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Quando il pacifismo diventa una rinuncia

Pietro Giordano martedì 18 Novembre 2025
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di Pietro Giordano

Mentre le minacce crescono e Mattarella richiama alla responsabilità europea, la sinistra si rifugia in un pacifismo sterile lasciando alla destra il terreno della sicurezza e della difesa comune.

Per decenni la sinistra italiana ed europea ha fatto dell’Unione Europea il centro della propria identità politica. L’Europa era il luogo dove superare i nazionalismi, costruire istituzioni comuni, difendere i diritti e garantire la pace. Oggi, però, quella stessa sinistra sembra aver abbandonato proprio il terreno che più la qualificava, lasciando alla destra il ruolo di voce dominante nel dibattito sulla sicurezza, sulla NATO e perfino sull’idea — un tempo riformista e progressista — di una difesa comune europea.

È un cambiamento profondo, alimentato da un pacifismo che negli anni si è trasformato in un riflesso automatico. Di fronte alla guerra in Ucraina, al terrorismo, alle tensioni nel Mediterraneo e alle minacce ibride, molte voci progressiste rispondono con un “no” indistinto e assoluto: no agli investimenti nella difesa, no alle missioni europee, no al sostegno a Kiev, no a qualunque integrazione dei sistemi di sicurezza. È un pacifismo che non previene i conflitti, non protegge i più esposti, non dà risposte alla nuova realtà geopolitica. E finisce per lasciare un vuoto dove un tempo c’era una visione.

In questo vuoto, la destra si inserisce con abilità, proponendosi come garante della sicurezza, della presenza europea nella NATO e della necessità di modernizzare le capacità di difesa. Lo fa occupando un terreno che, storicamente, era proprio della sinistra europeista. Ed è paradossale che proprio nel momento in cui l’Europa avrebbe bisogno di una voce progressista forte e consapevole, questa voce sembri esitante, quasi trattenuta entro formule che non parlano più al mondo reale.

Il quadro delineato dal Consiglio Supremo di Difesa, riunito al Quirinale e presieduto dal Presidente della Repubblica, mostra con chiarezza quanto questo approccio sia inadeguato. Le minacce non sono più solo quelle visibili sui campi di battaglia. Accanto ai missili e ai bombardamenti ci sono attacchi cibernetici che bloccano ospedali, campagne di disinformazione che avvelenano il dibattito pubblico, intrusioni digitali che cercano di destabilizzare le istituzioni democratiche, droni che violano lo spazio aereo europeo. Non esistono più fronti lontani: ogni vulnerabilità è immediatamente continentale.

Proprio per questo le parole del Presidente Mattarella meritano un’attenzione particolare. Da anni — e in modo ancora più netto nei suoi interventi recenti — Mattarella ricorda che la sicurezza europea è un bene indivisibile e che l’Italia non può pensare al proprio futuro se non dentro un progetto comune. La sua insistenza sull’adeguamento delle capacità europee, sulla necessità di reagire alle minacce ibride, sulla difesa delle infrastrutture critiche, sulla cooperazione tra Stati non nasce da un militarismo che non gli appartiene, ma da un realismo responsabile: la pace si protegge dotandosi degli strumenti necessari per difenderla.

È una lezione che si collega direttamente alla grande tradizione europeista italiana. Mattarella, come De Gasperi, ricorda che la difesa non è in contraddizione con l’ideale di pace: ne è la condizione indispensabile. Non basta dire “mai più guerra” se non si costruiscono meccanismi politici e istituzionali capaci di prevenire i conflitti e proteggere la democrazia dalle aggressioni, visibili e invisibili. Questo significa prendere sul serio l’Unione Europea come attore politico e non solo come spazio economico.

Negli anni Cinquanta, De Gasperi tentò di costruire la Comunità Europea di Difesa proprio perché aveva capito che un continente di Stati divisi sarebbe stato debole e dipendente. Quella visione naufragò per paura, per calcoli interni, per un puro riflesso nazionalista. Oggi rischiamo di ripetere lo stesso errore: un’Europa che parla molto di pace, ma che non costruisce gli strumenti per difenderla, resta prigioniera degli eventi e delle volontà altrui.

Se la sinistra vuole tornare a essere credibile e protagonista, deve recuperare questa lezione. Deve tornare a concepire la difesa non come una concessione alla destra, ma come parte di un europeismo adulto, capace di proteggere ciò che considera essenziale: i diritti, le democrazie, la coesione sociale. Senza sicurezza non c’è pace, senza pace non c’è progresso, e senza un’Europa capace di difendersi non c’è futuro europeo.

La sinistra deve decidere chi vuole essere. Una forza che si rifugia nel pacifismo di maniera, o una forza che, come De Gasperi e come Mattarella insegna, mette la propria idea di pace dentro un progetto politico solido, condiviso e capace di reggere alle sfide del mondo di oggi. Una sinistra che non difende l’Europa finisce per rinunciare anche a se stessa. L’Europa non chiede di essere militarizzata: chiede semplicemente di non essere indifesa. E questa, oggi, è la battaglia politica che conta davvero.

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