di Alberto Bianchi
Durante la pausa estiva, immerso nella lettura del bel volume di Gregorio Sorgonà “Giorgio Napolitano” (Salerno Editrice, 2025), mi sono imbattuto in un passaggio che rievoca il celebre Convegno “Tendenze del capitalismo” del 1961, promosso dall’Istituto Gramsci. Quel momento, cruciale per il dibattito-scontro interno al PCI, mi ha riportato alla mente l’attuale condizione del Partito Democratico e, in particolare, la recente Conferenza nazionale del PD, intitolata “Le rotte del futuro. Re-industrializzare l’Italia e l’Europa” del luglio 2025. Il confronto tra i due eventi mi è risultato inevitabile.
Il confronto tra “amendoliani” e “ingraiani” – poi definiti “destra” e “sinistra” del partito – discese “… dalle differenti letture del capitalismo liberatesi dopo il 1956 …” (Sorgonà, cit. p. 70); confronto che si protrasse per oltre un decennio fino al 1968. Nel 1961, il Convegno “Tendenze del capitalismo” fu, per l’appunto, uno snodo fondamentale del lungo dibattito. Il PCI – come d’altro canto anche altri partiti dell’epoca come PSI, DC ecc. – non si limitava a proporre soluzioni: pensava l’Italia e l’Italia nel mondo. Il confronto-scontro tra amendoliani e ingraiani era profondo: politico-strategico perché nascente, ancor prima, sul piano teorico-culturale. Si discuteva di razionalizzazione produttiva, di programmazione economica, di iniziativa politica e soggettività della classe operaia, anche in prospettiva alla nascita, di lì a poco tempo, del centro-sinistra. Il capitalismo veniva analizzato nella sua struttura, nelle sue contraddizioni, nelle riforme che richiedeva, nei suoi effetti antropologici. Il convegno fu un laboratorio di pensiero critico, capace di connettere cultura, economia ed iniziativa politica.
La Conferenza del PD del 2025 ha offerto, piuttosto, una sequenza di interventi tecnici: transizione ecologica, digitalizzazione, incentivi industriali. Tutto giusto, tutto necessario, per carità. Ma privo di una riflessione strutturale, teorico-culturale per l’appunto, sul capitalismo globalizzato, sulle sue implicazioni sociali e politiche in Italia e in Europa. Nessuna analisi del lavoro che cambia, nessuna interrogazione sul modello di società da costruire. Solo gestione, senza visione. L’impressione prevalente, nei conferenzieri del luglio 2025, sembrava quella di sentirsi quasi appagati di essere fuori dal sistema o antisistema.
Questa assenza – mi permetto di specificare – a me pare essere il riflesso di una frattura culturale che attraversa il PD in questa fase storica. I riformisti (ai quali mi richiamo) si muovono in un orizzonte italiano ed europeo capace di coniugare valori e interessi, ideali e pragmatismo, analisi teorico-culturale e realtà. Mi chiedo quanti nel PD si siano confrontati – magari per controbattere con idee opposte – con i contributi teorici e culturali come quelli espressi negli ultimi anni da figure che rispondono ai nomi di Michele Salvati (“Liberalismo inclusivo”-2021), Andrea Graziozi (“Occidenti Contro” – 2024), Claudio Martelli (“Merito e bisogno e il grande tumulto” – 2024) solo per citare alcuni nomi, scusandomi per i tanti altri esclusi. La sinistra interna schleiniana, che guida il partito, tenta, invece, di riattivare una critica radicale al sistema, ma spesso senza gli strumenti teorici adeguati e, soprattutto, senza promuovere – dovere primario di chi è maggioranza nel partito – uno spazio politico negli organismi dirigenti di esso che valorizzi un confronto aperto e serrato di visioni del paese e dell’Europa.
Il risultato è un partito che discute di politiche industriali senza interrogarsi sul senso del lavoro oggi, sulla redistribuzione e sulla giustizia sociale nel tempo del nostro presente. Un partito che parla di futuro senza interrogarsi sulla realtà. E che, forse, ha smarrito la capacità di pensare il cambiamento non solo come transizione gestionale, ma come trasformazione culturale. La conferma diretta, in tal senso, è data proprio dalla Conferenza nazionale del PD del 2025, nella quale uno dei settori di punta della ricerca e dell’innovazione tecnologica in campo industriale, la spesa pubblica per investimenti nella difesa e sicurezza militare, è stato considerato un ostacolo così pesante allo sviluppo industriale ed economico di un paese da avere consigliato agli organizzatori dell’evento di eluderlo del tutto dall’agenda dei lavori.
Il Convegno del 1961 non è solo un ricordo, dunque. È un esempio di metodo, certo lontano nel tempo e in un contesto storico profondamente diverso dal presente che viviamo, che però interroga il presente. Non perché si debba tornare a quei tempi e a quei protagonisti, ma perché si dovrebbe tornare a pensare. A connettere cultura ed economia, teoria e politica. A costruire una visione, prima ancora che una proposta politico-strategica e delle alleanze.
Se il PD vuole davvero essere il motore di una nuova sinistra di governo europea, deve ritrovare il coraggio di interrogarsi sul capitalismo globalizzato dei nostri tempi, sul lavoro, sulla società, così come stanno facendo i più grandi partiti socialisti europei. Deve tornare a fare ciò che nel 1961 fecero, con lucidità e ambizione, alcuni dei soggetti collettivi e individuali di quell’epoca: pensare l’Italia e il mondo, per cambiarli.
Sessantacinquenne, romano, studi classici, lavora presso Direzione Trenitalia spa, gruppo Fs italiane. Sin da giovane, militante della sinistra: prima nelle fila della Federazione Italiana Giovanile Comunista (FIGC), poi nel PCI (componente migliorista), fino allo scioglimento del partito. Successivamente ha aderito al PDS, poi DS. Attualmente è socio ordinario di Libertà Eguale.