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Per un’etica militare democratica

Alberto Bianchi sabato 15 Novembre 2025
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di Alberto Bianchi

 

In Italia, al solo pronunciare l’espressione “etica militare democratica” – intesa come rispetto, riconoscimento e gratitudine delle forze politiche e dei cittadini verso le forze armate in una cornice pluralista e civile – scatterebbe immediatamente una campagna di mobilitazione antifascista: cortei, manifestazioni nazionali di piazza, occupazioni di scuole e scioperi generali. Ancora più forte sarebbe la reazione qualora ci si spingesse a interrogarsi se la mancanza, nel nostro Paese, di un’ “etica militare democratica” non rappresenti un limite e un handicap significativi per le forze progressiste e socialiste liberali: in quel caso scoppierebbe addirittura un’insurrezione dal fronte della sinistra massimalista e populista.

Eppure, credo sia necessario – oltre che legittimo – porre tale interrogativo di fronte a un contesto geopolitico come quello attuale, segnato da instabilità internazionale, dalla guerra in Ucraina nel cuore dell’Europa, da una grave crisi in Medio Oriente, da conflitti regionali e da nuove minacce globali (terrorismo, cyberwarfare, crisi energetiche). Perché – ahimè – la mancanza, nella società e nella cultura italiane, di un’ “etica militare democratica” produce effetti negativi sull’intera comunità nazionale. Le ragioni sono molteplici, naturalmente. Proviamo ad analizzarne alcune tra le più rilevanti.

Eredità storica e ideologica

Il ruolo delle forze armate in Italia è stato a lungo legato al processo di unificazione nazionale. L’esercito sabaudo, protagonista delle Guerre d’Indipendenza, fu percepito come strumento essenziale per la costruzione dello Stato unitario. Dopo il 1861, le regie forze armate – simbolo di unità nazionale – furono considerate il collante della nuova Italia, un Paese fragile e diviso da profonde differenze regionali. L’esercito rappresentava la continuità della monarchia e la garanzia della sovranità.

La leva obbligatoria, introdotta sistematicamente, mirava a forgiare in cittadini italiani popolazioni che si sentivano ancora piemontesi, toscane o siciliane. Il servizio militare era visto come rito di passaggio, occasione di alfabetizzazione e di integrazione sociale nazionale. Tuttavia, già in epoca liberale, emerse una forte ambivalenza culturale: l’esercito era percepito da molti come corpo estraneo, distante dalla vita civile e spesso impiegato nella repressione di rivolte sociali (si pensi ai moti contadini o insurrezioni o alle proteste operaie).

Con il fascismo, le forze armate furono trasformate in strumenti di propaganda del regime, utilizzate come apparato repressivo e simbolo di autoritarismo. Da ciò derivò un’eredità di sospetto verso ogni forma di esaltazione militare. Nella Repubblica del dopoguerra, nata tra il 1945 e il 1946, si scelse di ridurre al minimo la retorica patriottica, privilegiando un modello di difesa tecnico e funzionale piuttosto che identitario. Questo contribuì a creare una frattura tra cittadini e istituzioni militari, accentuatasi nella seconda metà del Novecento, che spinse società, politica e partiti ad assumere una postura di distacco e diffidenza verso le forze armate, viste esclusivamente come retaggio del totalitarismo e del militarismo aggressivo dell’età fascista.

L’ “etica militare democratica” mancata

Pertanto – scusandomi per la rapida e schematica ricostruzione storica – i decenni della Repubblica immediatamente successivi alla fine della Seconda Guerra Mondiale furono dominati da lineamenti di fondo i cui effetti sono ancora presenti oggi. In primo luogo, un antimilitarismo diffuso in una parte significativa della sinistra italiana che, dagli anni ’60 e ’70, alimentò nei movimenti giovanili e studenteschi, così come in alcuni settori dell’operaismo politico extraparlamentare, una visione fortemente critica delle gerarchie militari, percepite come espressione di autoritarismo. L’intellettualità radicale, laica e di sinistra, d’altro canto, contribuì a respingere e rifiutare l’affermarsi – nel pensiero socialista, laico-liberale e progressista, nonché nell’opinione pubblica diffusa – di un rispetto e di una convinta immedesimazione tra cittadini e forze armate.

Ne derivò una debolezza del patriottismo democratico e civile italiano. A differenza di Paesi come Stati Uniti o Regno Unito – e non solo – dove il servizio militare è stato celebrato come espressione di cittadinanza attiva, in Italia il patriottismo è stato spesso vissuto con imbarazzo o sospetto. L’articolo 52 della Costituzione stabilisce che le forze armate siano ispirate da “spirito democratico”, ma nella pratica tale principio è stato a lungo trascurato e non tradotto in decisioni attuative efficaci, né dal lato dei responsabili politici e di governo, né dal lato dei comandi militari. Inoltre, il lento processo di democratizzazione interna alle forze armate ha sempre registrato scarso sostegno culturale e mediatico.

La rappresentazione culturale: un vuoto narrativo

L’assenza in Italia di una robusta “etica militare democratica” non riguarda solo la politica, ma anche la rappresentazione culturale. La scarsità di film, serie TV, romanzi o documentari che raccontino le vite dei militari italiani – semplici soldati o ufficiali – riflette questa distanza. Le eccezioni narrative, pur presenti, sono state legate a figure di singoli militari valorosi, ma sempre connotate da un’impronta ideologica (antifascismo militante) o umanitaristico-pacifista.

Manca una tradizione narrativa militare “mediana e mite”, per così dire, destinata ai ceti medi e popolari, che in altri Paesi ha dato vita a interi generi dedicati alla vita militare (war movies, military dramas). In Italia, invece, la produzione culturale ha privilegiato la commedia, il dramma familiare e il cinema politico, lasciando poco spazio alla narrazione militare. La diffidenza verso l’eroismo militare ha impedito di raffigurare il soldato italiano come eroe nazionale. Le guerre coloniali, la partecipazione alla Seconda Guerra Mondiale e le missioni internazionali sono state raccontate quasi sempre in chiave critica – il che è legittimo, può starci ed è bene che ci sia – o, al contrario, in modo marginale, senza quella fascia mediana di mitologia civile condivisa. Film di successo come “An Officer and a Gentleman” (1982) di Taylor Hackford o “A Few Good Men” (1992) di Rob Reiner sono impensabili in Italia.

Inoltre, la mancanza di investimenti pubblici e privati nelle produzioni cinematografiche e televisive di ampio respiro ha impedito che gli organi politici e militari della difesa nazionale potessero promuovere la propria immagine attraverso la cultura popolare, come invece è accaduto negli Stati Uniti con il supporto del Pentagono ad Hollywood. Secondo analisi recenti, l’opinione pubblica italiana tende ancora a percepire le forze armate come un apparato tecnico, utile nelle emergenze (terremoti, pandemie), ma non come protagoniste della narrazione identitaria della nazione.

Eppure, esistono momenti e ricorrenze – come la Giornata dell’Unità Nazionale e delle Forze Armate del 4 novembre e la Festa della Repubblica del 2 giugno – che cercano di riavvicinare i cittadini alla memoria militare. Musei, eventi e celebrazioni offrono spazi di riflessione, ma raramente riescono a generare un impatto culturale duraturo e diffuso. In sintesi, la mancanza di un’ “etica militare democratica” e di una narrazione culturale delle forze armate italiane è il risultato di una storia complessa, di scelte politiche e di una visione della cittadinanza che ha privilegiato altri simboli e valori.

La necessità di una coscienza militare democratica oggi

Nel contesto geopolitico attuale – come già ricordato – occorrerebbe invece superare la mancanza nel nostro Paese di un’ “etica militare democratica”, muovendosi nelle seguenti direzioni e modalità:

–          la difesa come bene comune: le forze armate non dovrebbero essere percepite come un corpo separato, ma come parte integrante della cittadinanza italiana ed europea, al servizio della democrazia e della sicurezza collettive, nazionale e continentale;

–          rispetto e gratitudine: in un’epoca di tensioni globali, è fondamentale riconoscere il ruolo dei militari non solo nelle missioni di pace all’estero o nel supporto alla popolazione durante calamità naturali ed emergenze nazionali, ma anche – e oggi soprattutto – nella costruzione di una solida e duratura politica di deterrenza e difesa comune, continentale e nazionale, capace di operare efficacemente e in modo coordinato nel cuore dell’Europa (Ucraina) e nel Mediterraneo allargato;

–          una cultura militare democratica matura: l’educazione civica e la memoria storica dovrebbero includere il rispetto per chi indossa l’uniforme, evitando sia l’esaltazione retorica sia l’indifferenza. Raccontare storie di soldati, ufficiali e missioni potrebbe contribuire a colmare il vuoto culturale e a rafforzare il senso di comunità nazionale ed europea;

–          geopolitica e pensiero strategico: in un’Europa che si trova nuovamente a confrontarsi con la guerra ai propri confini, un’ “etica militare democratica” deve diventare un elemento essenziale per garantire stabilità, deterrenza e solidarietà tra cittadini e istituzioni.

Conclusione

 La storia italiana ha prodotto, per diverse cause e responsabilità, una distanza tra società civile e forze armate. Oggi, però, questa distanza rischia di trasformarsi in un serio punto di debolezza. Recuperare un rapporto politicamente attivo di rispetto e gratitudine verso i militari, senza nostalgie autoritarie, significa rafforzare la democrazia e prepararsi alle sfide di un mondo sempre più instabile.

Una nuova responsabilità politica e una narrazione culturale diffusa – nel cinema, nella letteratura, nei media – potrebbero rappresentare i primi passi per costruire un’ “etica militare democratica” capace di unire memoria storica e doveri del presente.

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