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Riforme: caro segretario Letta perché non rileggi le proposte del premier Letta?

Carlo Fusaro sabato 20 Marzo 2021
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di Carlo Fusaro

 

Segretario Letta, in materia istituzionale non ci siamo proprio. Perché non guardi le proposte del Letta presidente del Consiglio?

Sgombro subito il campo da ogni equivoco: considero il ritorno di Enrico Letta e il fatto che si stia impegnando come segretario ottima cosa per il Pd e per il paese. Come iscritto non avevo votato Zingaretti e non me ne sono mai pentito. Anzi: se mi è concessa una reminiscenza personale, incaricato di presentare ai militanti di Bruxelles riuniti allora in affollata assemblea una diversa mozione ebbi l’opportunità di confrontarmi proprio con Goffredo Bettini (che presentava la mozione Zingaretti), misurandone la professionalità di politico di lungo corso quanto la distanza assai forte dal mio modo di vedere le cose della politica. Benvenuto dunque Letta: il quale è altra cosa come storia, come spessore culturale e anche come esperienza e frequentazioni internazionali, e soprattutto come approccio ai problemi italiani. Benvenuto a lui e alla squadra.

Chi legge avrà intuito però che, con un incipit del genere, ciò che desidero rivolgere, da riformista, è una critica e un appello al Letta segretario quale si è manifestato con le parole e con gli atti fino ad oggi.

Segretario Letta, in materia di riforma delle istituzioni politiche non ci siamo, non ci siamo davvero: è prima di tutto una questione di sostanza; in secondo luogo una questione di posizionamento e di strategia nel sistema politico italiano quale si profila dopo la nascita del governo di unità e responsabilità nazionale di Draghi che rende ipotizzabile un ritorno, domani, al bipolarismo destra-sinistra.

Non vorrei Letta avesse dimenticato che la scelta del Pd nel 2014 di sostituirlo alla presidenza del Consiglio col proprio segretario Matteo Renzi non fu dovuta al colpo di mano di uno sfrenato ambizioso, pur legittimato dalla trionfale elezione alla guida del partito, allora, di maggioranza relativa: fu dovuta al fatto che, partito bene, il governo Letta si era andato impantanando e perdendo ogni slancio (anche per colpe non sue: mi riferisco alle vicende che portarono Berlusconi fuori dalla sua maggioranza, lasciandogli Alfano e qualcun altro) proprio in materia di riforme istituzionali: in una legislatura che era decollata solo per la disponibilità del presidente Napolitano ad essere rieletto in vista di incisive e rapide riforme (come disse a chiare lettere nel discorso del giorno del giuramento davanti alle Camere riunite). Non rifaccio la storia nei dettagli ma fu questa circostanza di fatto a suggerire il passaggio da Letta a Renzi, e a dar occasione all’iniziativa del fiorentino di riaprire il dialogo con il Berlusconi condannato e interdetto dai pubblici uffici: sulle riforme, appunto, inclusa quella elettorale da tutti reclamata ancor più di oggi, imposta dalla prima delle sentenze della Corte costituzionale, con tanto di benedizione se non di spinta del capo dello Stato.

Veniamo all’oggi. E’ chiaro che le riforme non sono il pane di Letta: esaminando il discorso all’Assemblea del Pd si ricavano pochi cenni; nel documento mandato nei giorni scorsi alle sezioni per un grande dibattito collettivo, non una parola (eccezion fatta per la proposta del voto ai sedicenni).

Mettiamo in fila cosa ha detto nel lungo discorso di presentazione e accettazione: nuova legge elettorale non più ultraproporzionale (bene, ma totale assenza di dettagli); iniziativa per combattere il c.d. trasformismo parlamentare (che male non farebbe ma che definire essenziale e prioritaria sarebbe azzardato: il trasformismo c’è ma è significativo quando il sistema politico istituzionale non funziona; quando funziona sparisce o quasi); legge di attuazione dell’art. 49 Cost., cioè disciplina dei partiti (altra cosa che male non farebbe, ma rischia di arrivare quando l’oggetto è tanto cambiato da renderla inutile, e del resto tutta una serie di norme, dal finanziamento alla democrazia interna, ormai ci sono, e da tempo); il già citato voto ai 16enni (che a me piace, che trovo una buona idea di marketing al momento, ma intanto Letta avrebbe potuto dire: il Pd pretende che il Parlamento dica la parola finale (sì o no) sul voto ai maggiorenni al Senato; così quella del voto ai 16enni è una mera fuga in avanti propagandistica); e, last but not least, la sempre verde proposta della sfiducia costruttiva, altra cosa non dannosa ma sostanzialmente inutile come dimostra il diritto costituzionale comparato (Germania, Spagna) e la nostra stessa esperienza locale dal 1990 al 1993.

Non sono idee come queste che possono permettere di affrontare la clamorosa e perdurante crisi politico-istituzionale italiana e tanto meno caratterizzare il Pd: ci vuole ben altro.

Il bello è che Letta sembra aver scordato (e con lui il suo consigliere politico Marco Meloni che pur avendo fatto la guerra al governo Pd tutti i giorni, e avergli rifiutato la fiducia sulla legge elettorale, la riforma del 2016 l’aveva sostenuta) che una cosa eccellente aveva fatto il suo governo, anzi proprio lui come presidente del Consiglio: istituendo l’11 giugno 2013, una prestigiosa commissione bipartisan, composta trentacinque studiosi, presieduta dall’allora ministro per le riforme costituzionali Gaetano Quagliariello. Questa commissione presentò il 17 settembre 2013 la sua relazione conclusiva, dal titolo Per una democrazia migliore: si tratta a tutt’oggi del documento che meglio attesta lo stato dell’arte del riformismo istituzionale, indicando con chiarezza cristallina – sulla base di analisi condivise – ciò che davvero si dovrebbe e potrebbe fare per cercare di togliere dalle secche il sistema politico-istituzionale italiano, dal superamento del bicameralismo paritario alla rinnovata forma di governo per dare ai cittadini non preferenze ma scelta di governo e stabilità.

Si tratta di proposte organiche, serie, incisive che unite a un’appropriata revisione della legge elettorale consentirebbero al Paese di funzionare meglio: lì, in quelle pagine stese per iniziativa del Letta presidente del Consiglio, il Pd può e deve trovare il suo programma su questa decisiva materia.

Sarebbe utile che il Letta segretario ne recuperasse fra i suoi file una copia e ci desse un’occhiata subito, se intende dare spessore alle sue proposte e parole d’ordine serie e riconoscibili, riformiste, al suo e nostro partito.

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