazione burocratica e della nuova ricerca di senso. Viene dal profondo degli Anni Trenta del ‘900 questa visione disperata, che Walter Benjamin ha scolpito nella “Tesi IX di Filosofia della Storia”, là dove descrive “l’angelo della storia”, prigioniero di una tempesta “che si è impigliata nelle sue ali”: essa “lo spinge irresistibilmente nel futuro, a cui volge le spalle, mentre il cumulo delle rovine sale davanti a lui al cielo”. Negli anni ’30 si trattava di un nichilismo tragico, tra due guerre-abisso. Oggi si tratta di nichilismo fatuo, di “nichilismo senza abisso”. Ora, noi non sappiamo se i nostri figli e nipoti riprenderanno a fare figli.
Ma sappiamo per certo che la battaglia demografica si gioca sul terreno dell’educazione. Ecco perché la Chiesa cattolica, che Paolo VI definì “maestra di umanità”, ha celebrato ieri, con un Documento di Leone XIV, la Dichiarazione “Gravissimum Educationis” del Concilio Vaticano II, promulgata da Paolo VI appunto il 28 ottobre 1965. Il Documento richiama alle nuove vulnerabilità dell’educazione oggi: frammentazione sociale, sovraccarico digitale, precarietà affettiva e culturale degli studenti e invita tutte le istituzioni educative cattoliche ad inaugurare una nuova stagione che parli “ai cuori delle nuove generazioni”, riconnettendo conoscenza e senso, competenza e responsabilità, fede e vita.
Il messaggio vale anche per i non-credenti.

E’ stato consigliere comunale a Milano e consigliere regionale in Lombardia, responsabile scuola di Pci, Pds, Ds in Lombardia e membro della Commissione nazionale scuola, membro del Comitato tecnico scientifico dell’Invalsi e del CdA dell’Indire. Ha collaborato con Tempi, il Riformista, il Foglio, l’ Avvenire, Sole 24 Ore. Scrive su Nuova secondaria ed è editorialista politico di www.santalessandro.org, settimanale on line della Diocesi di Bergamo.
Ha scritto “La caduta del vento leggero”, Guerini 2008, “La scuola è finita…forse”, Guerini 2009, “Scuola: rompere il muro fra aula e vita”, BQ 2016 ed ha curato “Che fine ha fatto il ’68. Fu vera gloria?”, Guerini 2018.