di Alberto Bianchi
Il discorso di Andrea Orlando al raduno di Montepulciano, celebrato come il più “alto e denso” della giornata, rappresenta in realtà un attacco frontale al riformismo, liquidato con una battuta sprezzante: “Il riformismo suona ormai come quello che fa la destra ma con un po’ più di gentilezza”. Una frase che rivela non solo un giudizio superficiale, ma anche un pericoloso equivoco culturale: continuare a vedere ed a propagandare il riformismo come l’adattamento passivo al neoliberismo, quando invece esso è la tradizione più feconda e moderna della sinistra europea. E questo sarebbe un Pd “plurale, di tutti, aperto”, come ha detto Elly Schlein a chiusura del raduno? Un partito che, per Orlando – a quanto pare – dovrebbe essere disinfestato e purificato dal peccato riformista?
Il vizio antico dell’anti-riformismo
Orlando, figlio politico del Pci, ripropone la vecchia diffidenza comunista verso il compromesso riformista. È la stessa diffidenza che per decenni ha impedito alla sinistra italiana di diventare forza di governo stabile e credibile. Il riformismo non è “gentilezza di destra”: è la capacità di trasformare la società con gradualità, pragmatismo e visione, evitando tanto l’immobilismo quanto l’avventurismo velleitario. Senza riformismo, la sinistra si condanna a restare minoritaria, chiusa nella retorica radicale ed identitaria che scalda le piazze ma non cambia la vita delle persone.
Il sogno moderato non è da disprezzare
Orlando cita con sarcasmo il “sogno moderato” della Democrazia Cristiana: la casa, l’auto, lo studio dei figli, la settimana di ferie. Ma quel sogno, che egli liquida come “consumismo piccolo borghese”, è stato in realtà la base materiale della democrazia italiana. Garantire benessere diffuso, mobilità sociale, accesso ai servizi: questo è stato uno dei collanti della Prima Repubblica. Unitamente all’altro collante rappresentato dalle battaglie sociali e politiche condotte dalla sinistra storica per la difesa e lo sviluppo dei diritti sociali ed individuali delle classi lavoratrici. Non sono certo mancati, nei governi a centralità democristiana, gravi limiti, contraddizioni, scelte sbagliate e conservatrici, alle quali la sinistra storica ha fatto opposizione, anche in fasi che l’hanno vista profondamente divisa al suo interno. Ma Il riformismo socialista e liberale del Psi, nonché quello di matrice “migliorista” della destra del Pci e di tante esperienze di governo locale unitarie della sinistra storica non hanno mai disprezzato ideologicamente quel sogno: l’hanno semmai compreso, analizzato e politicante riformato. Oggi, certo, seve una visione nuova del Paese e dell’Europa per garantire sanità universale, transizione ecologica accessibile, istruzione di qualità, lavoro dignitoso. E, soprattutto, serve che una visione nuova dell’Italia e dell’Europa sia difesa da un quadro internazionale fortemente scosso, instabile, pericoloso, dominato da una guerra nel cuore dell’Europa. Non è nostalgia, è modernità.
Europa e politica estera: il realismo contro l’illusione
Orlando si scaglia contro l’Europa “del riarmo”, per l’appunto, ma dimentica che viviamo in un continente minacciato da guerre e regimi autoritari. Difendere la pace non significa disarmarsi, significa costruire un’Europa capace di proteggere i suoi cittadini e i suoi valori. Il riformismo europeo non è militarismo, è responsabilità: senza sicurezza non c’è libertà, senza difesa comune non c’è sovranità democratica. Il radicalismo pacifista di Orlando rischia di lasciare l’Italia irrilevante e vulnerabile.
Draghi e la lezione del pragmatismo
Orlando cita Draghi, ma lo piega a una retorica antisistema. In realtà Draghi ha mostrato come il riformismo possa essere forza di governo: gestione della pandemia, PNRR, difesa del ceto medio. Il riformismo liberale e socialista non è subalterno ai mercati, ma li regola e li indirizza. È la differenza tra chi vuole redistribuire con strumenti concreti e chi si limita a invocare “radicalità” senza forza reale. Orlando dice che “radicali senza forza significa velleitari”: ma è esattamente la sua posizione a essere velleitaria, perché rifiuta gli strumenti del riformismo che danno forza alla sinistra.
Riformismo come garanzia di democrazia
Orlando ha ragione su un punto: se si impoverisce il ceto medio, si scava la democrazia. Ma la risposta non è il radicalismo ideologico, bensì un riformismo moderno che redistribuisca ricchezza senza distruggere crescita e innovazione. Il socialismo liberale europeo ha dimostrato che si può coniugare giustizia sociale e libertà individuale, uguaglianza e dinamismo economico. È questa la vera alternativa all’autoritarismo, non la retorica della “forza comunista”.
Conclusione: il futuro non è sotto la “capanna”
Il discorso di Orlando, applaudito nella “capanna dei valorizzatori” di Montepulciano, è il tentativo di riproporre una sinistra identitaria, chiusa, nostalgica. Ma il futuro della sinistra italiana non sta nel ripiegamento ideologico, bensì nel riformismo socialista e liberale: una sinistra che governa, che innova, che difende i diritti senza rinunciare alla responsabilità. Orlando sogna la “forza” del popolo, ma dimentica che la vera forza è quella di un progetto riformista capace di dare risposte concrete alle domande radicali del nostro tempo.
Il riformismo non è gentilezza di destra: è la sola via seria per cambiare la società senza distruggerla. È la storia e la tradizione di Turati, Nenni, Saragat, Craxi, Blair, Schröder. È la storia e la lunga e tormentata battaglia politica e culturale della destra migliorista e riformista del Pci di Amendola, Napolitano, Macaluso, Lama, per l’approdo alla famiglia del socialismo europeo. Storie e tradizioni che hanno combattuto e dato tanto per la libertà, il benessere e il progresso delle classi lavoratrici, del ceto medio, del popolo. E continuano a vivere ed ispirare rinnovamento e innovazione nel pensiero e nell’azione per un moderno socialismo europeo. Orlando può infiammare la capanna, ma senza riformismo la sinistra non accenderà mai il Paese, non riporterà ceti popolari, ceti medi e pubblica opinione diffusa al voto. E non riconquisterà il governo dell’Italia.
Sessantacinquenne, romano, studi classici, lavora presso Direzione Trenitalia spa, gruppo Fs italiane. Sin da giovane, militante della sinistra: prima nelle fila della Federazione Italiana Giovanile Comunista (FIGC), poi nel PCI (componente migliorista), fino allo scioglimento del partito. Successivamente ha aderito al PDS, poi DS. Attualmente è socio ordinario di Libertà Eguale.