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Riformisti PD a Milano tra programmi e strategia

Alberto Bianchi lunedì 20 Ottobre 2025
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di Alberto Bianchi

 

L’articolo di Alberto Colombelli, “Il 24 ottobre a Milano i riformisti Pd rimettono l’accento sulla crescita”, pubblicato su Libertà Eguale, merita un’attenta riflessione e contribuisce positivamente ad avviare un fecondo confronto sui contenuti e le aspettative del prossimo raduno nazionale dei riformisti Pd nel capoluogo lombardo. Prendendo le mosse dalla Legge di Bilancio di prossima scadenza nelle aule del Parlamento, Alberto Colombelli descrive un ampio quadro della piattaforma programmatica che sarà al centro del raduno suddetto: “Crescere. Competitività, salari, welfare, sicurezza, Europa. Il contributo dei riformisti.”

Detto questo – e sottolineando, ancora una volta, l’importanza dell’iniziativa – nondimeno pongo un interrogativo: in che fase contestuale del sistema politico, e della sinistra in specifico, viene a trovarsi e calarsi il raduno del 24 ottobre per la presentazione di una piattaforma programmatica riformista? L’interrogativo è decisivo – a mio parere – per valutare l’incidenza politica che si intenda o no dare ad una piattaforma programmatica. Analizziamo la fase contestuale, dunque.

Il duello tra Schlein e Meloni

Lo scontro politico in Italia tra Elly Schlein e Giorgia Meloni sta ormai sempre più assumendo i contorni di una contrapposizione ideologica e mediatica che rischia di svuotare il dibattito democratico di contenuti e prospettive. Le due leader, oggi protagoniste primarie della scena politica italiana, sembrano impegnate in unduello mediatico più che in una competizione programmatica, per l’appunto, alimentando una polarizzazione che non solo impoverisce il confronto, ma marginalizza ogni spazio di ragionevolezza e mediazione.

Le recenti dichiarazioni di Schlein al congresso del Partito Socialista Europeo ad Amsterdam, ad esempio — dove ha accusato il governo Meloni di mettere a rischio la democrazia in Italia e la libertà di stampa — hanno scatenato una reazione furiosa da parte della premier, che ha parlato di “puro delirio” e “vergogna”. Il botta e risposta ha assunto toni da scontro frontale, con accuse reciproche che evocano scenari da guerra civile ideologica, più che da normale dialettica parlamentare.

Questa dinamica, quantunque sia in parte il riflesso di due visioni del mondo inconciliabili — radicale progressista e neoconservatrice — è soprattutto il sintomo di una politica che ha smarrito il senso della complessità. La semplificazione estrema, la retorica del nemico, il binomio perverso fascismo e antifascismo, l’uso sistematico della delegittimazione morale dell’avversario — schemi comunicativi a cui ricorrono, in vario modo ed intensità, sia l’una che l’altra — stanno trasformando il confronto politico in una lotta polarizzata e radicalizzata tra schieramenti opposti inconciliabili, dove il consenso si misura in like e indignazione, non in proposte e soluzioni.

Riorganizzazione del centro

In questo scenario, si inserisce anche la problematica della riorganizzazione in atto del cosiddetto centro moderato — un tempo ago della bilancia e laboratorio di sintesi — che, però, appare sempre più frammentato, dominato da logiche minoritarie e incapace di incidereautonomamente sulle dinamiche dello scontro polarizzato Schlein-Meloni. I tentativi di riorganizzazione esistono, ma sono ancora disarticolati e frammentati:

• Matteo Renzi sembra adeguarsi all’idea di una “casa riformista” come gamba moderata del “Campo Largo”, cercando di aggregare forze liberali e cattoliche;
• Carlo Calenda con Azione e Luigi Marattin il con Partito Liberaldemocratico continuano a proporsi come alternativa pragmatica, ma il loro progetto soffre di isolamento e di leadership troppo personalistiche;
• Emma Bonino e +Europa mantengono una loro dimensione europeista e liberale, ma restano ai margini del dibattito nazionale;
• Antonio Ruffini si muove ancora in modo troppo circospetto e prudente nel modo cattolico moderato, fino a risultare misterioso, con il proprio movimento “Più Uno”;
• Antonio Tajani, infine, ha evocato un centro moderato dentro Forza Italia, ma senza una vera piattaforma autonoma.

Tanti, troppi e diversi, insomma, sono i tentativi di riorganizzazione del centro moderato. È paradossale che proprio in un momento storico in cui l’Italia avrebbe bisogno di ponti, di mediazioni, di una politica capace di tenere insieme le differenze, il centro rischi di ridursi a una somma di comitati elettorali, incapaci di fare massa critica. In tal senso, in rapporto allo stato di salute del centro, la polarizzazione tra Schlein e Meloni non è solo una questione tattica o di stile e di linguaggio: è il sintomo di una democrazia ripiegata su stessa che rischia di diventare binaria, dove il dissenso è visto come tradimento e il compromesso come debolezza.

Il valore urgente decisivo di una proposta politica, oltreché programmatica, dei riformisti del Pd

A questo punto, però, dobbiamo constatare che lo stato in cui versa il sistema politico italiano non è solo il risultato della polarizzazione dello scontro tra Schlein e Meloni, della logica minoritarista di un centro moderato frammentato e della presenza di una sinistra radicale ed estremista. C’è un ulteriore fattore e concausa: la debolezza delle forze riformiste del Pd e della sinistra moderata, che fin qui hanno avuto grosse difficoltà a presentarsi con un profilo autonomo e con iniziative coerenti, forti ed aperte, tali da imporre al partito una svolta di linea politica e di prospettiva strategica all’insegna di una rinnovata vocazione maggioritaria. Il Partito Democratico, sotto la guida di Schlein, ha piuttosto accentuato la sua vocazione movimentista e identitaria, lasciando scoperto lo spazio di una sinistra pragmatica, europeista e riformista, che sia in grado di impostare un dialogo con le forze di un centro moderato impegnato, come abbiamo visto, in un difficile percorso di riorganizzazione. I tentativi messi in atto dai riformisti per mantenere aperta una prospettiva maggioritaria al PD hanno fin qui faticato a trovare visibilità continua ed organizzata, schiacciati tra l’egemonia interna della segretaria e l’assenza di un interlocutore centrista mosso da intento e logica realistiche e credibili. Il risultato è stata una paralisi del dialogo tra riformisti del Pd e forze del centro politico moderato, che priva il Paese di una possibile alternativa alla polarizzazione dominante. Dal canto suo, il centro moderato ha smesso di essere luogo di elaborazione e si è trasformato in spazio di transito, dove si cerca visibilità più che visione.

Il raduno dei riformisti del Pd del 24 ottobre a Milano

Dunque, la piattaforma programmatica, che il raduno dei riformisti del 24 a Milano vuole definire, verrà a trovarsi nel quadro contestuale politico appena descritto. Pertanto, i riformisti sono chiamati a scegliere che tipologia di centralità programmatica intendano perseguire. Se l’individuazione dei contenuti programmatici è un’operazione finalizzata a se stessa senza respiro politico, c’è il rischio che possa produrre al più un programmismo tattico-episodico, finanche reattivo volendo, ma pur sempre una somma di istanze parziali, spesso scollegate tra loro, quantunque il richiamo alla crescita possa costituire un fattore di raccordo e di sintesi.

C’è, però, anche un altro tipo di programmismo, quello che va sotto il nome di programmismo strategico, indicante una concezione della politica fondata sulla centralità del programma come strumento di mediazione tra ideologia e governo, tra valori e pratiche concrete, nonché come terreno per mezzo del quale il PD possa ritrovare la vocazione maggioritaria e la propria autonoma funzione nazionale, per una proposta politica diversa dalla linea del “Campo Largo”. Forse è il caso che – considerata la fase contestuale in precedenza descritta che sta vivendo il quadro politico nazionale – il raduno dei riformisti del Pd del 24 ottobre a Milano segua questa seconda strada.

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