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Prodi vs Schlein: “il Pd è senza agenda”

Claudia Mancina domenica 2 Novembre 2025
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di Claudia Mancina

 

E’ da credere che il giudizio reciso di Prodi sulla incapacità dell’opposizione di offrire una reale alternativa al governo Meloni abbia inferto una dolorosa ferita ai dirigenti del Partito democratico.

Il governo, ha detto Prodi, va criticato nel merito delle sue politiche, proponendo un programma di governo, obiettivi precisi. Ci vuole una strategia e una visione, che evidentemente questa opposizione non ha, secondo Prodi. Che ha anche preso le distanze dall’affermazione fatta dalla segretaria ad Amsterdam: la democrazia non è a rischio.

Le parole del padre nobile dell’Ulivo, dal quale l’attuale partito discende, hanno evidentemente un peso particolare. Ma già non pochi, tra esponenti politici e commentatori, hanno messo in evidenza la fragilità dell’opposizione al governo Meloni. La denuncia di una supposta deriva autoritaria, la polemica continua sulla posizione della premier tra Europa e America, che indulge spesso all’insulto gratuito, come sulla sua presunta subalternità a Trump o sulla sua altrettanto presunta infedeltà all’Europa, per non parlare dell’accusa di non presentarsi abbastanza di frequente in Parlamento: sono tutte manifestazioni di fragilità e di fatto di subalternità a Meloni.

In sostanza, questo continuo ribattere significa essere subalterni all’agenda del governo. Ciò che si vorrebbe dall’opposizione, e in particolare dal suo partito più grande e più autorevole, è la capacità di definire una propria agenda, e quindi un’offerta politica. A partire dalla realtà e non dal battibecco in Parlamento e sui giornali.

La realtà è che questo governo ha molte debolezze, che non ricevono risposte adeguate. Sulla sanità: non si può pensare che sia sufficiente la polemica sul finanziamento, quando sarebbe necessario un progetto di ristrutturazione e di ripensamento, non più eludibile, del rapporto pubblico-privato. O i decreti sicurezza, che, così come iniziative come quella sull’Albania, sono certamente una concessione fatta dal governo alla sua base elettorale; ma il problema sicurezza è un problema reale, molto sentito dalla popolazione, soprattutto quella sua parte che abita le periferie alle quali pure periodicamente si dice di voler tornare. Il problema sicurezza, coniugato con l’immigrazione, è quello che sta spostando a destra l’intero Occidente democratico, e non può più essere ignorato: si dovrebbero cercare soluzioni diverse da quelle della destra ma realistiche e possibilmente efficaci. Integrazione, formazione alla Costituzione e ai suoi valori, flussi di immigrazione regolare, facilitazione della cittadinanza: sono questioni serie, che non possono essere abbandonate alla propaganda. O meglio, se sono abbandonate alla propaganda sarà la propaganda della destra a vincere. Così la questione della crisi demografica, che minaccia in tanti modi la nostra stessa sopravvivenza: il Welfare, la capacità di innovazione, la vitalità della società. Così la questione della giustizia, sulla quale si svolgerà tra qualche mese un referendum confermativo che sarà un passaggio fondamentale sulla strada delle prossime elezioni politiche.

Sul merito del referendum si possono avere opinioni diverse. Ma una cosa è certa: questa battaglia non può essere affrontata col solito, stanco argomento dell’attacco alla Costituzione. Questo argomento piace molto al Pd, che lo rispolvera a ogni piè sospinto. Il motivo è chiaro: è un argomento che parla agli elettori fedeli, alla base inscalfibile (o presunta tale) del partito. Parla a chi è pronto a vedere pericoli per la democrazia anche quando si tratta di diverse, legittime modalità di concepire e di attuare la democrazia stessa. Parla a quelli, e sono tanti a sinistra, che sono certi di essere per decreto divino dalla parte giusta della storia e non hanno mai il dubbio che, in un mondo così tremendamente cambiato, forse dovrebbero un po’ cambiare anche loro.

Il problema del Pd oggi è proprio l’opposto: parlare agli altri, parlare a quelli che magari lo hanno votato in passato ma sono delusi, o anche a chi non lo ha mai votato e cerca programmi realistici e ragionevoli. Paradossalmente, l’insistenza sul campo largo corrisponde in realtà ad una rinuncia ad allargare il consenso elettorale. Perché le alleanze certo sono necessarie, ma non è una soluzione efficace specializzarsi in una posizione massimalista ed esternalizzare il rapporto con i ceti medi, o con il cosiddetto centro, ad altre forze.

Su questo hanno insistito i riformisti riuniti qualche giorno fa a Milano. Una sommatoria di sigle non fa un’offerta politica credibile. Senza recuperare la sua originaria impostazione di partito nazionale, che cerca di parlare a tutti i ceti, e in particolare a quei ceti medi che sono la maggioranza della popolazione e vivono la crisi del mondo occidentale sulla propria pelle, il Partito democratico non vincerà le elezioni.

E’ singolare che sia Giorgia Meloni a parlare di Occidente, mentre l’opposizione non rivela nessuna sensibilità al tema, e anzi lo considera solo un escamotage della premier per coprire il suo rapporto con Trump. E invece il tema è serio, e stupisce che il Pd non se ne renda conto. Dove va l’Occidente? Dove va la democrazia? E dove va l’Europa? E’ sufficiente accusare Meloni di non essere abbastanza europeista, o piuttosto anche sull’Europa si deve aprire un cantiere nuovo, come ci invita a fare Draghi? Questi dovrebbero essere temi su cui avviare una riflessione approfondita.

Una riflessione che ispiri una visione del paese, del suo possibile sviluppo, di una possibile giustizia sociale. Non è niente di meno che questo che si chiede all’opposizione, se vuole sperare di vincere le prossime elezioni.

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