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Petruccioli: “Avanti con Draghi per anni, il resto fesserie”

Redazione mercoledì 23 Giugno 2021
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Intervista a Claudio Petruccioli a cura di Umberto De Giovannangeli*

 

Il “cittadino-Petruccioli” alla ricerca di un partito che non c’è: coerentemente riformista, che operi con intelligenza e spirito di servizio per dar vita, quando l’attuale legislatura andrà alla sua scadenza naturale, per un governo in continuità, per visione e programmi, a quello di Mario Draghi. In questa lunga conversazione con Il Riformista, Claudio Petruccioli – una vita nel Pci, più volte parlamentare, direttore de L’Unità e presidente della Rai – svela i suoi dubbi e, senza giri di parole, mette sotto accusa un sistema politico e parlamentare che non regge più. E da tempo. Buona lettura.

Da che punto partire in questo viaggio in una politica malata?

Come si faceva una volta, dalla mia condizione soggettiva, personale. Una condizione di forte insoddisfazione e di notevole difficoltà. Io sono una persona che, guardando i primi atti e i propositi del governo presieduto da Draghi vorrei che questo orientamento del governo continuasse anche per i prossimi anni. Perché mi sembra una cosa utile, giusta per l’Italia. Mi sembra che si sia imboccata una linea di serietà e di un riformismo pragmatico, incisivo e consapevole che serve al Paese. E credo che questo giudizio sul governo Draghi non sia solo mio.

Ma allora da dove nascono il disagio e l’insoddisfazione del cittadino Petruccioli?

Nascono pensando che quando ci saranno le prossime elezioni, tra meno di due anni, io per chi posso votare per esprimere questa mia aspirazione, questa mia volontà?

L’offerta sul mercato della politica è ampia…

Lei dice? La ricerca parte da questo interrogativo: come io e gli altri italiani che pensano questo per il governo futuro dell’Italia, cioè ad una continuità con gli orientamenti e le intenzioni dell’attuale governo, potranno dirlo, con quale voto? Per la destra tutto sommato è abbastanza semplice perché nei confronti del governo Draghi ha un atteggiamento che si potrebbe sintetizzare così: dimostriamo che siamo pronti a governare, sostenendo questo governo, magari mandando anche Draghi al Quirinale come garanzia, nel doppio senso…

Vale a dire?

Sia garanzia che così libera il posto del governo e anche in funzione di garante verso l’Europa e il mondo, come si sta dimostrando anche dalle vicende di questi giorni…

Torniamo alla destra…

Non solo perché non sono di destra, non lo sono mai stato, ma scarto questa offerta perché non mi garantisce della continuità. Tutta la destra, dalla Lega a Forza Italia ma anche, sia pur dall’opposizione, Fratelli d’Italia, tende a dire: vedete, noi siamo bravi, siamo responsabili verso il governo Draghi, quindi fateci governare. Ma poi quando governeranno, se governeranno, sono sicuro che non seguiranno quella strada che è la strada del riformismo e dell’Europa. E allora mi rivolgo a sinistra…

E lì cosa trova?

Neanche la sinistra mi dà garanzie. Per una ragione molto semplice: perché la sinistra, anche se Letta ogni tanto dice che quello di Draghi è il governo del Pd…

Cosa non le quadra in questa asserzione del segretario dem?

Una parte del Pd pensa che il riformismo e l’orientamento generale del governo Draghi non siano compatibili con una politica di sinistra. Credono che la politica di sinistra debba essere un’altra cosa. Questo una parte, non piccola del Partito democratico. Una parte invece è più convinta, ma non so quale consistenza abbia e quale possibilità d’imprimere il proprio orientamento ad un futuro governo sostenuto dalla sinistra. Ma i miei dubbi si moltiplicano esponenzialmente se dalle divisioni interne al Pd passo poi a posare lo sguardo sull’alleato del Partito democratico, il Movimento 5 Stelle. E qui vengono i brividi.

Perché i brividi?

Beh, è abbastanza evidente che il Movimento 5 Stelle la linea del governo Draghi la subisce e sicuramente non la farebbe mai propria una volta dovesse governare. E allora, io per chi voto? D’altro canto, al di là del governo Draghi, questa cosiddetta alleanza strategica Pd-5Stelle, che dovrebbe essere l’asse di una maggioranza alternativa alla destra in Italia, è un’alleanza strategica che non si vede come possa stare assieme. È evidente che tra Pd e 5Stelle c’è una concorrenza spietata a chi riesce ad imporsi come socio che dispone della golden share nell’ambito di una eventuale maggioranza dopo le prossime elezioni. Conte è stato chiarissimo nell’affermare che lui punta a che il Movimento 5 Stelle sia il primo partito di una eventuale coalizione di cui faccia parte. E se quella di cui fa parte è una coalizione con il Pd, vuol dire che punta ad avere un seguito elettorale maggiore del suo alleato. Come del resto il Pd vuole a sua volta fare. Non solo per un fatto di prestigio o per avere la possibilità di sostenere la propria leadership nel governo, rivendicando magari la presidenza del Consiglio, ma anche perché è una questione che riguarda l’orientamento programmatico del governo stesso, basti pensare alle questioni di carattere internazionale. Insomma, io sono un italiano che volendo che prosegua anche dopo le prossime elezioni un’azione di governo in continuità con quella del governo guidato da Draghi, non so a chi affidare il mio voto perché questa mia volontà sia evidente. Sia a destra che a sinistra.

Perché succede questo, che uno come lei non si trova nelle condizioni di poter esprimere questo suo proposito, in una situazione in cui pure il governo Draghi è sostenuto da un’amplissima maggioranza. Ci dovrebbe essere l’imbarazzo della scelta. E invece?

Questa è la vera domanda! Questo è il punto da chiarire! Il fatto è, questa è la mia risposta, che il sistema politico e istituzionale italiano non produce più governo. È assolutamente deformata la lettura secondo cui questo è un momento eccezionale e poi torneremo alla normalità. Una follia! Perché la normalità di questo sistema politico e istituzionale è quella di non produrre governo. Questo è evidentissimo da almeno dieci anni, tanto è vero che, a più riprese, per avere un minimo di governo, non solo con Draghi ma già prima, si è dovuto ricorrere alle cosiddette formule tecniche. Dicendo: la politica viene messa da parte. Ma la politica non è capace in Italia di svolgere la sua funzione essenziale, cioè quella di produrre un governo per il paese. Per cui bisogna ricorrere a delle altre vie per avere comunque un governo. Questo è palese dal 2011. Di fatto, però, è vero da quando è caduto il vincolo internazionale, cioè dalla fine degli anni ’80. Un vincolo che definiva la Repubblica dei partiti. Quella che viene chiamata la Prima Repubblica produceva governo, anche se non di eccelsa qualità, grazie a quel vincolo internazionale e a quei partiti che lo interpretavano e lo gestivano. Finito quello, d’allora noi non abbiamo avuto più un sistema che garantisca il governo. E le conseguenze anche economiche di tutto questo sono molto evidenti e pesanti. Non può essere una coincidenza casuale il fatto che noi abbiamo una produttività stagnante da quando il sistema politico e istituzionale non produce più governo. Da più parti si parla e scrive di crisi della democrazia ma nessuno, a me pare, pone l’attenzione alla drammatica questione del deficit di governo. La Repubblica parlamentare italiana ha sì la centralità del Parlamento ma questa centralità, come ci ha insegnato nella sua splendida ricostruzione Pietro Scoppola, voleva dire la centralità dei partiti. Di quei partiti. Questa doppia centralità ha assicurato, fino alla fine degli anni’80, la possibilità istituzionale del governo. Dopodiché i governi non ci sono più stati. Tant’è vero che anche le competizioni successive, per esempio tra Berlusconi e l’Ulivo, cercavano di motivare la loro coesione e la loro rivalità in base ai criteri del passato: il comunismo, l’anti comunismo e tutte queste cose qui, come se ci fosse ancora una continuità di quella storia. Tutto questo con il tempo si è sbriciolato, non ha retto. Gli stessi partiti di oggi non sembrano trovare motivazioni. Altro che governo parlamentare. Con l’assetto che noi abbiamo, se tu non hai quel tipo di partiti che innervano il Parlamento, come è stato nella Prima Repubblica, noi hai neanche un governo. E non c’è neppure il Parlamento. Perché guardando al Parlamento di questa ultima legislatura, tutti dicono e fingono d’indignarsi: duecento e passa parlamentari hanno cambiato gruppo e casacca. Ma questo che vuol dire?

Fatta la domanda, si dia una risposta…
La mia risposta è che si è rotto il meccanismo. E la rottura di questo meccanismo ha come effetto drammatico la impotenza nell’esprimere un governo su basi politiche e istituzionali coerenti. È assolutamente necessario che, sulla base di un disegno unificato, si ricostruisca un rapporto fra volontà popolare, voto e indicazione del governo, affidandolo a dei partiti e quindi a un Parlamento fatto con un certo tipo di leggi, in modo che sia la volontà popolare che indichi l’indirizzo di governo, in maniera certa. Perché altrimenti noi non avremo più governo. Mi rendo perfettamente conto di quanto ciò sia difficile, perché è, insieme, una riorganizzazione dei partiti e delle coalizioni, e una riforma istituzionale che ha come elemento essenziale quello di affidare al voto popolare la scelta dell’indirizzo di governo. Se non si saldano queste due cose, la crisi non finisce, si prolunga. Altro che “con le elezioni si torna alla normalità”. No. Con le elezioni, data la situazione di grande incertezza e insoddisfazione che non è solo del cittadino Petruccioli, si rischia lo sfascio. Non ho remore a dire che se fossi ancora nel mondo politico, mi sentirei impotente. Non ho lezioni da dare a nessuno. Però in sede analitica, l’unica che posso praticare, sono certo che fino a quando non si determinerà la riorganizzazione del sistema politico, per cui ci sarà una coalizione riformista che assuma la sostanza delle linee di riforma che il governo attualmente in carica cerca di realizzare, e non si crea la condizione per cui le riforme istituzionali ed elettorali sono fatte per consentire ai cittadini di esprimere con il voto la loro fondamentale preferenza sugli indirizzi del governo, la crisi italiana non potrà che aggravarsi, restando senza soluzioni.

Tutto ok. Ma le questioni sociali, la crisi, le diseguaglianze che la pandemia virale ha reso ancor più drammatiche? Non è su questo terreno che la sinistra deve ricercare identità e consenso? Partendo dalle periferie?
Io considero questo discorso del partito “Ztl” una sciocchezza, una fesseria assoluta.

Perché?
Intanto perché tu vai a conquistare il consenso che ancora non hai, a partire dalla valorizzazione dei punti di forza che hai. E i punti di forza che ha la sinistra, non solo in Italia ma in tutti i paesi sviluppati, sono i punti in cui è più sviluppata la società. In cui la società è più moderna. Se si va a vedere la carta elettorale del voto in America, i Democratici si sono affermati perché hanno vinto in tutti i luoghi più sviluppati. In Italia la sinistra si è staccata non dal lavoro, ma dall’idea dello sviluppo. Dall’idea della modernizzazione. E quindi anche del lavoro. Centro e periferie. Ma l’Estate romana di Renato Nicolini cos’altro era se non una grande valorizzazione della città che partiva dai punti alti: il centro. E richiamava, dava forza e stimolava il consenso anche delle periferie che si sentivano proiettate in avanti. Quando io sento gli “ultimi”, dico ma siete impazziti?! Certo che bisogna occuparsi di chi sta peggio e anche ricorrere al sostegno, alla protezione quando è necessario e così via, ma non è questa la funzione della sinistra. L’approccio teorico alla Piketty, tutto concentrato sulle diseguaglianze, è sbagliato. È catastrofico per la sinistra. D’altro canto, Piketty stesso nel suo primo volume, quello sul capitale, ricorda che il massimo dell’eguaglianza in Europa c’è stato negli anni subito dopo la fine della Seconda guerra mondiale, quando l’Europa occidentale era distrutta. C’era meno diseguaglianza, e d’allora la diseguaglianza non ha fatto che crescere. Con lo sviluppo le diseguaglianze crescono. Io sono con Draghi perché lui non nasconde affatto che le diseguaglianze sono aumentate ma l’obiettivo non è quello di ridurre le diseguaglianze. Certo che le diseguaglianze vanno ridotte, ma l’obiettivo che Draghi ha formulato è un obiettivo positivo. Bisogna contrastare le diseguaglianze per accrescere la coesione sociale nelle società dell’Occidente economicamente mature. La coesione sociale chiama tutti alla responsabilità e chiama tutti alla cooperazione. Perché tutti vivono meglio in una società coesa. Questo è il punto. Questa cosa della “Ztl” è la resa culturale più completa al populismo. Infatti martedì scorso Conte a Napoli lo ha detto: i professoroni della Ztl. Io ricordo che nel 1973 nella segreteria della federazione milanese del Pci ero responsabile del programma della Festa de l’Unità. Quella Festa de l’Unità a Milano del ‘73, segnò una svolta. Rese evidente nell’organizzazione delle feste de l’Unità la volontà del Pci di allora di competere sulla frontiera più avanzata della modernizzazione. E noi, in quel caso, da una Festa de l’Unità che si svolgeva in una piccola area intorno all’Arena di Milano, decidemmo di fare una Festa che prendeva Parco Sempione, trenta volte più grande di quelle che facevamo fino all’anno prima. Nel cuore di Milano. In quella Festa si creò la saldatura, allora non c’era la Ztl, tra la parte più avanzata, più aperta, più democratica del centro di Milano, con le zone periferiche. Facemmo un programma culturale in cui venne a suonare Pollini, in cui avevamo la migliore cultura. Mi ricordo i jazzisti più famosi, facemmo un telegiornale prodotto dalla Festa…Altro che disprezzo del Ztl. Era dire alle periferie: signori, compagni, dovete impadronirvi di queste cose più avanzate, non considerarle privilegi su cui sputazzare. Questa è la vergogna di una parte della sinistra di oggi. Ed è la sua debolezza.

 

*Il Riformista, 20 giugno 2021

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