di Alberto Bianchi
L’on. Pina Picerno, europarlamentare del PD e Vicepresidente del Parlamento europeo – in relazione alla postura assunta dalla segretaria Elly Schlein riguardo alle candidature del cosiddetto “campo largo” per le regionali – ha affermato: “Apprendiamo da notizie di stampa di riunioni tra pochi, ridotti ormai a una gestione privata, oligarchica del Partito Democratico che mi lascia basita. E questo sarebbe il nuovo PD?”
Pur concordando pienamente con il merito della valutazione dell’on. Picerno, c’è ben poco da restare basiti di fronte a quanto sta avvenendo nella gestione interna del PD sul nodo delle candidature per le prossime elezioni regionali e, per la verità, anche su altre questioni politiche rilevanti. È ancora aperto, ad esempio, il grave precedente del commissariamento della Federazione provinciale di Pisa del PD, deciso dalla segretaria Schlein con l’intento, del tutto evidente, di contrastare l’orientamento – fortemente critico e, dunque, non allineato alla segreteria nazionale del partito – della Federazione pisana sulla questione delle prossime regionali in Toscana.
Intendo dire che – a mio parere – siamo di fronte a un problema ben più complesso che riguarda la perdita della funzione nazionale e, conseguentemente, dell’autonomia strategica del PD. Che cos’è la deriva che sta subendo il PD nelle regioni che saranno chiamate a breve a rinnovare i propri Consigli e Governatori – accettando una sorta di divisione del lavoro e dello spazio elettorale del “campo largo”, tra dorsale appenninica (Toscana e Marche) affidata ai democratici e Italia meridionale (Campania e Calabria) appaltata al M5S, con contorno pugliese – se non la conferma di una rinuncia, già in atto da tempo, alla propria funzione ed autonomia nazionale di rappresentanza e di azione politica in Italia e in Europa?
Elly Schlein – come sappiamo – ha impresso al partito una svolta netta verso una piattaforma politica centrata su diritti civili, inclusione sociale e riconoscimento delle identità. Questa impostazione, pur rispondendo ad alcune istanze reali, solleva interrogativi sulla capacità del partito di esercitare una piena funzione nazionale. Il rischio è che il PD, nella sua attuale linea politica e configurazione culturale, si trasformi in un partito “parziale”, incapace di rappresentare una possibile sintesi del corpo sociale italiano.
Privilegiando la rappresentanza di minoranze e gruppi specifici – migranti, giovani precari, attivisti ambientali, ecc. – con un linguaggio fortemente identitario, tale impostazione tende a segmentare l’elettorato, rendendo difficile la costruzione di una sintesi politica capace di parlare a tutto il Paese. Un partito nazionale, invece, deve saper comporre interessi divergenti, non limitarsi a rappresentarne alcuni.
La segreteria Schlein, dunque, promuove una narrazione politica fondata su diritti individuali, valori etici e battaglie simboliche, ma non riesce ad articolare una visione complessiva dello Stato, dell’economia e della società italiana. La funzione nazionale richiede, piuttosto, una progettualità capace di tenere insieme Nord, Centro e Sud della nostra penisola, città e aree interne, lavoratori e imprenditori. Senza una visione unificante e d’insieme, il partito rischia di apparire solo come contenitore di istanze, più che come soggetto politico coeso.
La retorica del “noi contro loro” – progressisti contro conservatori, inclusivi contro escludenti – alimenta unicamente una logica di contrapposizione che può rafforzare l’identità militante, ma indebolisce la capacità di mediazione. La funzione nazionale richiede, invece, dialogo, compromesso e capacità di governo, non solo mobilitazione etica e identitaria.
La segreteria Schlein ha mostrato attenzione ai movimenti e alle campagne civiche, ma fatica a radicarsi nelle istituzioni e a costruire una proposta organica di riforma. Prevale un orientamento di puro attivismo, non sempre accompagnato da visione istituzionale e capacità di sintesi politica.
Infine, la forte enfasi sulle identità rischia di gerarchizzare le appartenenze, anziché promuovere una cittadinanza universale. La funzione nazionale richiede che il partito parli a tutti, non solo a chi si riconosce in una specifica battaglia. Il PD di Schlein, in alcune sue espressioni, sembra rinunciare alla vocazione maggioritaria, preferendo una rappresentanza selettiva e simbolica.
In conclusione, il PD sotto la guida di Elly Schlein sta cercando di ridefinire una propria identità, ben lontana da quella del partito fondato nel 2007, rischiando di perdere la capacità di essere partito guida di uno schieramento di centro sinistra alternativo all’esecutivo Meloni. La funzione nazionale non si costruisce solo attorno ai diritti e alle identità, ma attraverso una visione ampia, inclusiva e istituzionalmente solida, capace di tenere insieme le diverse anime del Paese.
Tutto questo, nei passaggi elettorali della contesa politica, si traduce in un PD che, alla frammentazione della propria base sociale raccolta in una sorta di sommatoria delle minoranze, aggiunge una tendenza centralizzatrice ad omologare i livelli istituzionali regionali all’intesa con il M5S. Perciò, nessuno stupore su quanto accade nella gestione del partito da parte dell’attuale gruppo dirigente a guida Schlein, ma forte preoccupazione e allarme sì.
Sessantacinquenne, romano, studi classici, lavora presso Direzione Trenitalia spa, gruppo Fs italiane. Sin da giovane, militante della sinistra: prima nelle fila della Federazione Italiana Giovanile Comunista (FIGC), poi nel PCI (componente migliorista), fino allo scioglimento del partito. Successivamente ha aderito al PDS, poi DS. Attualmente è socio ordinario di Libertà Eguale.