di Giovanni Cominelli
Che cosa ci resta delle “Piazze per Gaza”?
Dal punto di vista etico, è un movimento pacifista “classico”, una sorta di rivolta morale, condensata attorno al brand fasullo, divenuto universale, del “genocidio”. Dal punto di vista politico, è un movimento di piazza contro il Governo Meloni, diretto dal Pd schlein-forme, dai Verdi, da Sinistra italiana, da Cgil, Usb, Cobas e dal M5S.
Dal punto di vista storico, è un movimento “anticoloniale”.
Sulla piattaforma anticoloniale si sono ritrovati i giovani pacifisti italiani, i giovani arabi immigrati, gli studenti palestinesi, i vecchi sessantottini antimperialisti e antiamericani – cattolici, comunisti, terzomondisti – pezzi di sindacato, gli immigrati di seconda/terza generazione e persino i “maranza” locali.
“L’Anticolonialismo” viene da lontano: è stata la cifra lessicale di un movimento storico, che ha investito l’Asia e l’Africa dal 1945. La costituzione dello Stato di Israele è considerata dalle “Piazze per Gaza” come l’ultimo atto del colonialismo europeo, cui è stato aggiunto, sul finire degli anni ’50, l’imperialismo americano.
Oggi l’anticolonialismo si è ripresentato sulla scena come “movimento per la decolonizzazione”. I popoli si sono decolonizzati, ma in Occidente è insorto un movimento di liberazione dall’Occidente. Sotto la spinta del movimento woke e della teoria critica della razza molti storici, sociologi, critici sociali hanno messo sotto la lente il passato storico dell’Occidente alla ricerca di ogni traccia di razzismo, di oppressione sociale, di esclusivo binarismo sessuale al duplice fine di purificare a posteriori la sua storia e di trovare i fili interrati, solo oggi affiorati, soprattutto per quanto riguarda le questioni della sessualità e del gender, fino a cercare lampi di “queer” nei classici o nelle figure delle grotte dell’Addaura, alle soglie del mesolitico. L’Occidente è il nuovo Impero del Male, la Morte nera. La controprova? La Shoah palestinese ad opera di Netanyahu-Hitler.
Tutto questo mix politico-ideologico è destinato sciogliersi con la tregua e l’avvio incerto del processo di pace in Medioriente?
Non pare. Non solo perché, per una legge della storia, le ideologie godono di un’inerzia di lunga durata, a dispetto dei fatti, ma, soprattutto, perché questo impasto è utilizzabile dalla politica italiana qui e ora.
Ciò che si sta configurando è un’alleanza nelle “Piazze per Gaza” tra la nuova sinistra formato-Schlein e le comunità di immigrati islamici, i cui rappresentanti incominciano a salire sui palcoscenici politico-amministrativi locali. Le cittadinanze onorarie che alcuni Comuni di sinistra hanno offerto o offrono ad una propagandista di Hamas quale Francesca Albanese e la promessa di interrompere i gemellaggi con città israeliane – l’ultimo caso è quello di una mozione nel Consiglio comunale di Milano – hanno un’evidente finalizzazione politico-elettorale: il voto amministrativo oggi, e politico domani, degli Islamici. Tramontata la sinistra comunista, sta nascendo l’islamo-sinistra?
Il sospetto inquietante è che l’allineamento alla parola d’ordine “La Palestina dal fiume al mare” prospetti sotterraneamente uno scambio al ribasso di valori in cambio di voti. Infatti: si sfila agitando gioiosamente le bandiere palestinesi e non ci si pone il problema di come Hamas tratta le donne, gli LGBTQ+, i civili, i credenti di altre religioni, gli oppositori, che in questi giorni vengono giustiziati come traditori per essersi battuti per una tregua a Gaza? Sono i principi della Costituzione italiana o quelli definiti nella shari’a a ispirare la vita sociale, civile e familiare delle comunità immigrate nei quartieri delle principali città del Paese?
Corre un mito, soprattutto nel Nord operoso: che basti la partecipazione al mercato del lavoro per integrare gli immigrati nella nostra civiltà. E’ una condizione necessaria, ma per nulla sufficiente. Quando il lavoratore torna tra le pareti domestiche o va alla moschea, si ritrova sotto il dominio della shari’a. D’altronde, di fronte alla compattezza etica dell’Islam, è più evidente la debolezza etica delle nostre società occidentali, che affidano principalmente al mercato e ai consumi i processi di integrazione, essendo agnostiche circa i propri valori.
Islamo-sinistra? Almeno per quanto riguarda la Francia l’ipotesi pare stia avanzando, come documenta Omar Youssef Souleimane, nel suo libro recente “Les complices du mal”- I complici del male -, in cui racconta della torbida alleanza tra “La France Insoumise” di Mélenchon e le Associazioni di Palestinesi islamiche antisemite: il voto a “La France Insoumise” in cambio di norme sociali coerenti con la Shari’a. Il motore? Il discorso sulla decolonizzazione che tanto affascina le giovani generazioni, cui le istituzioni educative hanno fatto mancare la conoscenza della storia.
Dinamiche simili hanno coinvolto in questi anni l’Anglo-sfera e la gioventù europea. Il rischio è che l’islamo-sinistra ci consegni all’islamo-fascismo. Si abbeverano alla stessa sorgente: il totalitarismo.
Pubblicato su Italia Oggi, il 14 ottobre 2025

E’ stato consigliere comunale a Milano e consigliere regionale in Lombardia, responsabile scuola di Pci, Pds, Ds in Lombardia e membro della Commissione nazionale scuola, membro del Comitato tecnico scientifico dell’Invalsi e del CdA dell’Indire. Ha collaborato con Tempi, il Riformista, il Foglio, l’ Avvenire, Sole 24 Ore. Scrive su Nuova secondaria ed è editorialista politico di www.santalessandro.org, settimanale on line della Diocesi di Bergamo.
Ha scritto “La caduta del vento leggero”, Guerini 2008, “La scuola è finita…forse”, Guerini 2009, “Scuola: rompere il muro fra aula e vita”, BQ 2016 ed ha curato “Che fine ha fatto il ’68. Fu vera gloria?”, Guerini 2018.