a) Una visione del capitalismo anacronistica e manichea:
• Riduzionismo ideologico: Morassut descrive il capitalismo contemporaneo come “tecnologico, violento, egoista, finanziarizzato”, senza alcuna apertura alla sua complessità. Questa visione è non solo manichea, ma anche storicamente miope. Il capitalismo odierno è un sistema contraddittorio, capace di generare innovazione, crescita, inclusione e al tempo stesso disuguaglianze e alienazione. Ignorare questa dialettica significa rinunciare a comprenderlo per davvero.
• Assenza di analisi economica concreta: non si fa cenno alle trasformazioni del lavoro; al modello dellagig economy basato su lavori temporanei, occasionali o a chiamata, spesso gestiti tramite piattaforme digitali; alla digitalizzazione; alla sostenibilità come leva di mercato. Il capitalismo non è solo sopraffazione: è anche spazio di contrattazione, di redistribuzione, di politiche pubbliche efficaci. Morassut sembra ignorare le esperienze nordiche, tedesche, o persino statunitensi (es. IRA di Biden, Inflation Reduction Act del 2022), dove il capitalismo è stato temperato da interventi pubblici progressisti.
• Retorica apocalittica: L’uso di espressioni come “turbo-capitalismo distruttivo” e “non accetta compromessi” è più da pamphlet ideologico che da proposta riformista. Il riformismo, per definizione, lavora proprio sui compromessi e sulle mediazioni.
b) Sintesi confusa tra culture politiche inconciliabili:
• Ecumenismo incoerente: Morassut tenta una sintesi tra Turati, Schlein e Bettini, ma il risultato è un collage ideologico privo di coerenza. Il riformismo turatiano è razionalista, gradualista, universalista; ilwokismo identitario è postmoderno della Schlein frammentario, spesso anti-universalista; l’idealismo rivoluzionario e il pragmatismo strategico di Bettini sono una forma di neo-movimentismo, incline alla retorica del “campo largo” più che alla costruzione di un pensiero strutturato.
• Confusione tra strategia e cultura: L’unità delle forze di opposizione della sinistra attuale che Morassut auspica – qualora l’operazione riesca (o i miei forti dubbi) è una strategia elettorale, non una sintesi culturale. Morassut sembra confondere il piano tattico con quello teorico, cercando di fondere visioni che non solo divergono, ma spesso si contraddicono. Il risultato è un riformismo – quello che egli sembra definire come nuovo riformismo – che non riforma, ma si limita a evocare.
• Assenza di una gerarchia valoriale: Non si capisce quale sia il nucleo cultural-ideale del “nuovo soggetto politico”, del nuovo PD che dovrebbe nascere. È la giustizia sociale? L’ambientalismo? L’identità di genere? La redistribuzione? La democrazia deliberativa? Tutto viene citato, nulla viene ordinato.
c) Rinnovamento riformista incoerente e poco europeo
• Riferimenti europei assenti o vaghi: Morassut parla di “confronto con le migliori culture politiche europee”, ma non cita né modelli né esperienze. Dove sono la SPD tedesca, il Labour britannico, i socialisti scandinavi, i social-liberali o i verdi europei? Tutti soggetti che stanno animando il confronto nella sinistra europea. Il discorso di Morassut resta autoreferenziale, centrato sull’Italia e sul PD, senza apertura reale al dibattito continentale.
• Lingua e contenuti poco aggiornati: Il linguaggio è spesso retorico, evocativo, ma non operativo. Mancano concetti chiave del riformismo contemporaneo: innovazione sociale, welfare generativo, digitalizzazione inclusiva, partecipazione deliberativa. Il riformismo non si rigenera con citazioni retoriche, ma con strumenti nuovi.
• Contraddizione tra riformismo e rottura: Si parla di “programma rivoluzionario” e di “riformismo radicale”, ma senza chiarire come questi concetti possano convivere. Il riformismo è per definizione non rivoluzionario. L’ambiguità semantica indebolisce la proposta.
Valutazione complessiva
Il testo di Morassut è animato da una sincera volontà di rilancio della sinistra, ma soffre di:
• Retorica storicista: L’invocazione di Turati, Giolitti, Keynes, la Resistenza, il Risorgimento, rischia di apparire come un esercizio di nostalgia più che di progettualità. La coscienza storica è ben altra e diversa cosa dalla retorica storicistica.
• Assenza di pragmatismo: Le proposte elencate (riforma dello Stato, riduzione delle Regioni, patrimoniale, legge urbanistica) sono condivisibili in astratto, ma non vengono inserite in una cornice politica credibile, né si affrontano le resistenze sistemiche che ne ostacolano l’attuazione.
• Mancanza di leadership culturale: Il PD viene descritto come un contenitore, ma non come un soggetto capace di generare visione. Il “campo largo”è una formula, non una cultura.
Se davvero si vuole “rifare l’Italia” – come Morassut scrive, riprendendo un’espressione dal famoso discorso parlamentare del 26 giugno 1920 di Filippo Turati – occorre partire da una diagnosi lucida del presente, da una visione del capitalismo meno ideologica, da una cultura politica coerente e da un confronto serio con le esperienze europee. Un neo-riformismo non può essere un collage: ma una costruzione paziente, razionale, fondata su valori universali e strumenti efficaci. Morassut, in questo testo, sembra più evocare che costruire.
Sessantacinquenne, romano, studi classici, lavora presso Direzione Trenitalia spa, gruppo Fs italiane. Sin da giovane, militante della sinistra: prima nelle fila della Federazione Italiana Giovanile Comunista (FIGC), poi nel PCI (componente migliorista), fino allo scioglimento del partito. Successivamente ha aderito al PDS, poi DS. Attualmente è socio ordinario di Libertà Eguale.
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