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Politiche industriali: se il Pd rimuove le spese militari

Alberto Bianchi sabato 12 Luglio 2025
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di Alberto Bianchi

 

La spesa pubblica, per investimenti nel settore della difesa e sicurezza nazionale e continentale e nell’industria militare italiana ed europea, è un ostacolo alla crescita e allo sviluppo? O può essere, invece, un motore di innovazione e di espansione economica?

Stando alle analisi e conclusioni del Convegno nazionale del PD sulle politiche industriali, svoltosi a Roma l’11 e il 12 luglio (relazione introduttiva dell’ex Ministro del Lavoro, Andrea Orlando, e conclusioni della Segretaria nazionale del partito, Elly Schlein), la spesa pubblica per investimenti nella difesa e sicurezza militare sembrerebbe un ostacolo così pesante allo sviluppo industriale ed economico di un paese da avere consigliato agli organizzatori dell’evento di eluderlo del tutto dall’agenda dei lavori.

Eppure, basandosi su un lavoro prodotto nel luglio 2025 da uno dei più seri ed accreditati centri di studio economici internazionali, l’American Economic Review, Juan Antolin-Diaz e Paolo Surico sostengono esattamente il contrario. Ribaltando una visione convenzionale distorta – che sin qui ha dominato l’opinione pubblica e parte della letteratura economica sugli effetti ineluttabilmente negativi della spesa militare – hanno dimostrato che la spesa militare può avere effetti positivi e duraturi sulla crescita economica.

Per decenni, la spesa militare è stata guardata con sospetto, considerandola un costo improduttivo, sottratto ad investimenti più “virtuosi” come l’istruzione o la sanità. Ma l’impatto della spesa militare – affermano Juan Antolin-Diaz e Paolo Surico – non va valutato solo in termini di consumo immediato, ma soprattutto per il suo effetto, nel medio e lungo periodo sulla composizione della spesa pubblica. Gli autori, analizzando 125 anni di dati statunitensi secondo un modello econometrico avanzato (BVAR), scoprono che la spesa militare ha un impatto crescente nel tempo: nel breve periodo il moltiplicatore è vicino a 1, ma nel lungo periodo aumenta significativamente. Questo perché la spesa militare tende a incentivare l’innovazione tecnologica, stimolando investimenti privati e migliorando la produttività, a patto che – ovviamente – la spesa sia ben indirizzata. Come non ricordare che molte innovazioni civili fondamentali – come Internet, il GPS e l’energia nucleare – sono nate da programmi militari. Questi effetti positivi si verificano non solo nei periodi di conflitto, ma anche durante la pace.

Dunque, la spesa militare non va giudicata solo come un costo, ma come una potenziale leva di crescita economica, soprattutto se orientata all’innovazione. Il lavoro di Antolin-Diaz e Surico invita a superare i pregiudizi ideologici e a valutare la qualità della spesa pubblica in base ai suoi effetti strutturali sull’economia. La spesa militare tende a spostare risorse verso la ricerca e lo sviluppo, un settore ad alto moltiplicatore economico. L’investimento in ricerca e sviluppo stimola l’innovazione tecnologica, che a sua volta favorisce l’investimento privato e la produttività. Gli effetti positivi si estendono ben oltre il ciclo economico, contribuendo così alla crescita del PIL nel lungo periodo. Al contrario, la spesa pubblica in consumi ha un impatto modesto e quella in infrastrutture ha effetti più brevi. Anche in assenza di conflitti, la spesa militare orientata a ricerca e sviluppo genera benefici economici persistenti.

Tutto questo, in termini di investimenti per la spesa militare, può servire o, quanto meno, contribuire per dare all’Italia e all’Europa delle vere politiche industriali che rafforzino l’innovazione e la ricerca ed accompagnino – sembra paradossale, ma non lo è – la conversione ecologica e digitale rendendole convenienti? Poteva essere un interrogativo fondamentale posto al centro del Convegno nazionale del Pd sulle “… nuove rotte della re-industrializzazione dell’Italia e dell’Europa”. Ma il Convegno, su questo, nulla ha detto.

Intendiamoci, il Convegno ha riportato al centro dell’agenda temi cruciali: transizione ecologica, innovazione, lavoro dignitoso, guerra commerciale dei dazi. Eppure, nell’intervento conclusivo della Schlein (così come d’altro canto nella relazione di Orlando all’apertura dell’evento) manca un tassello fondamentale, forse rimosso per pregiudizio ideologico più che per ragioni economiche: la spesa militare come leva di sviluppo. Parlare di politica industriale, senza considerare il ruolo strategico della difesa come volano di innovazione, significa ignorare una delle leve più efficaci per rilanciare la competitività del Paese e dell’Europa. Per la Segretaria del Pd, ogni euro destinato alla difesa è un euro sottratto al welfare – ha spesso ripetuto recentemente. È una posizione che suona bene nei comizi, ma che ignora completamente la realtà dei dati e delle esperienze internazionali, sia in ambito Ue e Nato, sia in ambito Coalizione dei Volenterosi.

Già, ignorare la realtà delle esperienze internazionali ha inoltre condotto il Convegno a non confrontarsi con paesi come Francia e Regno Unito, che stanno trasformando a tappe accelerate la spesa per investimenti nel settore militare in una leva strutturale per l’innovazione e la crescita dell’industria militare e civile dei propri paesi. La politica di reindustrializzazione, ricerca e sviluppo nel settore dell’imprese di produzione militare convenzionale e nucleare è, d’altro canto, uno dei punti più avanzati ed innovativi del recente “Accordo di Northwood” tra Francia e Regno Unito sul coordinamento operativo dei rispettivi sistemi di deterrenza nucleare, che prevede l’estensione dell’ombrello protettivo atomico dei due paesi all’intera Europa.

E allora viene da chiedersi: perché la leader del Pd, che chiede giustamente al governo Meloni di avviare una “nuova politica industriale”, da parte sua finisce per ignorare proprio uno dei canali più efficaci per rilanciare la competitività del Paese? Come si può parlare di innovazione ed indipendenza tecnologica e poi rifiutare, per principio, ogni investimento nella difesa militare? Perché, anziché prendere a modello economico-sociale, industriale e politico un paese come la Spagna, la Schlein non si confronta con partner ed alleati più vicini all’Italia come tipologia di sistema industriale, quali Francia, Regno Unito e Germania? Forse perché la Schlein, in fondo in fondo – questa è la mia impressione – non rinuncia all’idea che anche una politica di reindustrializzazione dell’Italia e dell’Europa debba essere funzionale ad una sinistra radicaleggiante impantanata in un pacifismo retorico.

Ma il punto non è militarizzare l’economia. Il nodo vero è riconoscere che in un mondo in cui la sicurezza è anche tecnologica, la spesa militare può essere un volano per l’industria, l’occupazione qualificata e l’innovazione, oltre che essere necessaria per costruire un’efficace deterrenza nazionale e continentale. La sinistra italiana ha bisogno di una svolta culturale verso una sinistra di governo. Se vuole davvero costruire una politica industriale moderna, la sinistra deve liberarsi dai tabù ideologici e iniziare a guardare alla spesa militare per quello che realmente è: un’opportunità strategica, non un peccato morale. Continuare a ignorarla significa condannare il Paese a restare spettatore, mentre altri scrivono le regole del gioco.

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